Vronique Mougin.
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Il filo di Auschwitz.
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Parte 1.
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Titolo originale: O passe l'aiguille. 2018.
Traduzione di: Lucia Corradini Caspani.
2019. Garzanti Gruppo editoriale Mauri Spagnol, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Tomas Kiss, quattordicenne scapestrato,  la disperazione del padre perch si rifiuta di studiare nonch di impararne il mestiere di sarto. Ma, nella cittadina ungherese dove vive, nel 1944 per la comunit ebraica i problemi sono ormai altri. Dalle progressive restrizioni delle libert personali si passa infatti ai rastrellamenti e la famiglia di Tomas finisce, come le altre, ad Auschwitz. Qui Tomas perde subito di vista i suoi famigliari tranne il padre con cui combatte una lotta per la sopravvivenza quotidiana che, paradossalmente, lo porter, per salvarsi, ad avvicinarsi proprio al mestiere paterno imparando a cucire le divise degli ufficiali e a rappezzare quelle dei prigionieri. Sopravvivono entrambi, ma il Tomas che esce fra mille peripezie dal campo di concentramento  drasticamente cambiato:  - precocemente - un adulto disincantato e duro. Insieme al padre tenta di tornare nel paese di origine, dove per tutto  cambiato, compresi i confini, ed emigra definitivamente a Parigi dove, grazie all'aiuto di una variegatissima comunit ebraica, dolente ma con una grande voglia di ricominciare a vivere, trover infine la sua strada.
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L'AUTRICE.
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Vronique Mougin  una giornalista e autrice di saggi, fra cui J'habite en bas de chez vous (con Brigitte, Oh ditions, 2007) e un romanzo Pour vous servir (Flammarion, 2015). Con Il filo di Auschwitz, Vronique Mougin ha vinto il premio del Salon du roman historique de Levallois-Perret.
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Ai miei cari cugini G. e L., i cui ricordi hanno ispirato questo libro.
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L'eleganza  anche sapersi adattare a tutte le circostanze della propria vita.
Yves Saint-Laurent.
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Indice di questa parte.
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Beregszsz, Ungheria - Aprile-maggio 1944
Campo di transito, Auschwitz - Birkenau, Polonia - Fine maggio 1944
Buchenwald, Germania - Giugno 1944
Campo di Dora - Mittelbau, Germania Giugno 1944 - aprile 1945
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FINE Indice.
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Capitolo 1.
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BEREGSZSZ, UNGHERIA.
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Aprile-maggio 1944.
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 giunta da molto lontano, forse addirittura dalla Cina, per chiss quale bizzarro garbuglio, come un'incongrua provocazione, perch Kiss veste unicamente l'uomo. L'improbabile seta si  insinuata in una delle maglie intrecciate dalla guerra, troppo tardi. Si sarebbe meritata una carezza dopo un viaggio cos lungo, ma, una volta arrivata a casa nostra, mio padre l'ha tolta dall'imballaggio senza tanti complimenti. Ha piazzato il primo metro sul tavolo da taglio, spianandola con entrambe le mani, come prima, come se stesse per sguainare il gesso e domare definitivamente quella selvaggia trasformandola di punto in bianco nella fodera per una giacca. L'ha scrutata a lungo, senz'altro per abitudine, dall'alto in basso, da sopra a sotto e poi, sospirando, l'ha ripiegata con un colpo secco e l'ha riavvolta nella carta grigia. Il tessuto lucente e morbido non si vede pi, solo alle due estremit del rotolo un fascio di riflessi madreperla schiacciati. Che peccato.
Una volta liberata, la stoffa si espande in pieghe soffici e sgualcite. Ogni lembo srotolato  un'onda che si gonfia e luccica, per poi ricadere. Il pavimento scompare sotto un oceano increspato. Un passatempo, e anche bello da vedere. Per fortuna, l'armadio dei rotoli di mio padre non  ancora stato completamente svuotato. Un colpo di coltello sullo spago e il cotone inonda a sua volta la stanza, poi il tessuto di lana, la tela, la marea sale, all'arrembaggio! Lo scatolone pieno di carta da imballo diventa la mia nave. Gaby balza sul tavolo, s'impossessa del metro di legno. Quel piccoletto osa sfidarmi? Impugno le forbici pi lunghe. La lotta fratricida infuria in mezzo ai flutti. Il nemico  minuscolo ma tenace, mi sferra un grave colpo, una raffica di rocchetti sul muso. Io ribatto sacrificando la scatola di spilli che gli esplode sulla fronte, sparpagliandosi nella schiuma dei listelli di parquet.
Fratello, rovesciare gli spilli porta sfortuna, sei un somaro.
Piantala di ripetere le stupidaggini di pap e battiti, nanerottolo!
Vedrai che le prendi, scemo.
Ma l'odioso nano non osa pi avanzare a causa degli spilli, ecco cosa vuol dire affrontare a piedi nudi il fratello maggiore. Lui si nasconde dietro il manichino, io rovescio la prua con un colpo di tallone. Distrutto, il mio nemico ancestrale si mette a frignare da moccioso qual . Vittoria dell'esperienza, della forza e dell'astuzia! Improvvisamente, nel corridoio, una galoppata:  ora di rifugiarsi sulle alture.
In pochi istanti scavalco il davanzale della finestra e, dall'alto del mio albero, sento un lungo ruggito, a met tra il grido del gabbiano infuriato e il sibilo del capodoglio ferito. Lo sente tutto il quartiere, del resto, perch la collera di Herman Kiss  rumorosa. Arriva mia madre, discreta come sempre, per placare la furia di mio padre e rassettare il campo dove si  svolta la battaglia navale. Raccoglie i rocchetti caduti a terra, gli spilli e i tessuti, senza sospirare troppo. Tutt'al pi, dir: Proprio il momento giusto...
Ma non  il momento giusto per nient'altro, n per battersi, n per giocare, e nemmeno per parlare o muovere un dito: i tedeschi ci hanno invaso l'altro ieri. L'Ungheria, adesso,  casa loro. Nessuno sa cosa faranno di noi: forse ci esproprieranno, o ci trasferiranno, tutti si perdono in congetture. Ma io non sono come la seta, io non sono mai stato molto lontano. Se partiamo sul serio, questo sar il mio primo viaggio. La nostra roba si  gi volatilizzata, lo zio Oscar se n' andato ieri con l'orologio di mio padre e i velluti. Stasera verr a prendere la lana e il cotone, la seta inaspettata, vuole prendere tutto e nascondere tutto, anche il metro e le forbici. Ha paura dei sequestri, dei saccheggi. Mio padre oppone resistenza. D'accordo mettere i tessuti in salvo, ma la sua adorata macchina per cucire, la sua Pfaff ultimo modello, quel gioiello tecnologico nato dalla feconda alleanza tra meccanica e progresso, non lascer certo la casa senza di lui, neanche per sogno.
Ti rimarrebbero sempre i tuoi aghi azzarda mia madre.
Ma gli aghi non hanno il gancio rotativo, non trapassano il cuoio come fosse burro. La Pfaff 130, invece s. Problema della modernit: in caso di partenza improvvisa, non si pu mettersela in tasca.
Spesso mi dicono: non farlo. E, come se un vento temporalesco mi spingesse, io lo faccio ugualmente. A quanto pare sono cos dalla nascita. Non arrampicarti sull'albero, mi ordina mia madre, perch indosso i vestiti buoni, perch rischio di cadere e fratturarmi una gamba, perch  tardi, perch la scuola non mi aspetter. (In realt, mia madre non mi d mai ordini. Mi lancia quello sguardo insistente, implorante, aspetta in silenzio che la saggezza si diffonda in me come una linfa. Quando l'irrigazione tarda, lei alza gli occhi al cielo, come se lass Qualcuno potesse qualcosa. In casi estremi mi parla, a voce bassa ma mi parla, delle buone maniere, della buona educazione, del rispetto. Io invece rispetto l'albero arrampicandomi su di lui.)
 fatto per questo l'albero. Ha il tronco adatto, largo, rugoso, striato, quasi una scala, e robusti rami bassi che ti invitano a salire prima di suddividersi in ramificazioni sottili e contorte come mani di vecchio. A met altezza forma un'ansa avvolta dalle foglie, con due o tre libri sugli indiani e il gatto sulle ginocchia  la felicit perfetta, niente lezioni da imparare, niente preghiere da recitare, niente aghi n ditali, niente e nessuno che mi rovini la vita. Lass, sono tranquillo. Inoltre, piegandomi un po', ho la casa delle donne nella mia visuale. Si vede, non da vicino ma si vede, la porta azzurra, la balza di un vestito sulla soglia, a volte una faccia, pi spesso una mano frettolosa che sposta le tende tirate solo a met, la mano  sottile, lieve, bianchissima, sembra quasi una colomba o qualcosa del genere, ma una colomba che fuma, perch prende una sigaretta e l'accende. Poi il braccio svestito si posa sul bordo della finestra, immobile nel fumo, soltanto le unghie laccate battono un tempo immaginario, cinque artigli gentili che graffiano il legno scuro. Potrei rimanere a guardare fino a notte, la cenere sospesa e le dita che tamburellano, ma non dura a lungo. Dalla strada arriva un uomo. La sigaretta scompare, la porta si apre. Quel tale entra come una corrente d'aria ed esce di nuovo venti minuti dopo con l'espressione distaccata di chi ritorna dalla panetteria. Infine le dita impazienti ricompaiono alla finestra. A volte la mano  diversa, pesante, rosea, infagottata come un prosciutto in una manica arricciata, e per la disperazione io distolgo gli occhi: non c' pi niente da vedere. In quel momento il gatto balza sulla mia spalla con l'aria di dire Per una che perdi... Fa le fusa contro il mio collo, confortante, ma un istante dopo si precipita verso la cucina, da dove si spande il profumo delle crpes al formaggio. Delle due l'una: o il mio gatto soffre di gravi sbalzi d'umore, o questi animali hanno il cuore direttamente collegato allo stomaco.
Quand'ero piccolo e mio fratello era appena nato, quelli s erano bei tempi, ci eravamo arrampicati sull'albero con Hugo, Janos, tutti gli altri bambini e i loro fratelli maggiori. All'epoca era un po' meno alto, e saltare nel giardino delle donne era facile. Proibito ma facile. Quando la porta azzurra si era socchiusa sul primo cliente, eravamo saltati fuori tutti sbraitando le puttaaaaane,  andato a puttaaaaane, finch tutto il quartiere era arrivato di corsa e quelle signore erano uscite, i capelli un po' in disordine. Finalmente le vedevo da vicino, le mani bianche e le balze, la pelle bianco latte. Vedevo da presso anche il cliente, era il pollivendolo, sotto le nostre esclamazioni sembrava un pollo che riconosce la mannaia. Stranamente avevo riso, d'istinto. Del resto tutti avevano riso, tranne mio padre, ma per fortuna gi da piccolo io correvo come un dannato.
Quest'anno  sicuro, vado sul serio dalle donne. O almeno spero. Non si  pi sicuri di niente, con quel che sta succedendo. Ho quasi finito di raccogliere i fondi. Nell'attesa osservo il mio bersaglio, nascosto sotto le foglie. Sono l'Apache in ascolto, sono il Comanche dell'albero in fondo al giardino, sono la Vipera Furtiva che sorveglia la casa azzurra. Ho quattordici anni, adesso, e la discrezione di un Sioux:  il privilegio dell'et.
Scendi!
Beccato, merda. L'importante  non muoversi.
Ancora l a far niente, Tomas Kiss? Scendi subito da quell'albero o vengo a prenderti per le orecchie!
Non riconosco la voce.  rauca e strana, se  mio zio Oscar dovr nascondermi nuovamente sotto il letto per evitare la zuppa d'avena. L'ultima volta, si son dovuti mettere in tre per farmi uscire.
Tua madre ti sta aspettando, scimmione, vieni a tavola.
Una zazzera rossa in mezzo a due orecchie sfuggenti, due trampoli al posto delle gambe e un aspetto allampanato come un gambo di sedano:  Matyas il magrolino, tutto contento del suo scherzo.
Ti ho trovato, testone, credevi che fossi Oscar il grosso, vero?
Matyas  l'apprendista di mio padre. Dovrebbe diventare sarto come lui, ma data la lentezza con cui procedono le cose qualche dubbio  lecito. Peraltro il compito si rivela pi complesso del previsto: si direbbe che Dio abbia dato a Matyas due mani sinistre e un buon senso impossibile da localizzare. E poi ha una malattia della testa, un qualcosa di strano che ogni tanto lo butta gi per terra, lui diventa rigido e sudato, gli occhi roteano come biglie, un bambolotto gigante scagliato fuori dalla vetrina del negozio. Si riprende in fretta, ma anche questo desta stupore.
In fin dei conti diceva un giorno il padre di Matyas al mio, tra una crisi e l'altra mio figlio  perfettamente normale! Com' possibile che lei non riesca a insegnargli proprio niente? Dopo mesi di apprendistato, sa a malapena infilare un ago!
Se c' un argomento che mio padre non sopporta di trattare con leggerezza o con approssimazione,  proprio il suo lavoro. Prima di parlarne, immancabilmente, si schiarisce a lungo la gola come se stesse per riassumere tutto d'un fiato la gravit sostanziale del mondo, e quando apre bocca diventa un'impresa anche dire mezza parola. Tre quarti d'ora gli servono per istruire il suo pubblico in fatto di sartoria maschile, una disciplina che pratica con passione da vent'anni e che, secondo lui, sconfina nell'arte. Mio padre si apprestava dunque a snocciolare nell'ordine gli otto capitoli della sua arringa - indispensabile precisione del taglio, conoscenza dei materiali, senso delle proporzioni, rigore, perseveranza, lavoro, savoir-faire, belle maniere - quando il suo interlocutore lo interruppe bruscamente: Da quando lavora presso di lei, mio figlio non ha fatto un solo passo avanti! Eppure non ci vuole una laurea per imparare a cucire!
La qualit del pubblico lasciava visibilmente a desiderare ma mio padre, ormai deciso a difendere l'onore della sua professione, si schiar di nuovo vigorosamente la gola, subito interrotto dal padre di Matyas: Anche un vitello saprebbe fare un orlo!
Con le narici frementi d'indignazione, mio padre tagli corto: Un vitello sicuramente s, ma suo figlio no.
Bench suo padre se ne sia andato sbattendo la porta, Matyas  rimasto con noi. Continua a cucire meglio che pu, si occupa del camino e affibbia qualche pedata al gatto, tutto al rallentatore.
 tanto caro dice mia madre, Matyas  tanto caro, ma  lento... E quel modo di parlare! Anche il vocabolario...
 vero che Matyas  lento. Cammina quasi sempre con passo pesante, intontito, come fosse zavorrato da invisibili sacchi che lo costringono a piegarsi in avanti. Se riceve un banalissimo ordine, panico a bordo, rallenta ulteriormente. Prima che abbia finito di sistemare i fuscelli, a uno a uno, nel focolare, di innalzare febbrilmente una piramide di ceppi, di raccogliere il fiammifero che si  lasciato sfuggire di mano tre volte e infine di lanciare una debole fiammata, mia madre si  gi dimenticata di avergli chiesto di accendere il fuoco e si muore dal freddo. Lo stesso vale per il cucito, un ambito in cui brilla per inettitudine.
 da non credere come si applica osserva mio padre. Ma, per quanto si applichi, rimane sempre appeso a un filo. Matyas  come il convolvolo: contorto, miserello, in cerca di sostegno.
Ma si sbaglia di grosso, mio padre. Matyas non  come il convolvolo, basta vedere le frecce che fabbrica. La prima me l'ha fatta in cambio del mio pranzo. Avevo un arco ma non le munizioni, mentre lui aveva un temperino e una fame atavica, cos ci siamo accordati. Da allora,  come se avessi aperto un rubinetto, non si ferma pi! Le sue frecce fendono l'aria come meglio non si potrebbe e vanno, eccome se vanno... Lui intaglia delle piccole ali sui lati della freccia, e io incollo piume e foglie, e lego dei ritagli di tessuto in fondo con lo spago... Gli riesce facile, a quanto pare, altrimenti non ci passerebbe le ore. Sta seduto tra le due radici pi grosse dell'albero, cadesse un fulmine lui non si sposterebbe di un millimetro. A ogni colpo di temperino soffia sulla freccia, e la segatura gli vola tra i capelli come polvere di stelle. Non bisogna aver fretta, ma il risultato  qualcosa di mai visto prima. Lo zio Oscar dice sempre che per riuscire nella vita bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto, e per Matyas  l'esatto contrario: sotto un teepee degli Appalachi trecento anni fa, il ragazzo avrebbe fatto furore. Sfortunatamente per lui, siamo in Ungheria e nel 1944, modellare frecce non  pi un mestiere e mio padre si  messo in mente di fargli modellare abiti. Quando vedo il mio amico buttare sangue e sudore sulla fodera di un cappotto, e la sua aria smarrita perch non sa in che senso tirare l'ago, mi faccio prendere dallo sconforto: solo un tonto avrebbe osato chiedere a Geronimo di usare il ditale. Detto questo, occorrerebbe una bravura mostruosa per individuare nello spilungone squinternato e miope di oggi il grande capo indiano che sonnecchia. Ma il peggio  la granitica convinzione di mio padre che tutti possano migliorarsi, nella vita in generale e in particolare nella professione di sarto, e il mio amico deve sobbarcarsi un sacco di lezioni individuali. L'altra sera, dopo aver trascorso un'ora a osservare le differenze tra il taffet, il serge e la lana pettinata, era sull'orlo del suicidio: Tuo padre mi mette degli scampoli sotto il naso e io non vedo niente. Niente, Tomi. Credo che i tessuti non mi interessino neanche un po'.
Ho evitato di dirgli che eravamo in due, in questo caso, perch non l'avrebbe consolato, e sono andato in cucina a sgraffignare dei biscotti al papavero che lui ha mangiato fino all'ultima briciola, leccando anche la scatola. Dopo, Matyas mi ha insegnato a fabbricare una cerbottana. A volte, preferirei avere un fratello maggiore come lui invece di un fratellino che fa sempre tutto alla perfezione.
Tomi, scendi da quel ramo, sei impazzito?  ora di mettersi a tavola!
A me non piace mangiare. Matyas lo sa benissimo, perch spesso gli rifilo la mia parte di nascosto, mentre ogni tanto faccio a met con il gatto. Neanche lui  normale, questo gatto. Al minimo rumore, una foglia che cade, un passante per strada, scappa come se avesse il diavolo in corpo, ma quando si tratta di mettere qualcosa sotto i denti arriva strisciando, attraverserebbe una casa in fiamme per un'ala di pollo. Tutto il contrario di me, in fin dei conti. A me non piace la carne, masticare richiede troppo tempo, preferisco la zuppa, ma mia madre prepara quasi sempre quella piccante, e io la detesto. E poi a tavola mi annoio.
Il pasto  l'unico momento in cui mio padre mi ha sotto mano, e ne approfitta per spiegarmi le cose (il senso della vita, tutti i segreti di un'impuntura perfetta, i fatti salienti della sua giovinezza), iniziando spesso con Quando avevo la tua et, figlio mio ed  un lungo racconto, ma quando non ha niente da spiegare gli vengono in mente cose spiacevoli e diventa ancora pi lungo. Negli ultimi tempi, l'argomento dei suoi rimuginii prandiali  il mio futuro. Ho dovuto interrompere la scuola, non per colpa mia, ma tra il numero chiuso e il divieto di esercitare l'una o l'altra professione sono secoli che la cultura generale non  pi consigliabile. Noi giovani ebrei abbiamo soltanto il diritto di imparare un mestiere, ovviamente manuale, meglio non avere troppe pretese.
Per quel che mi riguarda, io ho scelto di orientarmi verso il settore idraulico. Tutti i giorni mi infilo la salopette, che adoro, e mio padre sospira profondamente vedendomi. Lui mi vorrebbe sarto, ovviamente.  il suo sogno, Kiss Couture di padre in figlio, ma i sogni degli altri mi infastidiscono, io far l'idraulico, punto e basta, anche senza l'approvazione paterna. Prima, erano i miei risultati scolastici a innervosire mio padre. Sulla mia pagella, in alto a sinistra, c'era scritto il mio nome di battesimo, il mio cognome e poi ISR, abbreviazione di israelita. Vuol dire ebreo ma ISR  pi corto, il tutto occupa una sola riga e sotto rimane spazio per l'indirizzo della scuola. Nome e indirizzo, ecco le sole righe della mia pagella che mio padre leggeva con calma. Io lo innervosisco spesso, anche se non lo faccio apposta.
Tomi, ti decidi a scendere? Sono io, Matyas! Sbrigati, non ho tutta la giornata! Oggi torno a casa, figurati. Non ne ho certo voglia... ma mia madre preferisce. Con i tedeschi in giro, sar pi al sicuro in paese.
Dalla cima del mio albero non si vede soltanto la casa delle donne, si scopre tutto il quartiere, le biciclette che guizzano da una strada all'altra, la cupola di pietra della grande sinagoga e il laboratorio dello stagnino, mucchi di lamiera e attrezzi per terra. Avrebbe fatto meglio a sistemare tutto quel caos, invece di consegnarci la tinozza. Mio padre era estasiato, ma, alla faccia del progresso, da allora mio fratello e io dobbiamo lavarci l dentro tutte le settimane, non c' scampo. Se potessi salire ancor pi in alto, proprio in cima all'albero, in equilibrio sulla sua estremit appuntita, sono sicuro che vedrei l'intera citt, il canale bello stretto sotto il ponte di pietra e anche pi lontano, per quanto ne so, dove le vigne divorano le colline, dove scintillano i laghi ghiacciati, fino alle montagne con gli orsi... Come mi piacerebbe esplorare il mondo!  tutta colpa del cinema. Ti mette davanti tante di quelle meraviglie, sul grande schermo scorrono canyon vertiginosi e cactus giganteschi, immense pianure arruffate dal vento, e tu cavalchi l dentro per due ore, ma al termine dello spettacolo sei cortesemente pregato di ritornartene a casa. Sadismo puro. Pi avanti, quando la guerra sar finita, viagger per mio piacere e andr lontano. Nell'attesa mi arrampico in alto,  pur sempre un inizio...
Oh, Tomi, mi ascolti? Io me ne vado, amico! Ti sei liberato di me. Dai, vieni che ti stringo la mano, non voglio partire cos... Mi senti?
Ho sentito, Matyas. Ho sentito quello che hai detto e come l'hai detto, nessun accenno di sorriso nella tua voce, e non mi piace per niente. Come far, adesso, per le frecce? E il fuoco da accendere tutte le mattine, dovr forse incaricarmene io? Perch mi fai questo, Matyas, credi di non avere altro da imparare? Ma sei ancora un buono a nulla, a diciassette anni sei sempre apprendista, non riesci neanche a tagliare lungo il tratteggio, perch non rimani, Matyas? Ti vogliamo bene qui a casa nostra, e poi non ne sono gi partiti fin troppi? Anche quelli che si pensava sarebbero rimasti per sempre, anche gli amici, anche i padri sono partiti, per andare a lavorare duramente, molto duramente, i lavori forzati non sono una passeggiata, anche il rabbino ci ha lasciato con un A presto detto con un'espressione da kaddish funebre ed  scomparso come gli altri.  troppo tempo che va avanti cos, lo sai. Non appena si comincia a dimenticare l'assente, ne portano via un altro. Alcuni finiranno per tornare, e bisogner conviverci nuovamente, non  facile, Matyas, e i pi sfortunati, i deboli, i pi lenti non ritornano mai, cosa diventerai senza di noi, e io senza di te? E allora rimani, Matyas, rimani, ce ne sono state abbastanza di partenze. Ci separeremo pi avanti, quando sar tornata la pace.
Pensaci tu al gatto, Tomi.
Questa s che  bella! Come se te ne prendessi cura tu, della bestiola! E va bene, dannato bugiardo, chiudiamola qui, sar pi facile, faremo come dovessi tornare presto, vattene subito, e non dire niente, proprio niente, ci mancherebbe solo che te ne uscissi anche tu con un orribile Buona fortuna o un Abbi cura di te, roba che puzza di depressione lontano un miglio...
Ma qual  il vero nome del gatto, Tomi?
Il gatto si chiama Il Gatto. Ti saluto, Matyas.
A me non piacciono le complicazioni, e nemmeno gli addii, soprattutto in questo momento.
Non sono cos stupido, ho detto pensaci tu al gatto per rassicurarlo, il Tomi. Ma partir anche lui, ci metterei la mano sul fuoco. I tedeschi non ci hanno invaso tanto per farlo, vogliono catturarci. Pare che le guardie raggruppino gi quelli del mio paese per portarli a lavorare. Lavorare dove, si domandano tutti, ma io me ne infischio. Lavorare come, questo s, vorrei che me lo dicessero. Per essere preparato. Perch dovr pur imparare a farlo, e in fretta. Se soltanto sapessi cosa ci chiederanno... Mio padre e gli altri forse mi aiuteranno, se  troppo difficile.  per questo che voglio rientrare subito. Ci manca solo che se ne vadano senza di me.
Non voleva dirmi addio, quel ragazzo. Ma non sono arrabbiato con lui,  testardo. La sua non  una testa,  una pietra. Un mulo  meno ostinato di lui.  di famiglia, suo nonno, suo zio, tutti fatti con lo stampino, tutti nel tessuto, tutti ostinati come muli. Soprattutto suo padre, e so quel che dico: il signor Kiss, quando ha un'idea in mente, non gliela toglie nessuno. Mi ricordo, prima che subentrassero dei problemi, aveva un lavorante nella bottega, Abel, un bravo sarto e un gran musicista. Il padrone gli ha detto: Insegnerai il violino a mio figlio. Quando Abel suonava un'aria, era da brividi per tutti in laboratorio, ma quando Tomi impugnava lo strumento erano i vetri a tremare. Che buffonata... moriva di rabbia, il bambino, era una cosa che detestava. Suo padre ha insistito: Imparer, punto e basta. Allora il ragazzo ha demolito il violino. Il primo giorno ha tirato via una corda, poi ha scorticato un pezzo di legno, un'altra corda... Dopo tre settimane non era pi uno strumento musicale, era un torsolo di mela. Il padrone ha ceduto: Tomi ha lasciato perdere il violino, punto e basta. In ogni caso, quando lo si forza, lui scappa e lo si ritrova aggrappato a un albero, se lo si ritrova... Non lo metteranno mai in gabbia, lui. Per me invece  il contrario, vorrei entrarci, nelle gabbie, ma non ci riesco. Non riesco a far molto, a causa della mia testa, oppure  Dio che mi ha fatto cos, ma perch? Darei non so cosa per sapere quale lavoro ci faranno fare i tedeschi.
L'importante  che non mi chiedano di cucire. Non posso farci niente,  pi forte di me. Quando mi metto a scolpire, va tutto bene, i pezzi si associano nella mia testa, girano,  bello come un valzer di Abel, prima sento il ritmo, poi arrivano i movimenti, basta seguire i passi. Con i tessuti, niente. Per la macelleria, era lo stesso: non distinguevo un girello di vitello da una costoletta d'agnello. Mi hanno anche mandato presso un contabile, ma non c' stato verso. Le cose normali con me non funzionano. Anche la ragazza dell'altra volta, quella bruna del bordello, mi ha guardato e non so pi che parole ha usato, ma la sua frase voleva dire: sei proprio fuori strada. Mi ha riaccompagnato alla porta senza farmi pagare. Non rientro negli schemi, io. Forse non esiste nemmeno uno schema, per me. Quando ci penso mi fa male e lui lo capisce, Tomi... Mi mancher, quel ragazzo. Darei qualsiasi cosa per sapere su cosa ci faranno sgobbare.
Matyas  partito da otto giorni, ormai. Doveva tornare dai suoi. I suoi  importante, o quanto meno  quello che mia madre mi ripete in questo momento: I nostri,  tutto quello che conta. C' anche un proverbio che lo conferma, La mia casa  dove vivono i miei o qualcosa del genere. Gi. Ma tanto per cominciare bisognerebbe sapere con certezza chi sono esattamente i nostri, stilarne un elenco sicuro e affidabile, ma vi sfido a farlo, con i tempi che corrono non  poi cos facile. Tra i miei, per esempio, c' Matyas. Abbiamo un punto in comune: gli indiani, ma non solo. La gente guarda stranamente anche me: i vicini, i cugini, la vecchia Berta che abita di fronte, tutti mi fissano con un disgustoso insieme di pena e imbarazzo, con l'aria di dire Che sfortuna! oppure Ma guarda, allora  vero quel che si dice di questo qui, o un insieme di questi due atteggiamenti vomitevoli. Gli altri ci scrutano, Matyas e me, lui perch non ci sta con la testa, quanto a me... non mi dilungher su questo argomento altrimenti mi innervosisco, ma il fatto  che ci si capisce, lui e io. Si scherza, o quanto meno si scherzava. Inoltre, lui abitava in casa con me, il che, volendo credere al proverbio che ho citato prima, ne faceva incontestabilmente uno dei miei. Ma ora se n' andato, Matyas. Uno in meno sulla lista dei miei.
I gatti contano? Non lo so, ma non me ne importa. Il gatto: pi uno sulla mia lista.
Hugo Lazar: pi uno. Gli voglio meno bene che a Matyas ma abita di fronte a casa mia e siamo stati in classe insieme dall'asilo alla fine della scuola. Se lo incontrassi oggi, forse non lo riconoscerei, Hugo. Non  quel genere di persona che rimane in mente. Non  n alto n basso, n allegro n triste. Si confonde nella massa, anche a casa sua. Va anche detto che ha due sorelle maggiori e due fratelli minori, e io so cosa vuol dire, si piagnucola, si sta appiccicati, si fa la spia, non  per niente divertente. Sua madre ha sempre un bambino in braccio se non due o tre, non ne rimangono altre di braccia per Hugo, che passa il tempo fuori, a guardare le nuvole pi strane, o le stelle cadenti, il cielo  la sua grande passione. Il calcio un po' meno, bisogna riconoscerlo, ma gioca ugualmente. Di sera, quando io mi alleno, lui fa il portiere, e una volta su due si imbosca all'arrivo del pallone, ma nell'interesse del gioco meglio un goal perch il portiere si spaventa che niente goal del tutto. La mattina, quando mi trascino al lavoro, lo incrocio spesso mentre finge di allacciarsi le scarpe e si arriva insieme in ritardo, ma  pur sempre un quarto d'ora guadagnato sulla giornata di lavoro. L'hanno piazzato in una fabbrica di bandiere, mentre io sono dall'idraulico a fianco. Di tempo insieme ne passiamo tanto, e non  un rompiscatole, Hugo. Non parla quasi mai. Sapere che c' non mi disturba, e penso che questo lo faccia entrare d'ufficio nella lista dei miei.
Il padre di Hugo fa il sarto come il mio. D'accordo, suo padre fa soltanto riparazioni, non ha quel bel diploma di mastro con le lettere dorate e la firma del rettore. Nel tempo che mio padre impiega a confezionare un unico e bellissimo completo, il padre di Hugo ne accomoda dieci brutti, ma, alla fine, chi va al cinema da solo? Io. Perch mio padre lavora sempre. Quando mi alzo, lui lavora, la sera idem, c' sempre un'ordinazione in ballo, sempre un ritocco in corso, una fodera da rifinire. Poi arrivano i clienti e bisogna disfare tutto, esigono questo, alla fin fine preferiscono quello, bisogna risistemare tutto, hanno fretta, lui prende le misure in ginocchio, punta gli spilli sul risvolto dei pantaloni mentre loro stanno ben dritti davanti allo specchio, loro in piedi e lui a terra. Quando lo vedo curvo sotto i suoi clienti, sotto la macchina per cucire, mi fa veramente pena. Per tutto quel tempo, Hugo guarda dei film con suo padre e i suoi fratelli, tranquillo. O meglio guardava dei film, perch adesso non ci va pi nessuno, al cinema, non ne abbiamo pi il diritto, e mio padre non ha quasi pi clienti, ma il cucito mi disgusta ugualmente.
Dovrei aggiungere mio padre alla lista dei miei, e ovviamente mia madre, senza dimenticare mio fratello. Tutti li includerebbero,  evidente, ma per me lo  meno. Perch mio fratello lo trovo irritante, e i miei genitori... I miei genitori li ho eliminati dall'elenco dopo il mio bar-mitzvah. Se lo sono meritato. Quel giorno dovevo diventare un vero ebreo, un adulto, un Kiss a tutti gli effetti, un membro della comunit, in breve, un uomo. Avrei ricevuto il mio primo scialle di preghiera, avrei suscitato la massima ammirazione di tutti. Dovevo recitare un brano della Torah e ricamarci sopra da solo davanti a un pubblico. Mio padre mi aveva tagliato un completo nuovo per l'occasione, con il suo miglior tessuto e la giacca con le spalle squadrate.
Ti insegner a realizzare abiti belli come questo aveva dichiarato.
Non avevo voluto contraddirlo, non era il momento di discutere. Doveva essere un grande giorno. Il mio giorno. E invece mi sono vergognato come mai prima a causa loro. All'inizio ho letto il mio discorso davanti a tutti senza riflettere: Un pensiero per mia madre deceduta... recitavo guardando il foglio che il rabbino mi aveva messo davanti, mia madre deceduta, cosa voleva dire, non ci capivo niente, mia madre era l davanti a me, seduta nel banco, con il suo abito migliore, viva e vegeta. Quando ho compreso il testo, ho sperato che la terra si aprisse e mi inghiottisse. Mi guardavano tutti, bisognava vederli... Anche peggio del solito. Fissamente e mestamente, senza sorpresa, l'avevano sempre saputo, sapevano che la mia vera madre era morta dandomi alla luce e che l'altra, quella che io consideravo la mia mamma, quella tutta elegante l in sinagoga, era un'ipocrita.
Ora che ci penso, c'era una vecchia foto bizzarra in un angolo del nostro salotto nella quale mio padre aveva tutti i capelli e teneva sottobraccio una signora dalle ciglia lunghe che non assomigliava affatto a mia madre, appariva pi minuta, meno robusta. Nonostante questo, dall'atteggiamento confidenziale, dalle dita che si toccavano, avrei potuto capire, avrei dovuto... Ma quella foto  come i pantaloni troppo stretti che ti fanno sentire a disagio, poi ti ci abitui. Un bel giorno non te ne accorgi neanche pi. Se fosse accaduto qualcosa di veramente grave in famiglia, mi avrebbero informato, diamine: ecco quello che pensavo, come uno sciocco. In realt, nessuno mi ha mai detto niente, n mio padre, n i vicini di casa, n il Rebbe, nessuno. Per tutto questo tempo si sono limitati a guardarmi vivere con la mia madre finta. Non riesco a cancellarli, quei loro disgustosi sguardi di commiserazione, quei loro tristi occhi ipocriti, e poi si parla di comunit: dei mentitori belli e buoni, e i miei sedicenti genitori erano peggio di tutti gli altri, e il loro scialle di preghiera, il rotolo della Torah, i bei vestiti, tutti i loro stracci del cavolo possono tenerseli e sedercisi sopra, glieli regalo.
Dopo la cerimonia sono fuggito per la prima volta. Ho gettato una forma di pane e uno scampolo di velluto in una borsa e mi sono precipitato in stazione. Il velluto era da vendere o da scambiare, una volta finito il pane. Correvo come un razzo con il mio fagotto, avrei potuto spiccare il volo, non mi avrebbero mai pi rivisto e se l'erano proprio cercata, era tardi ma non me ne importava, avrei passato la notte su quella panca, su quel binario, per poi salire sul primo treno e andarmene lontano da l, in America. Immaginavo la mia partenza, lo sbuffo bianco del treno che entrava in stazione, il cigolio dei freni che fendeva le rotaie e il mio cuore batteva cos forte che non udii mio zio arrivare dietro di me. Era stato a idratarsi da un vicino di casa e mi aveva visto da lontano. C' mancato un pelo... Sarei andato in capo al mondo, garantito, se Oscar non mi avesse ricondotto a casa tenendomi per la collottola.
Non  accomodante, mio zio.  grande e grosso e spesso mi guarda senza batter ciglio, il dito puntato, con l'aria del giudice pronto a pronunciare la sentenza:  insopportabile, soprattutto perch a volte sono veramente innocente. Oscar  il fratello di mio padre, suo fratello maggiore, come precisa immancabilmente nel caso qualcuno l'avesse dimenticato. In famiglia si narra che, in passato, mio padre rimase nella nostra citt per amore, mentre suo fratello partiva per luoghi lontani a tentar fortuna in affari. A quanto pare l'amore non era stato la scelta pi azzeccata, considerando che la nostra casa oggi  due volte pi piccola di quella di Oscar, che compra e vende stoffe in tutta l'Ungheria e anche pi lontano. Sono magnifici, i tessuti di Oscar.  quello che dicono tutti: I tessuti di Oscar sono magnifici, e anche quando non lo sono si ha pi interesse a mostrarsi estasiati, altrimenti Oscar ti punta contro il suo grosso dito e dice, con la sua voce pi profonda: Se lo guardi meglio, Tomi, vedrai che  bello. Perfino sublime.  bello come la casula di Stefano I.
E sorride, asciugandosi la fronte. Non so chi sia questo signor Primo, ma se mio zio lo incontrasse, un giorno, di sicuro si farebbe vendere la casula, e anche a un buon prezzo.  capace di negoziare, Oscar. A sentir lui, sa fare tutto, del resto ha grandi responsabilit. Spesso ha male allo stomaco, ai reni, al fegato, eppure non  tanto vecchio, anche se la sua pancia arriva sempre prima di lui. In ogni caso nessuno pu ignorare questa o quella sua sofferenza a causa delle responsabilit. Ogni volta che viene a casa nostra ci illustra fin nei minimi dettagli il bollettino della sua salute, e non  certo un quadro entusiasmante, dall'ostruzione delle vie biliari alla milza ingrossata passando per il colon irritabile che conduce, con un cammino sorprendente ma inevitabile, alla famosa gola secca. Mio zio geme finch mio padre capisce e tira fuori la bottiglia, che contiene piante, anice, spezie e chiss cos'altro, macerate nell'alcol: il liquido  cos denso e scuro da bruciare la lingua, l'ho assaggiato l'altra notte mentre tutti dormivano, e in pi sa di foglie marce. Il peggio  che questa mistura costa cara. Il farmacista la vende un tanto al cucchiaio per i poveri, mentre i ricchi la sorseggiano dopo ogni pasto. Come se noi non fossimo n ricchi n poveri, mia madre ne possiede una fiala verde che conserva nella credenza. Mia madre... Come no! Non la chiamo pi mamma da quando ho appreso quello che ho appreso il giorno del mio bar-mitzvah e quando dico mia madre, adesso, lo faccio in modo che si sentano chiaramente le virgolette... Detto questo, devo riconoscere che si  sempre data da fare perch in casa nostra ci fosse tutto il necessario, compreso il liquore che aiuta a digerire. Lo zio Oscar  pi benestante di noi, ovviamente, grazie alle responsabilit, ma dato che a casa sua non ci sono bottiglie mia madre sfodera la nostra e lo zietto smette di lamentarsi. Con un gesto lento del braccio, accoglie l'arrivo del rimedio sovrano contro tutti i mali della terra. A Oscar piace coniare frasi.
 una medicina aggiunge gravemente, con la mano sulla pancia e strizzando gli occhi per la soddisfazione, dopo aver vuotato il bicchiere.  una medicina e serve anche a reidratare.
E dato che l'idratazione  madre dell'igiene se ne versa un secondo bicchiere con l'espressione molto concentrata, riempiendolo fino al bordo, e poi ancora un po', in fondo fa cos caldo, giusto un goccio, crepi l'avarizia, un farmaco non pu certo nuocere. Alla fine, Oscar non ha pi male da nessuna parte ma parla troppo forte. A volte mi domando se mio zio non venga a casa nostra solo per sorseggiare il sovrano rimedio che mia zia gli proibisce, con il pretesto che ha degli effetti collaterali piuttosto rumorosi.
Non si pu escludere che tuo zio abbia realmente una grave malattia intestinale, Tomi. Esiste un microbo che prosciuga le viscere, e dentro ti fa diventare come un papiro. Lo so, l'ho letto.
Serena  fatta cos.  capace di piazzare viscere e papiro nella medesima frase. Ha la mia stessa et e abita di fianco a noi, mi piace moltissimo, anche se a volte vorrei che fosse un po' meno saccente. Il problema con Serena  che sa molte cose. Sa anche ascoltare, ma soprattutto parla. Ha letto un sacco di libri, di conseguenza ha una sua opinione su tutto e spesso sente la necessit di esprimerla. Quando non parla, le basta scrutare nel profondo le cose e la gente per capire, senza un batter di ciglia, senza muovere un muscolo, come se non avesse corpo, ma soltanto un cervello super-efficiente collegato a due occhi divinamente malinconici. A parte questo  divertente, Serena, ha sempre idee speciali e si pu veramente contare su di lei.  la mia amica numero due, solo che  una ragazza, non una ragazza come quelle della casa delle donne (Serena non ha le mani-colombe e nemmeno quelle labbra scure che ti sconvolgono il cervello, non ha una pelle vellutata che ti vien voglia di contemplarla tutto il giorno), ma  pur sempre una ragazza e come tutti sanno ci sono cose che non si possono fare con una ragazza. Giocare a calcio, per esempio. Nel mio quartiere tutti i ragazzi impazziscono per il pallone, e fanno l'impossibile per giocarci, anche se devono accontentarsi di una palla fatta di calze arrotolate o del pallone elastico del grande Tibor quando si riesce a rubarglielo, o perfino di un sasso, ma mai, mai con le ragazze.
Hai paura di beccarti un goal da una ragazza, Tomi?
Quando la conversazione prende quella piega, smetto di rispondere a Serena e si verifica esattamente il contrario di quello che speravo: lei si innervosisce ancora di pi, il suo cervello gira a duemila giri al minuto e la sua lingua quasi altrettanto in fretta. Saprebbe tirare bene come qualsiasi ragazzo se volesse, non ci sono studi scientifici affidabili che provino che una ragazza vale meno di un maschio, ecc. Ma lei ha un bello sfoderare tutti gli argomenti possibili e immaginabili, io ho una risposta per tutti, per lei e per le sue cellule grigie surriscaldate, con tutta la potenza della fatalit: si gioca a calcio tra uomini perch si fa cos.
E al fiume, Tomi, ci andremo presto noi due da soli?
Serena fa parte dei miei anche se  veramente bizzarra, a volte.
Al fiume, bisogna andarci in gruppo. Quando inizia la bella stagione ci precipitiamo, l'acqua  gelata da urlare, ma se  tiepida si grida ugualmente, per ridere. Con i rami larghi si fabbricano ponti, manganelli, teepee e dighe con le pietre luccicanti (che servono anche nelle risse, bisogna ammetterlo). Sulla riva le erbe sono alte, le loro punte spariscono nella corrente, si contorcono come carta bruciata senza mai riuscire a rilasciare gli ormeggi. Stare a osservarle  meraviglioso, ma presto uno di noi rientra nell'acqua, e tutti lasciano perdere quello che stavano facendo per metterglisi alle calcagna... Per molto tempo, al fiume, i miei amici e io siamo rimasti dove si toccava. Poi io mi sono preso l'influenza, quella vera, quella che ti inchioda al letto e ti fa sentire gli aghi nella nuca. Per settimane mia madre mi ha somministrato t con tanto limone, mi massaggiava la schiena e approfittava delle compresse per coccolarmi, facendo finta di niente. La sera si stendeva accanto a me e posava la mia testa sulle sue cosce, Sono il tuo cuscino diceva, riposati, e mi sussurrava parole dolci. Sentivo il profumo del t caldo, la leggerezza del suo abbigliamento, una specie di vestaglia soffice, e la morbidezza delle sue gambe, accoglienti come tutto il resto, a quell'epoca non sapevo ancora quello che so oggi e non brontolavo, soltanto un sospiro per far credere che ormai ero grande, nient'altro.
Vai a giocare da un'altra parte, Gaby, tuo fratello sta riposando.
Mia madre diceva questo genere di cose a mio fratello, non bisognava disturbare la mia siesta, quando ero malato contavo soltanto io e la mia febbre, tanto peggio per il nanerottolo. Sembrava strano al cocco di mamma passare in secondo piano... Avrei voluto rimanere malato ancora per un po', ma poi l'influenza pass. Il peggio fu che tutti i miei amici sapevano nuotare, quando tornai al fiume. Che vergogna se mi fossi trovato tutto solo come un asino sul bordo... Non c' niente che io detesti pi di questo, non essere bravo come gli altri, gli sguardi di sottecchi, i L'hai visto?, i Povero Tomi mi si incollano alle guance come bava... Ecco perch ho giocato d'astuzia, quando sono tornato. Sono arrivato in costume da bagno, senza farmi vedere, e mi sono nascosto dietro un grosso cespuglio il tempo di osservare come nuotavano gli altri. Era un buon nascondiglio, il cespuglio! La freschezza del ruscello mi arrivava con il vento, una sbirciata tra i rami aggrovigliati ed ecco i miei amici. Sembravano scivolare sull'acqua, prima con le mani dritte davanti, poi sul fianco, le cosce che si ritraevano come se si punge una rana, e poi da capo, le mani, il fianco, le cosce. Ecco come si nuotava, e sentivo che era nelle mie corde: dopo una mezz'ora di allenamento in piedi mi sono gettato nei flutti, subito dove l'acqua era pi profonda, dove stavano tutti. Non ho ben capito cosa si siano inventate le mie braccia e le mie gambe mentre io sprofondavo, ma quando sono riemerso stavo a galla quasi come Hugo, Ivan e Janoska. Ho anche fatto finta di divertirmi e non era facile, provare a ridere con l'acqua che ti risale nelle narici.
Janoska non  il suo vero nome, ma da quando  nato Janos la chiamano sempre cos.  come a casa nostra: mio fratello Gabor  Gaby, la cugina Maria, Marika, una volta su due il diminutivo  pi lungo del nome, ma quando Gaby ha chiesto che senso avesse allungare le parole se si vuole accorciarle gli  stato consigliato di finire i compiti invece di riempirsi il cervello di vento. Non so se tutte le famiglie funzionano cos, ma nella mia i punti interrogativi non sono molto apprezzati.
Prima, gli adulti a volte ci raggiungevano in riva al fiume con grandi tovaglie, frutta, dolci, chi aveva dimenticato i suoi panini pescava nel cesto del vicino. Matyas, il gatto, mio padre e mia madre, gli zii e le zie, Hugo, il mio dirimpettaio, e gli altri amici del quartiere, tutti quelli che partecipavano al picnic sulle grandi tovaglie facevano parte dei miei. Ma adesso sono arrivati i tedeschi e non si sa nemmeno se si potr tornare presto al fiume. Ora i miei genitori non sono pi i miei veri genitori, la maggior parte degli uomini che facevano uno spuntino sull'erba sono scomparsi, adesso sono ai lavori forzati. La mia casa  dove vivono i miei, ma figuriamoci! I miei si volatilizzavano, talvolta avevo paura che la casa crollasse.
Ogni tanto giochiamo a calcio, Tomi e io. A me il pallone piace poco, ma Tomi mi piace moltissimo. Abita di fronte a me, dalla mia finestra vedo il suo albero. L'ha trasformato in posto di guardia-punto d'osservazione-angolo lettura e merenda e molto altro, una volta siamo anche usciti di nascosto per passare lass tutta la notte, genere cow-boy al chiaro di luna. Non si sa mai cosa possa succedere con Tomi.  come una stella cadente: una sfera di fuoco che compare senza preavviso, arpionandoti nella sua luce per poi estinguersi senza lasciare traccia e ricomparire quando non te l'aspetti.
Cerca di essere ragionevole gli ripetono continuamente i suoi genitori, comportati da adulto.
L'ultima volta in cui Tomas sarebbe dovuto diventare adulto, era in occasione del suo bar-mitzvah, che invece si  trasformato in un dramma: e questo fa passare la voglia, in tutta franchezza.
Non gli ho detto che lui, Tomi, era la mia stella cadente, sarebbe capace di offendersi.  il suo difetto,  suscettibile, soprattutto da quel famoso giorno in cui tutto  degenerato. Mi spiego meglio: all'inizio del suo bar-mitzvah andava tutto bene,  alla fine che la faccenda ha preso una brutta piega, al momento della preghiera per i defunti. Tutti sono usciti dalla sinagoga tranne quelli che avevano un morto per il quale pregare. I miei genitori e io siamo rimasti per mia cugina, poveretta, che si era lavata i capelli in una giornata molto fredda e l'indomani per lei era tutto finito. Tomi voleva andarsene ma il rabbino l'ha acciuffato per il collo. L'ha spinto sulla pedana ficcandogli in mano un foglio. Leggi gli ha detto, e Tomi ha letto. Alla fine del primo paragrafo ringraziava sua madre che aveva dato la vita per lui. Con queste parole precise: Mia madre che ha dato la vita per me. Bisognava vedere la faccia che ha fatto lui leggendolo. Era convinto di averne una, di madre, viva, seduta nella sinagoga l, accanto alla mia.
A quanto pare tutti lo sapevano, che la sua vera madre era morta di parto, dando alla luce Tomi. Tre anni dopo tutti erano stati invitati al nuovo matrimonio di suo padre con la sorella della defunta. Tutti conoscevano la storia, tutti tranne Tomi. Il rabbino probabilmente pensava che suo padre glielo avesse raccontato, oppure che Tomi l'avesse capito da solo, o magari il rabbino sperava che Tomi incassasse il colpo senza sollevare un polverone, non so, ma in ogni caso era completamente fuori strada. Quella sera stessa, Tomas mi ha chiamato dalla finestra, voleva sapere se io sapevo, anch'io. Ho bofonchiato qualcosa, avevo sentito i miei genitori che ne parlavano, poi la vecchia Berta...
 colpa mia se  morta? Tu credi che la mia vera madre sia morta per causa mia?
Ovviamente no, non era certo colpa sua, la signora era morta accidentalmente, perch cos  la vita, nascere non  affatto facile, il neonato non c'entra, ma non ho risposto subito. Sono fatto cos, io, non ho la risposta pronta, e quando la trovo spesso  troppo tardi.
La sera del suo bar-mitzvah, Tomi voleva fuggire in America. Non ne poteva pi di essere quello che manda tutto in malora. Lo capisco: gi non  facile per noi ebrei, puntano il dito contro di noi, ci accusano dalla mattina alla sera: la guerra di oggi e quella di ieri, i prezzi che salgono e perfino il brutto tempo, tutto ci si ritorce contro. Per Tomi la dose  doppia: ebreo e orfano, appena nato aveva gi torto due volte. Voleva ricominciare tutto in un paese dove non sarebbe stato colpevole. Sono veramente contento che suo zio l'abbia recuperato prima che partisse sul serio.  triste senza di lui, anche se a volte esagera. Per esempio, due giorni fa, ha cagato davanti alla porta della sua vicina di casa perch lei lo guardava troppo. La gente lo guarda,  vero, da molto tempo, con tristezza o con curiosit, dipende. Prima non sapeva perch, ma adesso lo sa: sua madre, la seconda, quella che l'ha cresciuto,  anche sua zia. E suo fratello, il piccolo Gaby nato dopo il secondo matrimonio,  un po' suo cugino. La famiglia di Tomi  un groviglio di nodi, ecco perch la gente lo fissa con occhi indiscreti: tentano di districarlo.
All'inizio, non era cos terribile. All'inizio erano sassolini, come quelli lanciati quando passavamo, qualche sporco ebreo, qualche bastardo giudeo, e le prime volte tentavamo di acciuffare il verme che ci insultava, ma poi lasciavamo correre. A Natale, ogni tanto, qualche invasato si divertiva a romperci i vetri per punirci di aver crocifisso il Cristo. Mia madre raccoglieva i cocci. Eravamo abituati, e questo non mi impediva di avere parecchi amici cattolici. A scuola stavamo tutti insieme, dopo la scuola idem, facevamo teatro insieme. Il teatro  la specialit di Serena.  cominciato tutto con brevi storie che lei raccontava a Purim, noi non le davamo troppa importanza, ma lei  talmente ostinata che il suo repertorio si  ampliato: quando ha finito i suoi cinque atti, ha voluto coinvolgere tutti, anche me.
Vedrai, quando si recita, si  altrove.
In che senso?
Perch si viaggia. E non c' bisogno di niente, si va a New York o in cima a una montagna nel preciso istante in cui lo si decide.
Stando cos le cose, ho detto d'accordo e non me ne pento. Prima di tutto ci si traveste, e questo mi piace, e poi niente  mai grave sulla scena. Posso essere orfano o avere cinque madri, diventare milionario o anche ammazzare la gente e tutti lo trovano normale, non solo non faccio pena, ma alla fine mi applaudono. In breve, a teatro non c'erano divisioni tra noi e i cattolici. Anche al calcio, a volte giocavamo gli uni contro gli altri, ma era sostanzialmente un modo di condividere. La verit  che vivevamo bene insieme, noi e i cristiani, ed  durata a lungo. Una volta i nostri genitori convivevano educatamente, e anche i nostri nonni, ed era cos ancor prima di loro. La nostra regione cambiava regolarmente proprietario, era appartenuta all'Impero austriaco, poi all'Austria-Ungheria, poi alla Cecoslovacchia, e ogni volta c'era un'evoluzione, ma concretamente non faceva differenza: tra noi si andava sempre d'accordo. Ma poi, nel 1938, gli ungheresi sono ridiventati i padroni. Si sono alleati con Hitler,  scoppiata la guerra e i sassolini nelle nostre scarpe sono aumentati. Ci sono state leggi contro gli ebrei, quote, un pacchetto di decisioni prese apposta per farci sputare sangue. A scuola, per esempio, quando ancora ci andavo, il gioved eravamo confinati a fare i servizi di fatica. Quel giorno dovevamo portare un bracciale giallo per farci riconoscere subito. Si spalava la neve, si tagliava la legna mentre gli altri, quelli che non avevano ucciso il Cristo, cantavano canzoni procedendo a passo di marcia. A volte bisognava raccogliere la spazzatura. I gioved peggiori, ci si dedicava ai giardini pubblici. Ci riunivano nel parco, tutti gli ISR a due a due e in silenzio sotto la statua del generale baffuto, quello che comanda gli alberi e le panchine con l'aria di voler affibbiare loro un bel calcio. Fino a quel momento, passavamo ancora relativamente inosservati. Ma purtroppo l'attrezzatura veniva distribuita subito, dovevamo dividerci e l all'aperto eravamo bene in vista, con le nostre grosse pale e i nostri bracciali dorati. Spazzare le foglie era ancora accettabile, ma bisognava anche raccogliere quello che i cani avevano lasciato sull'erba. Il tempo di arrivare ai bidoni della spazzatura, impossibile respirare, non bisognava tremare, un movimento falso e ci sarebbe schizzato sui piedi. A occhio si valutava gi il rischio, secca o molle. Mentre saggiavamo il terreno i passanti ci fissavano, noi a testa bassa con i nostri carichi maleodoranti, mentre alcuni sfaccendati sorridevano, dovevamo essere uno spasso! Altri sembravano in attesa di vedere se ci saremmo riusciti. Sarebbe stato troppo bello fargliela ingoiare quella roba, a tutti quei burattini. Dopo si tornava a scuola ed era tutto finito, soltanto qualche battuta sul cattivo odore, e basta. All'inizio erano sassolini, come dicevo prima, fastidiosi ma non drammatici. Ma quando i sassolini sono diventati ciottoli, pietre nascoste nelle nostre scarpe, allora s sono cominciati i guai.
Il governo ha iniziato a prelevare le persone, cos, senza chiedere il loro parere. Per lo pi le restituiva, ma non sempre, lo si  capito non vedendo pi ritornare un sacco di gente conosciuta, ebrei stranieri che risiedevano nella nostra regione da lustri. Circolavano voci terribili, gli adulti ne parlavano a voce bassa e si asciugavano gli occhi, poi gli ebrei ungheresi come noi sono partiti a loro volta, per lavorare. Vi and anche mio padre, ai lavori forzati, e la prima volta io avr avuto undici anni. Subito prima della partenza mi era corso dietro con lo spazzolone da pavimenti per quella storia dei bottoni... Devo proprio raccontarla, quella storia. Prima che ci odiassero, mio padre possedeva un laboratorio, un bel laboratorio di sartoria nella strada principale della citt. L'insegna era piccola, ma chi apprezzava i completi eleganti conosceva la strada. Sapevano che l dentro avrebbero trovato una buona accoglienza, i tessuti meravigliosi di Oscar e la macchina per cucire, ma non una qualunque, la Pfaff ultramoderna con le sue piastre di rame che luccicavano nell'oscurit e la base a forma di spaventoso arabesco, un vero drago di macchina.
Questa macchina diceva mio padre  l'orgoglio della citt. Pu realizzare una miriade di punti diversi a seconda di come si regola il chiavistello.
Nemmeno Antal Kluger, il sarto di fronte, quel genere di persona che chiama il suo negozio The Tailor Shop anche se non ha mai messo piede in Inghilterra e non  mai uscito da Beregszsz, nemmeno uno tanto pretenzioso come lui aveva una macchina per cucire cos bella e tutti i clienti di mio padre. Nessuno ne aveva cos tanti, prima della guerra. Nel suo laboratorio, sulla sinistra, c'era un cassettone di legno pieno da scoppiare di meravigliosi bottoni rossi goffrati, di bottoni blu bordati di corone argentate e perfino di madreperla con incredibili riflessi arcobaleno... Per giocare agli astragali erano perfetti. Quando ho cominciato a portarli in cortile, i miei amici impazzivano: volevano vincerli tutti, e si facevano partite pazzesche. Quelli che ridacchiavano per l'odore di cane merdoso avrebbero pianto pur di comprare da me anche un solo bottone... Quando mio padre mi ha acciuffato, il mobile dei bottoni era stato svuotato solo per un quarto, ma lui mi ha fatto una morale impossibile, del tipo non si deve-rubare-non si deve-mentire-rispettare-il-lavoro-e-la gente. Con le sopracciglia alzate e la fronte corrugata, roteava freneticamente gli occhi. Ma, nonostante quegli occhi, avrei preferito che non partisse per i lavori forzati.
Cosa sono i lavori forzati?
Gaby e le sue domande... Gi a quell'epoca ne poneva tante. Oggi il suo vizio  peggiorato. Forse l'ho gi precisato, in casa nostra le domande non sono apprezzate, quanto meno dagli adulti. Non so se Gaby  curioso per natura o se  animato da spirito di contraddizione, a meno che non si tratti, come pensa mia madre, di un malizioso scherzo del destino che si diverte a piazzare i neonati insonni presso i genitori dormiglioni e le mogli logorroiche con i mariti emicranici, ma resta il fatto che mio fratello  l'asso degli indovinelli, il campione della domanda a sorpresa. Come nascono le montagne? Perch si dice shabbat? E perch si fa? Perch si  ebrei, tanto per cominciare?
Perch  cos risponde mio padre quando  in casa.
E perch  cos?
Domande a ripetizione. Nessuno capisce dove Gaby vada a pescarle o come gli vengano in mente, a volte neanche una per quindici giorni, poi tutt'a un tratto escono a stormi come le rondini dal fienile. Perch l'erba  verde mentre il cielo  azzurro? Tutti ci spremiamo le meningi, ci arrovelliamo per rispondere, svisceriamo l'argomento e alla fine mio fratello ci guarda con aria innocente e ci domanda da dove viene il vento.
Allora, cosa sono i lavori forzati?
Dopo aver tentato di non sentire, mia madre non  pi riuscita a eludere la domanda: ha spiegato in modo comprensibile per tutti. Il nostro paese era in guerra, bisognava costruire strade e fabbricare granate. La guerra costa cara, e il segreto per guadagnare  avere un sacco di gente che lavora tanto senza essere pagata. Le massime autorit ungheresi hanno pensato che noi ebrei possiamo farlo molto bene, meglio dei protestanti e dei cattolici riuniti. Tutti i giovani del mio quartiere sono dunque andati a sgobbare gratuitamente.
 logico ha sentenziato mia madre.
A mia madre piacciono molto le cose logiche. Quando una questione la disturba per le sue cause contorte e inaccessibili, o per le sue conseguenze imprecisate e sinistre, per la sua minacciosa estraneit, quando tutte le spiegazioni del mondo si affastellano e si sovrappongono senza che si riesca a sbrogliare la matassa, mia madre tira il filo della razionalit:  logico. Ed ecco che le preoccupazioni si dileguano, i dispiaceri battono in ritirata e la porta si chiude per l'eternit su legioni di dubbi tossici e indisciplinati. Io lo trovavo piuttosto vecchio, mio padre, per lavorare lontano e a lungo. Inoltre, era gi stato ferito nel 1914, poteva bastare gi quello, ma alla fine era partito anche lui, perch la guerra aveva fame di braccia. Logico. Gaby e io lo immaginavamo a raccogliere mine sul fronte russo. I vecchi del quartiere ne parlavano, il sabato, nella sinagoga, a mani nude dicevano, i nostri uomini raccolgono le mine a mani nude e muoiono come mosche. I vecchi lo sapevano chiss come, dalla posta, dalle voci che giravano. Gaby si asciugava grosse lacrime con la manica. Il padre di Ivan, lo zoppo, era morto durante il lavoro obbligatorio, di freddo o di fame, nessuno lo sapeva di preciso, in ogni caso era triste e non ci rassicurava di certo: ai lavori forzati sembravano esserci mille modi diversi per morire.
Una sera in cui Gaby poneva veramente troppe domande, mia madre ci ha fatto sedere sulla poltrona verde. Guardandoci dritto negli occhi, ha assunto il tono grave delle occasioni importanti. Non bisognava credere alle voci, ci ha detto. Sentivamo la mancanza di nostro padre, era logico, lui era lontano ma non in pericolo, perch il destino era cinico ma sapeva anche essere giusto, soprattutto con chi aveva gi sofferto tanto. S, il destino districava i nodi della vita all'occorrenza, e quale nodo pi terribile, pi ingiusto, pi grande dei lavori forzati? Ecco perch pap non raccoglieva mine n soffriva il freddo: tagliava legna e scavava fossati a cento chilometri da casa, e a volte esercitava perfino il suo mestiere di sarto al caldo, in un laboratorio e vestito come al solito, con la sola differenza di un bracciale giallo sulla giacca, come noi quando eravamo di turno. Non c'era motivo di preoccuparsi. In quel momento, Gaby e io abbiamo pensato che per nostra madre fosse un discorso chiuso, e invece no, lei era lanciata come una ruota in discesa: ce la saremmo cavata anche se pap non era pi l con noi per procurarci il pane, niente di grave, sarebbe tornato e avrebbe ricominciato a tagliare, a cucire, a stirare, bisognava soltanto aspettare con pazienza, risparmiare, arrangiarsi con quello che c'era, s, arrangiarsi, ripeteva, pap torner, e le tremava il mento. Quella notte non sono riuscito a chiudere occhio. Tutto girava nella mia testa, le mine manuali, i giganteschi nodi del destino, i miei bottoni arcobaleno, che rimpiangevo perch a scuola era pi difficile, tra gli sguardi velenosi e gli hai visto, non ne ha pi. Per quanto sarei riuscito ad arrangiarmi senza pap? D'improvviso ho sentito il gatto strofinarsi contro le mie gambe nel letto, era soffice e liscio come un lenzuolo di seta. Quando ho capito che il gatto era Gaby, gli ho dato un calcio per principio, ma poi ci siamo addormentati l'uno incollato all'altro.
Mio padre  ritornato a casa tutto intero dai lavori forzati, questa volta e anche le successive, ma qualcosa ha cominciato a vacillare ugualmente, soprattutto di notte. Da allora, senza alcun preavviso, mi compaiono immagini atroci, io con il bracciale giallo e una grossa pala sul fronte russo, Gaby magro magro al freddo, immagini disgustose che mi salgono nella mente fin dal mattino, quelle che lasciano una traccia viscida, e se, e se, e se, non ho nessuna voglia di pensarci eppure continuo a rimuginare, che cosa succeder, se andr tutto bene, ed  come una palla che s'ingrossa diventando sfilacciata e appiccicosa, scende nel ventre, corro per buttarla fuori, mi arrampico sull'albero, niente da fare, non si muove, allora lotto un po', il primo amico che passa va bene, ma la palla soffocante e molle rimane l aggrappata. Cos'abbiamo fatto. Cosa succeder domani. Anche al calcio, non appena c' un tempo morto ritorni a quella cosa, che si indurisce, adesso la senti agitarsi e ti fa male, vorresti andartene, magari scomparire. Se non ripensassi al pettine del destino e alla certezza di tua madre - vostro padre  sempre tornato, sempre, se questa non  una prova non so cosa possa esserlo, se ce ne andiamo poi ritorniamo - ti mancherebbe l'aria, perderesti l'equilibrio. S,  il giorno in cui tutto comincia a vacillare che percepisci fino a che punto tutto fosse perfettamente in squadra, prima, e nemmeno te ne rendevi conto.
Quando  ritornato dai lavori forzati, la prima volta, mio padre  passato per caso davanti al rigattiere e ha riconosciuto in vetrina, posati sui bei cuscini come dei beb grassocci davanti al fotografo, i suoi otto ferri da stiro che io avevo venduto per comprarmi le caramelle. E i gelati. E riviste, anche. Non per vantarmi, ma mi ero arrangiato alla grande, avrei anche potuto invitare tutti gli amici al cinema se non avessi avuto il buon senso di risparmiare per andare a vedere la casa delle donne, se potevo.
Ci andrai sul serio? mi domandava Hugo guardando il denaro, andrai a vedere quelle... quelle ragazze?
Gli capitava mai, a lui, di pensare ad altro che non fossero le sue carte del cielo? Certo che ci sarei andato, avrei spinto la porta blu e forse anche due volte, quei ferri erano veramente l'affare del secolo! Ma quando mio padre  ritornato dai lavori forzati ha rovinato il progetto. Passando davanti al rigattiere ha visto i suoi ferri da stiro tutti infiocchettati dietro il vetro. Mi ha guardato. E si  girato di nuovo verso i ferri come per chiedere loro conferma e probabilmente l'ha avuta perch  sbiancato in volto, poi  diventato rosso, abbastanza perch io sfrecciassi a casa senza badare ad altro. Quando la porta d'ingresso ha sbattuto da sfondare i timpani, ho capito che mi conveniva nascondermi nel grande armadio e chiudermi dentro. Da l non udivo tutto quello che mio padre gridava, ma in sostanza si domandava che cosa dovesse fare con me. Tutti si ponevano la stessa domanda, a quell'epoca, e in seguito la situazione non  certo migliorata.
Vieni qui, Tomas, guarda come si fa.
Non ho tempo, pap...
Non puoi rispondere cos a tuo padre, vieni qui, ti ho detto. Oggi c' qualcosa che devi imparare, le basi, ragazzo mio, le basi del mestiere di sarto.
Mio padre non rinuncia mai. Se passo a meno di dieci metri da lui, cerca subito di accalappiarmi con i suoi rocchetti, i suoi fili, i suoi sproloqui. Se voglio trovare scampo, ho un'unica possibilit: aspettare che lui abbassi gli occhi sul lavoro per arretrare con discrezione e dileguarmi dalla finestra.
Rimani qui, Tomi, lo sai che ti vedo. Anche con gli occhi chiusi, quando credi che io sia assente, io ti vedo. A quanto pare ieri hai sputato addosso all'avvocato Tolvay. Non negarlo, me l'hanno detto. Non importa chi me l'ha raccontato, lo sai che siamo un gruppo, una famiglia, una comunit, non devi mai dimenticarlo, figlio mio. Sputare a un avvocato... Ti credi grande, vero? Credi di poter delineare la tua vita in tutta libert, di poter fare i tuoi errori, di farti giustizia da solo, e invece sbagli. Ogni tua azione ci coinvolge tutti, specialmente in questo momento. Devi rispettare le regole pi di chiunque altro, pi dei cattolici, pi che in passato. Che ti piaccia o no, sei un bambino, sei un ebreo e sei un Kiss. I Kiss rispettano le leggi e non sputano mai su chi le rappresenta, nemmeno quando se lo meriterebbe. Inoltre, tutti i Kiss sanno fare il punto per chiudere il lavoro. Vieni qui, te lo mostro.
Qualunque diversione imbocchi il suo pensiero, mio padre ricasca sempre sul suo ditale.
Ma io faccio idraulica, pap. Tubature, valvole, chiavi inglesi, raccordi, non cucito.
Ah, s, s, idraulica, certo... Una gran cosa l'idraulica! Del resto, non si dice intelligente come un idraulico? Lo stesso Goethe non faceva l'idraulico all'inizio? E Attila, e Bartk, tutti i nostri grandi uomini erano degli assi del rubinetto, ovviamente! Sul serio, Tomi, perch ti piace? Non pu essere per il materiale, niente di pi laido della ferraglia, e non  neanche ereditario: non  come se la met della nostra famiglia, o un terzo, o un quarto si occupasse di idraulica, e allora? Te lo chiedo per favore, Tomi, cosa ti piace tanto nei tubi, spiegamelo, sono tutto orecchie.
I tuoi completi mi annoiano.
Ti... Ti... Ripetilo pi forte se hai il coraggio!
I completi mi hanno scocciato, ecco. Sono tristi, grigi, deprimenti, nessuno  mai felice di vederli. Almeno, quando arriva la salopette dell'idraulico, la gente respira di sollievo. L'azzurro tira su di morale.
Abbassati che ti do uno schiaffo.
Poteva essere il mio apprendista. Doveva essere il mio apprendista, mia cara. La sartoria era la sua strada. Dove passa l'ago passa il filo, come si suol dire. Ma Tomi se ne infischia del filo, degli aghi e dei proverbi. Lui ha scelto l'idraulica. O questo o fare l'attore. L'attore! Come nei suoi western! Almeno quello dell'idraulico  un mestiere. Lui se ne infischia tanto dei tubi quanto degli aghi,  la salopette che gli piace. Secondo lui  quanto di meglio possa esserci, con tutte quelle tasche, le doppie cuciture, e quel blu, sai che meraviglia! Credi che esistano bambini traversi, come le strade? Mi dici che ci vuole pazienza, mia cara Anna... Ma io ne ho meno di te.  difficile dopo tanto tempo, con Tomi... Quando avevo la sua et, non mi sarei mai permesso, davanti a mio padre. Peraltro un completo grigio non  mai n barboso n tetro. Prendi dieci giacche e guardale bene: ci sono i riflessi, la trama, l'effetto lucido o, al contrario, quello opaco. Non c' mai un tessuto che cada come un altro. Tomas preferisce le camicie a quadri da cowboy, i fronzoli, i travestimenti, sono queste le cose che gli piacciono, gli shmatte di teatro! E la tuta blu da lavoro che si vede arrivare da lontano, accidenti, quella salopette vistosa, pacchiana, che errore! Non conosce la storia, Tomi. Ieri ci cucivano addosso il panno rosso, ora  il bracciale giallo, ma vuol dire la stessa cosa: da eliminare!  meglio passare inosservati. Il completo scuro rappresenta la sicurezza. Tutti i cattolici lo indossano, e anche noi. Non solo lo si porta, ma lo si realizza, si potrebbe essere pi ungheresi di cos? Ma Tomi non vuole essere ungherese. Vuole essere americano, lo fa apposta per irritarmi. Paradossalmente, Gabor  pi maturo. Mi guarda spesso mentre lavoro. Non lo si sente arrivare, ma d'improvviso la pressa da stiro si mette a parlare: Come si fa a soprafilare? Perch bisogna tagliare?
Gabor  seduto l sotto da un'ora. Vuole cucire, lui, che  il figlio minore. Non doveva andare cos, mia cara, proprio non doveva.
Ricordo che, un giorno, le parole si ritorsero contro di noi. Era un gioved e compivo gli anni, forse dodici, mia madre aveva preparato una torta gigantesca piena di noci e di altre schifezze che s'incollano ai denti, non ero riuscito a mangiarla, preferisco i panini dolci, e lei mi aveva mandato a comprare lo zucchero, ma ecco la sorpresa: dietro alla cassa della drogheria, un cartello avvertiva che l si servivano soltanto i veri ungheresi, non quelli come noi. Una frase al di sotto precisava n i cani. Prima, frasi del genere non erano mai state stampate. Pronunciate s, erano anni ormai che se ne dicevano di tutti i colori, ma scritte mai...
Scritte  molto pi grave, Tomi aveva decretato Serena, che in materia  tutt'altro che obiettiva (tanto per collocarla,  il genere di ragazza che rilegge i libri. Parla anche con gli scrittori morti, nella sua testa). Quando si scrive qualcosa, diventa vero, Tomi, e magari anche peggio: reale.
Da quel punto di vista Serena aveva pienamente ragione. Prima, nel negozio di alimentari, sulle insegne si leggeva Benvenuto o Peperoni, prendi tre paghi due o al limite Non si fa pi credito, eravamo ancora degli ungheresi quasi normali, o quanto meno credevamo di esserlo, e invece l, tutt'a un tratto, le parole ci colpivano come pietre: non avevamo pi il diritto di mangiare panini dolci, neanche il giorno del nostro compleanno.
Cani, ora che ci penso non fu veramente la prima parola che ci croll in testa. Poco tempo prima, mio padre aveva dovuto cedere il suo laboratorio al signor Zambo a causa della sporcizia. Il signor Zambo  cattolico, era anche un dipendente di pap e poi  diventato il suo padrone perch quelli come noi erano troppo sporchi per dirigere un'azienda, o anche solo per lavorare. I banchieri ebrei della nostra citt, i dirigenti d'azienda, i proprietari di vigneti, e ce n'erano tanti all'epoca, hanno dovuto restituire le chiavi. Divieto anche di inquinare l'universit frequentando gli studi superiori, e di sposare dei cattolici per non contaminare la societ dalle radici ai rami, una volta caduta la prima parola le altre seguono come le tessere del domino e ce ne si accorge sulla soglia del negozio di alimentari, vietato entrare, non sia mai che noi maiali insozziamo il commercio della gente per bene con il nostro sudiciume.
Che cos' il sudiciume?
A quanto pareva, Gaby aveva rivolto la domanda a pap che, per tutta risposta, aveva alzato il sopracciglio. Io invece avevo capito grazie ai miei anni in pi: qualcuno, da qualche parte, aveva deciso che eravamo impuri, tossici e anche invadenti. Occorreva dunque separare d'urgenza noi parassiti dalle persone autentiche...
Per smettere di insudiciarle.
Tomi alla fine aveva capito. Dopo, altre parole ancora si sono abbattute su di noi, la peste e i microbi, i marciumi schifosi da estirpare dall'umanit, ma il sudiciume fu la prima di tutte le tessere del domino.
 incredibile, in realt, questa faccenda del sudiciume. Mio padre confeziona da anni completi pulitissimi per un gran numero di persone altolocate, il sindaco, giudici, avvocati, ma ha dovuto ugualmente cedere la sua bottega, perch la legge  la legge, e se si comincia a non rispettare la legge tutto va a rotoli. Mio padre lo dice spesso: La legge  la legge, altrimenti tutto va a rotoli, con un'aria... Come se un tifone tremendo rischiasse di travolgerci in torrenti di fango, di fulminarci con lampi micidiali, finiremmo tutti stroncati con l'acqua fino alle orecchie. Per evitare questo cataclisma, mio padre ha dunque ceduto la sua bottega al signor Zambo. Qualche mese dopo il signor Zambo ha buttato fuori mio padre, che  tornato a casa paonazzo ma senza le sue grida come ruggiti, no, senza urlare n sputare sui muri, senza nemmeno lamentarsi. Mio padre ha posato il cappello e infilato i pantaloni. Con calma e sempre per la stessa ragione, perch non andasse tutto a rotoli. Si  piazzato davanti alla grande biblioteca, ha aperto un libro e quando mio padre legge in piedi senza girare pagina per un certo tempo di sicuro la questione  molto seria. Ma poi si  messo a cucire, finisce sempre cos con lui. Ha installato la macchina in salotto ma come per caso, bum!, vietato anche quello, con il pretesto che ci sono gi molti sarti ebrei che lavorano in casa, e bisogna riconoscere che  vero: quattro solo nella nostra via.
E a questo punto, dato che gli hanno vietato di toccare anche solo un ago, mio padre  diventato molto meno formale sui principi. Il rispetto della legge e tutto il resto, non ne parla pi tanto, e continua a cucire di nascosto in casa. All'inizio, la maggior parte dei suoi clienti cattolici ha fatto come se nulla fosse, compreso il sindaco che non ha mai smesso di vestirsi da noi. Bisognava vedere come si ammirava guardandosi allo specchio, il sindaco, e annuiva accarezzandosi la pancia, Lei  un artista, signor Kiss, aveva l'aria di apprezzare parecchio i suoi abiti da tutti i giorni permeati di ebraismo... La sera, mia madre raccattava i fili sparsi a terra, riordinava i rocchetti canticchiando e ripiegava gli scampoli, il laboratorio diventava piccolo piccolo per espandersi di nuovo l'indomani. Ma di decreto in decreto siamo diventati assolutamente infrequentabili. Anche l'avvocato Tolvay, che sommergeva mio padre di complimenti chiedendo uno sconto, anche quel balordo adesso si veste altrove e fa finta di non conoscerci. La guerra ha allungato di molto la stagione morta e le rughe sulla fronte di mio padre.  anche per questo che preferisco fare l'idraulico. Le persone abbandonano il loro sarto abituale in funzione della religione, della legge, della politica. Le tubature, paradossalmente, sono abbastanza inflessibili. Rumoreggiano senza preoccuparsi delle circostanze e il loro proprietario  sempre ben contento di trovare un professionista d'urgenza, non importa se uscito dalla sinagoga.
A questo punto, siamo sotto sorveglianza. Delle guardie giurate vengono a verificare se gli artigiani ebrei privati dei loro laboratori hanno la sfrontatezza di lavorare a domicilio. Se pizzicano mio padre in casa con un ditale sul dito,  spacciato. Ogni volta che qualcuno bussa alla porta,  sempre la stessa scena: mio fratello lancia un'occhiata dalla finestra e apre soltanto se c' qualcuno che conosce. Fortunatamente il sorvegliante principale si veste da noi, gratis. Di tanto in tanto mio padre gli infila anche una banconota in tasca e mia madre sospira. Lei brontola sempre, ma senza il sonoro. Neanche a me piace vedere la mano di mio padre nella tasca del sorvegliante, la sua mano furtiva, un po' servile, conciliante... Ma a quanto pare  il sorvegliante che tiene mio padre tutto intero nella sua, di mano. Quanto all'andare a rotoli, a ben pensarci  un sacco di tempo che ci siamo dentro fino al midollo.
Non hanno torto quelli che scrivono sul giornale: Il bacillo ebreo ci divora.  un'espressione poetica, ovvio, da imbrattacarte! Ma  vero, non si pu negarlo, dilagano. Me ne accorgo anch'io, non faccio altro tutta la giornata, controlli, controlli, controlli, a ogni angolo di strada c' un sarto ebreo in attivit, e prima delle leggi era anche peggio. E io che faccio venire tuo cugino, e il fratello maggiore che subentra, e io che rilevo la bottega del vicino, e io che colgo l'occasione,  semplice: hanno inflazionato il mercato. Quando  troppo  troppo, bisogna riconoscerlo... Sterminare  esagerato, ma adesso che li hanno ridotti va gi meglio:  tutto lavoro in pi per i veri ungheresi.
iTalia
Riassumo:
Non avevamo gi pi il diritto di andare al cinema.
Non avevamo pi il diritto di fare la spesa alla stessa ora degli altri.
Non si poteva pi passeggiare per strada in qualsiasi momento, ma solo nelle fasce orarie autorizzate.
Da quindici giorni,  rigorosamente vietato mettere il naso fuori di casa senza una stella cucita sul bavero. Non sono pi sassolini quelli che il Reich ci mette nelle scarpe, sono le pietre dei Carpazi. In realt, meglio non uscire del tutto, a causa dei pestaggi. Fuori, al minimo passo falso, uno sguardo, un'espressione insolente e talvolta senza alcun motivo, rischi di prendere un sacco di botte. I miei genitori hanno deciso di tenermi in casa finch il clima non migliora. Niente pi idraulica per il momento, il mio apprendistato  sospeso. Ma non mi disturba pi di tanto, soprattutto dopo l'inondazione. L'altro giorno, una perdita dal parrucchiere Stein, cinque centimetri d'acqua nel suo salone di bellezza. Lo vedo precipitarsi nel laboratorio del mio padrone, spaventato, la camicia bagnata fino ai gomiti e il pettine dietro l'orecchio, chiede dov' l'idraulico. Il mio padrone non c' e nemmeno i suoi operai, rispondo io: Ce l'ha davanti. Non  una menzogna ma solo un precorrere i tempi, ho gi la salopette e gli attrezzi, e da settimane osservo i miei colleghi lavorare. Ormai me la cavo a sistemare rubinetti e saldature. Bilancio: cinquanta centimetri di acqua nel salone del parrucchiere. Dopo, il mio padrone si  arrabbiato con me, e qualche giorno di vacanza far bene a tutti.
A casa, non sto certo con le mani in mano: per tutta la giornata colpisco sassi e leggo le mie storie di Indiani in cima all'albero. G-I-O-I-A. Mio padre, in compenso, lo chiama far niente e la mia inoperosit lo irrita nel profondo.
Chi non trasmette un mestiere a suo figlio gli insegna a rubare ripete, e quando lui inizia a citare il Talmud  veramente un brutto segno.
Non so se si annoia o se gli manca Matyas l'apprendista, ma devo prendere atto che ha resistito quarantotto ore prima di guastarmi la festa con la lezione di cucito quotidiana. Coinvolge Gabor perch s'impregni anche lui, mio padre ha detto proprio cos. Un giorno ci ha mostrato come si prendono le misure, un compito tutt'altro che semplice. L'altro ieri mi ha snocciolato tutto il suo vocabolario, da B come batista a Z come zig zag (non c' niente con la A, me ne sono accorto ma meglio non farglielo notare: quando mio padre ci impregna, il silenzio  d'obbligo). Ieri, dovevo fare il punto dritto. A prima vista sembra facile, capisco benissimo perfino io, ma poi bisogna provarci, il filo va da tutte le parti, sembra che voglia prenderti in giro, i miei orli sono tremolanti e partono storti come se avessero appena mandato gi la scorta di grappe dello zio Oscar. Non  colpa mia, il filo  subdolo. Dalla nascita. Dall'inizio della sua vita s'imbosca, prova a prenderlo nel bozzolo della farfalla, nel fior di cotone, nello stelo del lino, per non parlare del dorso della pecora, per riuscire ad acchiapparlo bisogna alzarsi presto. Non scopro certo niente di nuovo: nel corso del tempo la gente ha impiegato millenni a addomesticarlo (l'informazione l'ho avuta da Serena che legge riviste complicate sui secoli passati). Si dice filare la lana, e sembra una faccenda meravigliosamente semplice, ma in realt  una guerra: per ottenere un filo adeguato bisogna battere la lana bagnarla tirarla torcerla,  una faccenda brutale, credetemi. E qualcosa rimane sempre: quando ti appresti a passare il maledetto filo nella cruna, lui si dibatte ancora. Hai un bel tenere l'ago e prendere la mira con mano ferma, continua a sfuggirti, quindi, se si tratta di fare il punto dritto... Sinceramente non  mancanza di buona volont da parte mia, ma non si pu dedicare la vita a qualcosa di tanto infido.
Per rinfrancarmi, avrei proprio bisogno di andare a vedere le donne della casa di fronte. Ma mio padre mi ha confiscato tutto il denaro e non devo essere l'unico, in questo caso: stando a quel che vedo dall'alto del mio trespolo non ci si spintona pi davanti al cancello di quelle signore.
Anche stavolta niente, eh, Tomi?
Hugo si diverte. Al diavolo la solidariet.  fortunato, lui, pu passare le giornate sull'albero. I suoi genitori non continuano a tampinarlo con gli apprendistati, loro dedicano tutto il tempo a trovare i soldi per mangiare.
Stamattina, ho provato a nascondermi sull'albero all'ora della lezione ma mio padre  venuto a cercarmi con l'aria di chi non esiter a servirsi di tutti i mezzi legali e illegali per farmi scendere. Infilarmi un ditale  diventata una questione della massima importanza, sembra quasi che lui abbia abdicato alla sua vocazione: fare l'insegnante.
Bisogna avvolgere il cliente mi spiega a voce bassa.
Quando mio padre aveva il laboratorio era uguale, il primo lavorante che parlava forte veniva fucilato con lo sguardo. Secondo lui, le idee germogliano meglio in mezzo alla calma, e anche gli abiti. Lui sussurra, dunque, e si  pregati di tendere l'orecchio: I rotoli di tessuto che tiri fuori davanti al cliente, le misure, tutte queste cose sono carezze. Per fargli capire subito che  in buone mani. Le mani, Tomi, nel nostro mestiere, sono l'unica cosa che conta. Con le nostre mani fabbrichiamo la bellezza. Perch  quello che esige il cliente: qualcosa di bello. Bisogna abbellirlo. Anche con l'astuzia, se occorre. Alzare una tasca, scurire il tessuto, perch snellisce.
Io me ne infischio di quello che vuole il cliente, se preferisce un risvolto o una tasca applicata. Non me ne frega niente di accarezzare i tessuti e quelli che li indossano nel senso del pelo e soprattutto, soprattutto, non capisco cosa intenda mio padre per bello. Ma attenzione a non fraintendermi, non sono contrario ai completi eleganti. Se devi sfilare davanti a chi passeggia nel parco con una palata di merda, tanto vale che tu sia vestito adeguatamente, altrimenti che cosa ti rimane? Ma i completi di mio padre sono marrone scuro o verde bosco, una foresta monotona e morta. A me invece piace il colore che impatta, rosso, giallo, verde. L'anno scorso mi ha confezionato un cappotto secondo lui all'ultima moda, grigio scuro con i bottoni neri. Veniva voglia di piangere solo a guardarlo, l appeso alla gruccia, con il colletto di pelliccia a coronare il tutto, orribile. Certi materiali mi innervosiscono e altri no, non posso farci niente, e il visone... Sta tra il piumino e la parrucca, mi fa il solletico, mi pizzica, si muore di caldo e, quando c' umidit, puzza di cane. Come se non bastasse  un cadavere, e si vede. Un animale morto contro il mio collo, no, grazie. La prima sera ho dimenticato il cappotto a scuola, il giorno dopo l'ho lasciato a casa, il terzo giorno l'ho nascosto sotto il letto e quando mia madre l'ha ritrovato l'ho appeso all'albero. Allora mio padre mi ha minacciato in maniera esagerata e io, non avendo altra scelta, me lo sono infilato di nuovo. Come sia successo non lo so, ma tentando di separare la pelliccia dal cappotto la manica si  lacerata, portandosi via la parte alta della schiena. Vedendolo, ai miei genitori si sarebbe spezzato il cuore, e forse avrebbero avuto la tentazione di farmi a pezzettini. Per il bene di tutti, ho preferito gettare il visone e il suo sudario nel fiume e ho finito il percorso in gilet, anche se non faceva abbastanza caldo, ci vuol altro per farmi rabbrividire. L'indomani mio padre  stato convocato a scuola per il seguente motivo: Tomas viene in classe con un abbigliamento inadatto al clima.
Suo figlio rischia la morte! gli dice gravemente l'insegnante, pensando all'eventuale polmonite che la mancanza di cappotto potrebbe provocarmi.
Pensando probabilmente al costo dell'animale al quale avevo fatto fare il bagno fatale, mio padre non ha contraddetto il maestro e io ho passato un'altra serata nell'armadio...
Ma tu sei distratto, Tomas! Guarda tuo fratello, com' attento! Apri bene le orecchie, ragazzo: in sartoria conta solo il savoir-faire. Bisogna prestare ascolto al tessuto e a chi lo indosser. Essere sarti esige finezza d'animo.
Quante chiacchiere! Alla fin fine, un grassone palla di lardo che ha bisogno di rifarsi il guardaroba ti fa un'ordinazione e tu esegui leccandogli un po' i piedi, e sei anche costretto a maneggiare dei visoni morti, ecco la realt. Mio padre ha un bel drappeggiarla in parole leziose, ha un bell'avvolgerla in conoscenza dei tessuti e sapersi comportare, in teatro della vita e in senso del commercio, ha un bel parlare di avere un occhio infallibile e saper fare un taglio sartoriale, quando accantoni questa ridicola tiritera per vedere l'autentico volto delle cose, ti ritrovi davanti la verit nuda e cruda: fare il sarto  un lavoro servile, punto e basta.
Impara, dopo capirai. Quando verr il momento.
Potrei uccidere mio padre per questo genere di frasi. In casa nostra, l'ultima parola  sempre sua. Nemmeno mia madre prova a opporvisi. Lui parla, lei lo guarda e la vita quotidiana si piega agli ordini di lui. A lungo ho creduto che fosse il padrone ovunque, il signor Kiss. Per le vie del nostro quartiere cos come al centro della sua bottega, camminava lentamente, senza sorridere, la fronte corrugata, dritto come un fuso, un imperatore. Ci sono cascato in pieno. Pensavo che il mondo gli appartenesse. I suoi lavoranti gli ubbidivano, sotto le sue dita il tessuto morbido assumeva la caduta perfetta di una giacca. I suoi desideri foggiavano la realt, senz'ombra di dubbio. Mio fratello lo pensa ancora, ha solo otto anni, non vede ancora le cose per quello che sono, ma io lo so: in realt, il regno di mio padre  minuscolo. Sta tutto intero tra le quattro mura di casa nostra. Al di fuori, Herman Kiss  uno qualunque. Con i suoi clienti, con il sindaco e i giudici,  sempre stato piccolo e oggi  niente del tutto. Niente pi bottega, niente pi clienti, niente pi fornitori. Durante le riunioni di famiglia,  come se ci fosse qualcosa nell'aria che lo ridimensiona. Basta che lo zio Oscar entri nella stanza perch una pressione invisibile strisci sotto le parole comprimendolo. Non  una novit, questo peso silenzioso, ma oggi lo schiaccia anche al di fuori. Per strada, quando incontra un cattolico, mio padre scende dal marciapiede, anche se c' posto per tutti e due. Abbassa il capo, e il suo sguardo... Se potesse incollarsi al muro, passare sotto un'insegna, scomparire in una buca, lo farebbe. Mi fa pensare a quei toporagni lerci che si appiattiscono per scivolare sotto le porte.
Bisogna stare al loro gioco mi ha spiegato, bisogna stare al loro gioco finch si calmano le acque.
Vorrebbe sul serio farmelo credere, mio padre. Gli piacerebbe farmi credere che lui finge di essere un animale braccato, che recita la parte del bravo ebreo ubbidiente, che tutto questo  pensato, deciso, ordito per ingannare il nemico aspettando che finisca la guerra, ma io so che  molto peggio. Lo so dall'altro giorno, da quando  successa una cosa incredibile: alcuni cristiani hanno riempito di botte il nostro dirimpettaio, senza alcun motivo.
La caccia  aperta e noi siamo la selvaggina.
Il vicino aveva l'occhio pieno di sangue mentre raccontava, la mascella un po' scesa, e l'ho vista arrivare proprio in quel momento, la paura: non la sorpresa, non lo sconcerto o lo stupore, la vera paura sul volto di mio padre. Ha arricciato le labbra, i suoi occhi sono diventati color fango. Mio padre si  spento, di colpo. Lo nasconde dietro i suoi tessuti, dietro i suoi discorsi, lui cerca di depistare, ma ha semplicemente, terribilmente, pateticamente paura. Mio padre  la selvaggina. Tutti noi siamo la selvaggina.
Non ci sono soltanto le aggressioni gratuite: qualcuno viene sequestrato, a scopo di riscatto, poi ci sono denunce per chi non rispetta l'ordine di portare la stella o qualche altra stupidaggine, cos i commercianti cattolici si liberano della concorrenza con poca spesa,  un sistema pratico. Alcuni vicini di casa ci rompono i vetri, ormai  tutti i giorni Natale. Non avrei mai immaginato che fossero cos in tanti a odiarci.  semplice: sbucano da ogni parte, come se una diga si fosse rotta. Si definiscono gli antisemiti ma i miei amici e anch'io li chiamiamo i coglioni.
Tomi!
Mia madre ha questa prontezza di riflessi straordinaria: qualunque carrettata di guai ci arrivi tra capo e collo, lei trova ancora il tempo di sorvegliare il mio linguaggio. E tra lei e mio padre io semplicemente soffoco. Improvvisamente, ero disposto a tutto pur di prendere un po' d'aria: E se andassimo a pregare?
Per poco mio padre non  caduto dalla sedia.
Ma guarda! Cosa ti succede, Tomi?
Ho farfugliato qualcosa ma lui non mi ha lasciato il tempo di spiegarmi meglio.
Restiamo in casa,  pi prudente. Inoltre, la sinagoga  stata requisita.
Requisita? Ma da chi? Perch? E per chi?
Tomi, non ti metterai anche tu a far domande come tuo fratello, eh?
Avrei potuto arrabbiarmi, pestare un pugno su un mobile come faccio ogni tanto, e invece ho mantenuto il controllo: dopo il pasto, mio padre sonnecchiava su un libro, mia madre rassettava la casa con Gaby, e io sono uscito in giardino senza dir niente a nessuno, poi ho camminato fino alla sinagoga. E ho visto. Ora sono rientrato,  spuntata la luna, i miei genitori sono a letto e Gaby russa accanto a me. Vorrei poter dormire come loro, ma, se chiudo gli occhi, rivedo. I tavoli, le panche, la biblioteca, tutta la sinagoga sparsa sulla carreggiata. I mobili gettati tra i rifiuti, i libri accartocciati nel canaletto di scolo. All'interno, puzza di sudore e di acqua sporca. Decine di famiglie si ammucchiano le une sulle altre, i bambini piccoli sopra le loro madri, anche dei vecchi, canuti, ingobbiti, stretti negli angoli, ci sono cumuli di gente dappertutto. Le guardie hanno radunato qui gli ebrei dei paesi vicini, quelli di Badalo, di Gut, di Bene, pungolandoli con il calcio dei fucili, come dei pacchi. Io cercavo il mio amico Matyas, viene anche lui da Gut, quando ho visto arrivare una marea di gente stanca. Tra loro c'era una giovane donna con le guance arrossate per la fatica, le braccia tornite costellate di fagotti grandi e piccoli, legati saldamente gli uni agli altri in una ghirlanda variopinta. Sulla schiena reggeva un pacco sporgente, spigoloso, protetto da giornali, legato con lo spago da tutte le parti e, come se non bastasse, teneva per mano un bambino alto come un soldo di cacio che procedeva a zig zag sulle sue gambette.  soprattutto lei che mi impedisce di dormire, lei con la sua aria decisa, il suo modo di tenere tutto sulle braccia, tutte le cose preziose della sua vita impacchettate in quei fagotti rossi e blu. Lo scialletto le si incollava sul davanti come in piena estate, goccioline di sudore colavano sul suo collo nudo, veniva la tentazione di offrirle un fazzoletto o di darle una mano, del resto stavo avvicinandomi quando lei incespic. La montagna di involti croll, gli oggetti si ruppero, il piccino cadde gridando. Una delle guardie si precipit su di loro per picchiarli. Li ingiuriava in tutti i modi possibili. I colpi risuonavano nella sinagoga, e anche gli insulti. A quanto pareva, sua madre non l'aveva tediato molto insegnandogli un linguaggio forbito.
Non dorme. Non dormono, n Tomas n Gabor. Non hanno mai dormito bene, figuriamoci adesso... Li sento agitarsi nel loro letto fino a notte fonda. La gente dice: lei non ci sa fare, ma io ho dei bambini insonni, non c' nient'altro da capire. La gente parla, ci sono abituata,  il destino delle seconde mogli, ma le dicerie, le meschinit e le sozzure non le lascio entrare in casa nostra. Io blocco tutto, porte e orecchie. Ma i bambini non dormono nemmeno con le barricate. Gabor piange, ha caldo, ha sete, si avvinghia a me, mi parla di lupi e di foreste oscure, di castelli devastati in fondo a sentieri angusti, di orchi sporchi di sangue in grotte profonde, quindici secondi dopo la sua ultima parola gi ronfa e sono io che non dormo pi. Faccio finta, perch Herman non si preoccupi, ma non dormo. Tomi  un'altra cosa... Non mi domanda mai niente... Si gira, si rigira, stropicciando il cuscino, digrignando i denti, e non ha bisogno di nessuno. Non dorme, non mangia, tiene a distanza, getta via tutte le sue cose, picchia scalcia lacera respinge fa a pugni e da quando conosce tutta la storia  ancora peggio: ce la mette tutta per farsi odiare.  comprensibile, ovviamente, ma non si pu andare avanti cos. Che gli piaccia o no, preparer sempre dei dolci per lui, gli aprir sempre le braccia, come prima... All'inizio me lo tenevo e basta, era cos piccino, senza mamma, cosa poteva esserci di pi triste, mi prendevo cura di lui mentre suo padre andava al lavoro, poi, un punto dopo l'altro, come nel cucito... Tomi  il cielo che me l'ha affidato, e quello che il cielo lega nessuno pu separarlo. A volte lui quasi ci riesce, a lacerare tutto, ma io resisto. Anche a questo sono abituata.
 il nostro turno, le guardie arrestano tutti. O meglio tutti gli ISR, ovviamente, i CAT rimangono a casa loro e ci guardano passare. Tutto  cominciato dalla strada del falegname, poi quella del rabbino: bisogna sgomberare il campo in due ore, quindi subito. Alcuni nostri vicini hanno lasciato casa loro in cinque minuti, a piedi, con tre barattoli di marmellata avvolti in una coperta. Altri hanno caricato l'intera casa sul carretto, che traboccava di mestoli e di materassi e in cima, in equilibrio sul comodino, c'era la stufa a legna. Si  visto anche il medico spinto fuori di casa dalle guardie, con addosso un solo pezzo del pigiama, il cuscino in una mano mentre con l'altra teneva sua moglie. Il medico! Adesso sappiamo che ci prenderanno tutti, e mia madre si mette a fare i bagagli. Da due giorni non fa che cucinare. Non essendo vietato portarsi del cibo prepara in tutta fretta cetriolini sottaceto, salsicciotti, qualche uovo sodo. Bolli e ribolli in ogni angolo e lei, volteggiando nella sua vestaglia bianca in mezzo ai barattoli, sembra avere sei braccia.
 questo che mangeremo laggi? domanda Gaby, cetriolini e uova sode?
Non lo so. Ma adesso uscite dalla cucina e radunate le vostre cose, soltanto l'essenziale.
Mio fratello fa una faccia strana, a lui piacciono i pasti che sembrano pasti. Inizialmente avevo pensato di mettere in una borsa i miei libri preferiti, qualche bottone, astragali... Gaby e io eravamo fuori a raccogliere dei pezzi di legno (possono sempre servire), quando il gatto ha attraversato il cortile correndo come un fulmine, seguito probabilmente da un orribile marmocchio o da una malefica corrente d'aria.
Dentro cosa la trasportiamo, la bestiola? ho gridato a mia madre.
Lei si  affacciata alla finestra lanciandomi un'occhiata strana, e io ho capito.
Bisogna essere forti, Tomi ha precisato mio padre, come se qualcuno gli avesse domandato qualcosa.
E allora non porto pi niente. Niente libri, niente astragali, neanche un pezzo di legno, niente del tutto. Non ho bisogno di giocattoli, io, non sono come Gaby. Sono gi forte, pi che forte, l'altra sera mi sono battuto contro il grosso Samuel e Almos lo Strabico, tutti e due contro di me. Quel giorno sono tornato a casa con uno sfregio di almeno cinque centimetri, mia madre era sul punto di svenire ma avrebbe dovuto vedere cosa si erano beccati gli altri. Non ho versato una lacrima quando lei mi ha medicato, eppure il sangue gocciolava sulla mia vestaglia, neanche una lacrima mi sono lasciato sfuggire, non  certo il momento di mollare. In fin dei conti non  veramente il mio gatto, questo gatto.  arrivato a casa nostra una mattina e si  messo comodo, tutto qui. Se avr troppa fame in nostra assenza dovr soltanto fare il suo dovere, dare la caccia ai topi. Per gli ho lasciato quel grosso salame nell'incavo dell'albero, cos potr resistere finch torniamo.
Non morir di fame, vedrai.
Per quanto provi a spiegarglielo, Gaby piange. Lui dice che non sta piangendo, gli pizzicano gli occhi e basta, ma si asciuga con le dita sporche di terra e sulle sue guance scorrono rivoletti grigiastri. Non vuole abbandonare il gatto, neanche a parlarne, n la casa, n l'albero, n il suo letto, farebbe di tutto pur di restare a casa nostra, sarebbe anche disposto a promettere di dire buongiorno-grazie-scusa, giura perfino che far il bagno tutte le domeniche senza protestare. Non ha capito niente, come al solito. Lavarsi, andare a dormire sempre alla stessa ora, le buone maniere, i pasti: questi punti fermi purtroppo non sbullonabili e le discussioni infuocate che li accompagnavano sono stati spazzati via dal vento sporco della guerra. Entriamo in un tunnel nel quale la quotidianit scompare.
Mio fratello respira a scatti, squassato da singhiozzi rumorosi e pieni di muco,  contagioso e piuttosto ripugnante mentre lo accompagno in cortile, vicino al pozzo. Ci arrampichiamo sopra per scorgere il sotto, fino in fondo. Bisogna tenersi in equilibrio sul vuoto, aggrappati alla manovella, senza impigliarsi i piedi nella corda n scivolare.  profondo, l dentro, e anche scuro, meglio concentrarsi. Mio fratello ha un bel dibattersi, io lo tengo stretto, circondandolo completamente con un braccio solo. Lui mi domanda: Dov'? Dov' il denaro? Non si vede niente laggi, neanche l'ombra di una banconota, nemmeno un baluginio di oro zecchino, ma Gaby si dimentica di tirar su col naso scrutando il buco nero del pozzo, e che sollievo quando smette.
Il denaro  stato calato nel pozzo qualche giorno fa. Mia madre stava affettando cavoli quando mio zio  piombato in casa nostra. Ansimava come una foca sul punto di esplodere. Mia madre ha sfoderato la bottiglia che puzza ma Oscar l'ha fermata bruscamente: di sicuro aveva la gola riarsa, ma non era il momento di prendersene cura. Abbiamo capito tutti che la situazione era grave. Mio padre si  avvicinato, mio zio ha posato il fascio di banconote sul tavolo ed  calato un silenzio profondo.
Conta ha detto lo zio Oscar, e sembrava un ordine.
Mio padre ha eseguito, sommando in silenzio, passando la mano sulle pieghe dei biglietti di banca, asciugandosi la fronte madida di sudore e impilando il denaro a mucchi rigorosamente paralleli. Era la stessa precisione maniacale di quando stirava una camicia nuova, per di pi umida.
Mille dollari ha concluso con voce strana.
Sembrava che avesse una crisi di angina. Di fronte a lui, Oscar gonfiava il petto, raddoppiando quasi il volume.
Non vi racconter come li ho avuti si limit a dire con altezzoso disdegno, indicando i dollari allineati da mio padre.
Banconote che avevano conosciuto i grattacieli, la statua della Libert e forse anche un paio di capi indiani, cartamoneta selvaggia, biglietti di banca moderni, liberi, in una parola americani, si allineavano ormai in sacre pile sul tavolo di Herman Kiss, sarto a Beregszsz, ultima tappa di un viaggio tanto clandestino quanto improbabile di cui lo zio Oscar avrebbe serbato per sempre l'assetante segreto. Neanche sull'oro avrebbe detto una parola. Perch c'era anche dell'oro. Autentico, che scintillava come nei film. Con quel piccolo lingotto, di sicuro ci si poteva regalare una radio, forse anche un aereo.
Stai sognando! m'interruppe Gaby, come se un nanerottolo della sua specie potesse sapere qualcosa di aviazione.
Dietro la tenda, si udiva tutto e non si vedeva neanche male. Il fratellino e io ci eravamo nascosti l per ascoltare meglio la conversazione; volevamo sapere dove le guardie ci avrebbero condotto, ma per nostra sfortuna gli adulti parlavano d'altro. Raccontavano che tutta la roba del falegname, del medico e di altri che erano stati prelevati tra i primi era stata rubata non appena loro avevano girato l'angolo. I gioielli, gli abiti, tutte le cose belle che non avevano potuto portare con s erano scomparse in men che non si dica. Alcuni vicini di casa si erano serviti da soli, e anche le guardie.
Non ci faremo spennare come polli ha sentenziato mio zio.
Lui aveva capito dove soffiava il vento, lungimirante com'era, e ancor prima che i tedeschi ci invadessero aveva previsto tutto e, naturalmente, aveva venduto tutto quello che poteva. Le sue scorte e quelle di mio padre, la seta, il metro e le forbici, gli orecchini delle mogli, l'orologio del cugino, i mobili degli avi e altre cose ancora di cui scoprivo l'esistenza, tutti gli oggetti di valore della famiglia erano stati ceduti in cambio di quei bigliettoni del Far West e del lingotto d'oro superluccicante. E adesso mio zio aveva la miniera d'oro e noi il pozzo, era perfetto, avremmo nascosto l'una nell'altro e i saccheggiatori se lo sarebbero preso in quel posto. Mio zio parlava scandendo bene le parole, come un uomo che si giochi le ultime forze rimaste. Quella transazione gli aveva procurato un forte mal di stomaco, tutte quelle preoccupazioni non gli facevano bene alla cistifellea e la sua gola, ci avrei giurato, doveva essere secca come carta. Mia madre si affrett a stappare la bottiglia. Mio zio bevve altre due o tre volte aspettando la mezzanotte, poi part come un congiurato per andare a gettare nell'acqua l'oro e il denaro. O almeno lo immagino, perch io dormivo da un bel po' quando venne l'ora di annegare il malloppo. Il lingotto deve aver tintinnato contro le pietre in fondo al pozzo, ammaccando i suoi spigoli scintillanti contro la parete, a meno che non sia scomparso senza far rumore nell'acqua nera, come un gatto dietro un muro.
 cos che nascono i tesori ha concluso Serena quando le ho raccontato la storia.
Non so se l'ho gi detto, ma questa ragazza ha sempre una scorta di spiegazioni definitive.
Ho appena incrociato Tomi. Ho percepito che qualcosa lo preoccupava. Non c' bisogno di spiegazioni, io intuisco quello che si agita nella gente. A volte questo li irrita. In questo momento li vedo innalzare muri nella loro testa. Razionalizzano, si rassicurano, relativizzano, potrebbe andar peggio, i russi sono ai piedi dei Carpazi. Sdrammatizzano, presto i tedeschi verranno sconfitti, una pietra dopo l'altra il loro muro sale. Ma il sole si nasconde, la notte indebolisce le difese e la preoccupazione si insinua nei letti dove gli adulti non riescono a prender sonno. Al mattino, sembrano otri vuoti e ricominciano a chiudere le brecce. Quanto a Tomi, lui non ha paura n della partenza n dell'ignoto che incombe su di noi. Ha un'energia cieca che lo protegge. Si preoccupa unicamente per l'oro e il denaro nel pozzo. Teme che le banconote, zuppe d'acqua, diventino inservibili, e che il lingotto sia arrugginito quando torneremo a casa. Dice quando torneremo con il tono dei conquistatori.  sicuro delle sue parole,  sicuro che torneremo, e le sue braccia lunghe e nervose tracciano il cerchio che percorreremo, da qui a un laggi sconosciuto, andata e ritorno, dice quando torneremo e tra le sue braccia da conquistatore non c' posto per me. Tomi... In lui niente trema quando mi guarda, nessun luccichio nel suo sguardo, soltanto una luce viva, un lampo dai contorni netti e vivi, cosa c' di meglio dell'amicizia. Colpisce un sasso, fa finta di alzarsi in volo e ricade nella polvere nerastra, i pugni chiusi. Non lo fa per me, il colpo e il gesto, lo fa per il mondo intero, per mostrare che  forte, per suscitare invidia e non commiserazione, non per me ma forse un giorno, se ritornassimo... Quando torneremo...  cos orgoglioso, Tomi, e cos ingenuo. L'oro non arrugginisce, lo sanno tutti.
Io sono gi partito, non per andare lontano, ma pi volte. Ogni tanto, prima di tutti questi divieti, prima del coprifuoco, me ne andavo via da solo, piantavo in asso mio fratello e scappavo al cinema, viravo di bordo. Invece di rientrare in casa, impostavo la rotta per il fiume, talvolta m'imboscavo tra gli alberi e accadesse quel che doveva accadere. Non sono boschi da linci e orsi, e nemmeno ripide foreste di montagna, soffici di neve, quasi fosforescenti, ma li amo ugualmente, con i loro lievi pendii e i sentieri tortuosi, interminabili, tra le felci. Camminavo a lungo laggi e, quando si faceva sentire la stanchezza, cominciava il momento migliore. Mi sedevo su un tronco coperto di muschio, stava per calare la notte. I rumori davano gi l'allarme, le rane, gli uccelli strani. La luna si levava. Il tempo passava lentamente. Dietro gli ultimi alberi si delineavano cespugli scuri, il nero cupo della foresta. Era l'ora degli animali pericolosi e della fame, non avrei dovuto essere l ma non avevo paura. Quando parto cos, senza avvertire nessuno, non ho mai n paura n freddo. Una lampada segreta mi tiene caldo: immagino i miei genitori. Sono pallidi, preoccupati. Non sanno dove sono. Mio padre bussa alla porta dei vicini: Avete visto il mio figlio maggiore? Corre da una casa all'altra, mi crede ferito o peggio... Se l' cercata, e per me  piacere puro, come una ghiottoneria, o un regalo inaspettato. Ha paura per me, mio padre. La sua angoscia mi riempie tutto intero, potrei berla tutta la notte,  la prova che lui non me ne vuole per la mia nascita sventurata, perch ho distrutto la nostra famiglia, perch ho sciupato tutto, che felicit la sua preoccupazione! Strofino ancora la lampada: vedo mia madre scarmigliata, sta tremando, forse piange anche un po'. Non sono veramente suo figlio, ma lei  ugualmente addolorata, profondamente addolorata,  evidente. Fuori, l'ombra ha divorato il mondo. Mio padre ora vuole battere la campagna, sondare il fiume. Le sue braccia agitate vorrebbero scaravoltare le alture, scavare le gole pi profonde, sollevare l'avida oscurit che ha inghiottito suo figlio. Pi nessuno pensa a prendersi cura di Gabor, raggomitolato sul tappeto del salotto. Hanno talmente paura per la mia vita, mio padre il traditore, la mia finta madre, il mio fratellastro! Mi vogliono bene, tutti, alla luce della lampada risulta evidente, soltanto l'amore ti devasta a tal punto quando scompare nella natura, manca poco che io pianga per la loro tenera preoccupazione, per i loro gesti disorientati, per la loro attesa ardente e folle, mentre torno a casa per averne la certezza. Mia madre  livida, quasi mi stritola tra le sue braccia. Gaby si  addormentato tutto vestito ai piedi della poltrona. Il sollievo di mio padre  prorompente quando lui mi vede sano e salvo, senza nemmeno un graffio. Poi si rende conto che per non ho scuse per rientrare cos tardi e si mette a urlare da sfondarmi i timpani, ma non importa: quelle sere io dormo bene.
Mio padre non mi picchia mai. Si trattiene, grida e basta. Trema di rabbia quando mi sorprende a gettar via il cibo. Sospira quando i vicini si lamentano di me. Arrossisce, alza gli occhi al cielo, grugnisce, scuote la testa, si sgola per farmi ubbidire. Tutto il suo corpo esprime la desolazione, sono uno che scappa di casa, sono un furbo, un furfante, una canaglia. Rubo, dico bugie, abbandono, sono il peggiore degli scellerati, forse. Ma chi ha mentito per primo? Chi mi ha fatto credere che ero come tutti, il figlio di mia madre e di mio padre?
Il giorno del mio bar-mitzvah, avrei voluto che nessuno mi rintracciasse. Sarei partito per l'America e vi sarei rimasto per sempre. Non sono come mio padre, io, non ho paura di uscire dal mio rifugio, di valicare i confini. Quando la guerra sar finita andr a lavorare all'estero, come lo zio Oscar. Parler in maniera ricercata, dar ordini, avr una casa grande, non marcir in un laboratorio, non avr mai male alle dita o alla schiena come un povero sarto. Se i tedeschi ci portano a casa loro per lavorare, non ci pianger sopra.  quello che si sente dire in giro: ci dislocheranno in Germania, lontano dagli Alleati che avanzano. Ho visto come le nostre guardie trattano i vecchi e le donne, l'altro giorno alla sinagoga... I soldati tedeschi non valgono certo di pi, quando vivremo a casa loro ci tratteranno sicuramente peggio dei cani. Ma quanto meno non saremo al fronte a destreggiarci con le mine. Laggi ci faranno sgobbare, ma se mio padre ha sopportato i lavori forzati posso farlo anch'io... E lui vedr, se sono forte o no. La dislocazione non sar peggio che rimanere per ore da solo nel bosco, non sar peggio che gettarsi nel fiume gelato senza saper nuotare, non sar pi sudicio che raccattare sterco al parco. Se bisogna partire, io sono pronto.
Mia madre ha ormai sistemato tutto quello che  umanamente possibile sistemare. Ha coperto le poltrone, il cassettone e anche l'armadio con vecchi teli chiari sui quali si sono stese intere generazioni di Kiss. Conviviamo con fantasmi di cotone che divorano i mobili. Popolata da questi nuovi abitanti, la nostra casa sembra ormai pregarci di abbandonarla in punta di piedi. L'essenziale della nostra roba ha trovato rifugio presso i vicini. Rimane la macchina per cucire, l'orgoglio della citt, agli occhi di mio padre preziosa come l'oro, ma impossibile gettarla nel pozzo. La sua amata Pfaff ha deciso di nasconderla a casa di un suo amico. Non un amico qualsiasi, ovviamente, un amico cattolico. Si chiama Ferenz, sembra che sia molto devoto, mio padre e lui sono entrati nell'esercito insieme. A quanto pare i legami che vi si creano sono sacri perch questo pezzo d'uomo tagliato con l'accetta  molto gentile con noi, anche in questo momento in cui bisogna veramente avere voglia di navigare controcorrente. Mi scompiglia sempre i capelli per salutarmi al suo arrivo e mi infila in tasca i biscotti pi buoni che io abbia mai mangiato quando va via. Li prepara lui, perch Ferenz  un gastronomo, pu passare anche un'ora a disquisire sulla morbidezza di un dolce alle noci e altre tre a preparare un pasto, poi prosegue con la siesta e russa sul suo divano sotto il grande crocifisso.  uno che sa vivere, non c' dubbio. Mi domando sempre, a vederlo cos campagnolo, cos squisitamente a suo agio nel peccato della golosit, a cosa possano assomigliare le sue preghiere. In breve, Ferenz abita in un quartiere lontano dal centro, in una casa bianca circondata da alte mura. Mio padre avrebbe preferito andarci da solo con tutto quello che succede in questo momento per le strade, ma bisogna essere in due per trasportare la macchina che, avviluppata con mille precauzioni e nascosta nella carriola sotto una montagna di cartone, pesa pur sempre una tonnellata. Bisogna essere robusti, accorti e saperla trasferire senza farsi notare: una missione su misura per me, innanzitutto!
Mia madre ha lasciato da parte pentole e bagagli, e si  piazzata alla finestra della cucina per vederci partire. Una volta fuori, mio padre le fa un cenno con la mano, un tacito Non preoccuparti, lo stesso da mesi, mano alzata contro la malasorte, e di solito mia madre torna subito alle sue incombenze e a osservarci rimane soltanto la vecchia Berta, la vicina di casa, sempre di vedetta, nascosta a malapena dietro le sue tende. Oggi piacerebbe anche a me fare come mio padre, le mie cinque dita alzate in aria per rassicurare mia madre, ma lui potrebbe arrabbiarsi perch m'immischio nel loro codice personale. E cos tengo il pugno in tasca e in fondo alla via mi volto: mia madre  ancora l, immobile nonostante il codice. Anche la vecchia Berta ci osserva dietro le tende, e se potesse salterebbe nella carriola per guardarci pi da vicino, sono sicuro che lo farebbe.
Lui ha il suo stesso sguardo, identico. Le ciglia arricciate ai lati e quell'azzurro, quell'azzurro trasparente come il lago,  tale e quale sua madre... Aveva dei begli occhi, la povera Julia, e non solo gli occhi, era tutta bella, che sfortuna essersene andata cos giovane! Tutto il lavoro l'ha fatto Anna, ha cresciuto il bambino e gli vuole bene, certo che s, io posso testimoniarlo, siamo vicine di casa e sento tutto come se abitassi da loro. Ma gli occhi del ragazzo sono assolutamente quelli di Julia, soprattutto quando li strizza come ora, sollevando la carriola. Deve sembrare strano ad Anna vedere gli occhi dell'altra... Sembra strano a tutti noi... Povero ragazzo... Fa l'adulto con il berretto di lato... Si sente puzza d'imbroglio lontano un miglio con questa carriola. Non  stata una buona idea, proprio per niente, chiss cosa faranno le guardie se li sorprendono a nascondere qualcosa, picchieranno anche il ragazzo, cose del genere se ne vedono tutti i giorni... L'altra mattina mi ha rubato le calze per farne un pallone. Sembra forte ma io so che non lo , perch la vecchia Berta sa tutto: sotto il berretto c' soltanto un bambino smarrito.
Il pettine del destino deve avere denti terribilmente potenti per sciogliere i nodi (oppure  l'occhio superpotente di mia madre che mi protegge a distanza?), perch mio padre e io incrociamo cinque soldati tedeschi lungo il percorso che conduce a casa di Ferenz senza che nessuno abbia la curiosit di vedere quale drago meccanico si nasconde nella carriola. Il primo soldato si mette le dita nel naso con la massima concentrazione, il secondo  assorto a guardare l'avvenente merciaia che pulisce la sua vetrina, gli altri tre probabilmente discutono di un argomento entusiasmante, e le guardie, dal canto loro, non ci lanciano nemmeno uno sputo. In venti minuti la macchina per cucire arriva a destinazione. Mi ero immaginato che a casa di Ferenz avrebbe avuto il posto d'onore come da noi, un totem prezioso, e invece no. Dopo averci abbracciati, dissetati e rinvigoriti con un vassoio di pasticcini fatti in casa, Ferenz si alza di colpo dal divano in cui  sprofondato.
 l'ora fatidica! annuncia con la sua voce pi grave, strizzandomi l'occhio.
Direzione la cucina, porta sul retro, attraversare il giardino, le scale in fondo dopo il pergolato, attenzione sono ripide, un gradino dopo l'altro fino a una grande cantina fresca, ombrosa, con il soffitto a volta, dove d'ora in poi dormir l'orgoglio della citt, attorniata da coperte spesse e bottiglie adeguate.
Qui i tedeschi non la troveranno, la tua meraviglia dice Ferenz con il suo tono abituale, di cui non si capisce mai se  serio o beffardo.
Ma poi saprebbero farla funzionare?
Ridono. Mi sembra strano quando mio padre ride.  un fenomeno raro ma immutabile: occhi chiusi, testa china all'indietro, una nota acuta ribadita finch si esaurisce l'ilarit, ancora pi strana in questo caso perch amplificata dal soffitto a volta, e rimbalzata dai muri curvi; appena spenta quella risata chioccia, Ferenz propone di nasconderci tutti nella cantina, insieme alla Pfaff. Mio padre sorride nuovamente, su di giri, ma con gli occhi spalancati - autentica allegria farlocca al cento per cento - poi promette al suo amico di venire a recuperare la macchina per cucire non appena saremo di ritorno.
Non preoccuparti per noi aggiunge, e con una mano aggiusta una coperta sopra la macchina.
Non ride pi nessuno. Non parla pi nessuno e fa freddo, improvvisamente, in quel grande silenzio. Risaliamo tutti e tre, pi in fretta di prima, le mani incollate al muro per non cadere, impazienti di lasciare l'eco del sottosuolo, attirati dalla luce che penetra, attratti dal tepore del giardino dopo il fresco della pietra, ed eccoci arrivati, l fuori, fermi al sole, abbagliati, infiacchiti, per un po' sembra quasi che siano tempi normali, con gli uccelli che pigolano, le prime foglie piumose e le nuvole posate sui rami come fiocchi.
 bello, vero?
Ferenz posa una mano sulla mia testa. Mi piacerebbe rimanere piantato l, a respirare il cielo caldo nel suo giardino, al riparo della sua casa bianca ben protetta, ben arredata, animata, dietro gli alti muri, in quel quartiere tranquillo dove tutto e tutti sono al loro posto, ma mio padre, bruscamente, ringrazia il nostro ospite -  ora di andare, ti abbiamo gi disturbato abbastanza -, e un quarto d'ora dopo svoltiamo l'angolo della nostra via. L'ombra di mia madre  ancora ferma, immobile, dietro la finestra.
Non c' bisogno di dirle che cosa ci ha proposto Ferenz, per la cantina.  chiaro, Tomi?
E mio padre conclude a voce bassa, alzando una mano verso il cielo: In tutti i casi torneremo presto.
Signore, nella tua bont e misericordia, vieni in aiuto dell'amico Kiss e della sua famiglia, concedi loro la tua protezione nelle prove incerte che li attendono e riempi i loro piatti, s, specialmente quello del bambino, che  una buona forchetta, e anche del grande, che fa il difficile ma a quell'et si ha bisogno di mangiare e non poco. Te ne prego, Signore, riconducili a casa tutti insieme, nell'attesa io tengo la macchina al sicuro in cantina, nel nome di Ges, il Cristo, nostro Signore, Amen.
Ed eccola l, che mi guarda ancora.  una specie di malattia per lei, non posso neanche calciare il pallone in pace... Prima che ci chiudessero qui, era lo stesso: quando risalivo la strada fino a scuola, la vecchia Berta mi fissava stendendo la biancheria. Mi guardava teneramente con l'aria di compatirmi e le altre vicine facevano lo stesso, alcune sussurravano mentre passavo  il figlio di Julia, povero ragazzo, io udivo tutto. Avrei voluto urlare a quelle zotiche NON SONO IL FIGLIO DI JULIA; SONO IL FIGLIO DI ANNA E TU NON SAI NEANCHE SUSSURRARE, ma mi sarei vergognato ancora di pi, e allora mi ripulivo i piedi sulle loro lenzuola pulite e loro si mettevano a strillare che ero un mascalzone. Il peggio  che avevano ragione in tutto e per tutto, sapevano della mia vera madre, sapevano tutto, e io insudiciavo ugualmente le loro lenzuola, e dopo il mio passaggio loro raccoglievano la biancheria tutta sporca ma la vita  cos, adesso lo so, a volte le ingiustizie succedono quando non si  fatto niente per meritarle.
Lei mi guarda sempre, la vecchia. Che stupida comare! Se  cos, vado a pisciare, ecco.
Dove vai? Tomi, dove vai? Non vuoi pi giocare? Sembri arrabbiato, cosa c', posso aiutarti? Posso venire con te?
Non corre abbastanza veloce, mio fratello. Quando si avvicina, uno sgambetto e finisce l, lo semino. Berta  scandalizzata ma io preferisco essere un ragazzaccio che non un povero bambino, a conti fatti. Il sogno sarebbe essere come tutti, un bambino con una sola madre, o magari meglio di tutti, ma non una fonte di pettegolezzi e di occhi lucidi. In questo momento,  l'unico aspetto positivo della nostra situazione, non sono pi l'argomento di conversazione preferito delle lingue lunghe nel vicinato. A parte la vecchia Berta, non c' pi nessuno che si appassioni all'infelicit degli altri: a ciascuno la sua, basta e avanza. Le guardie ci hanno parcheggiato presso la pi grande fabbrica di mattoni della citt, tutti la conoscono da queste parti. Di solito, i mattoni e le tegole asciugano all'aria aperta, sotto alte tettoie collocate su pilastri di legno. Da due giorni siamo noi che ci prosciughiamo al loro posto, a terra e a centinaia, ammucchiati in grandi capannoni senza muri, senza sedie n acqua corrente n cucina. Abbiamo bisogno di tutto e non c' niente, per fortuna mia madre  fortissima a questo gioco: con un po' di paglia e un lenzuolo ci ha preparato un letto, poi un pasto con i suoi barattoli. Ho mangiato tutto quello che mi ha servito, questa volta, perch la zuppa qui  veramente una brodaglia e ce la danno solo una volta al giorno. Nel suo genere, il ghetto  organizzato alla perfezione:  tutto predisposto per farci stare il peggio possibile, e a quanto pare ci resteremo fino a nuovo ordine. Tutti si domandano quale sar il nuovo ordine, personalmente non riesco a immaginare come si possa cadere pi in basso, non ci sono neanche i gabinetti. All'inizio ci si trattiene, si pensa ad altro, poi la si fa tra le baracche, come bestie, anche le donne, sotto gli occhi delle guardie ungheresi e dei soldati tedeschi.
Porco! Scarafaggio! Mosca della merda!
La guardia che mi sorprende dietro un pilastro non ha un vocabolario degli animali sufficiente per insultarmi a lungo.  giovane, ha la pelle bianchissima, butterata. Laido e arrogante, l'archetipo del coglione, con le vene scure sul collo magro. Gli spappolerei la testa se potessi. Ne sarei capace: l'anno scorso, Janos ha provato a darmi del bastardo, ma la parola gli era appena uscita di bocca che gli avevo gi spaccato tre denti.
Vai a cagare da un'altra parte, fottuto ebreo!
Mi rivesto senza ulteriori indugi, mentre quel depravato schifoso mi guarda con aria disgustata. Vorrei veder colare il suo sangue sul palo, la sua fronte spaccata come un frutto troppo maturo. Ma c' un'arma, e io me la svigno mentre lui continua a sbraitare: Siete tutti uguali!
Agli occhi della guardia, io sono esattamente come gli altri. I giovani, i vecchi, gli orfani e le madri di famiglia, noi ebrei siamo tutti spazzatura, gli errori, i rifiuti della societ, capaci soltanto di ammucchiarsi in un essiccatoio per laterizi. Non conta il nome preciso delle nostre madri, Julia, Anna, la guardia non c'entra, l'unica cosa importante  la nostra sporca razza, prevalgono sempre e soltanto le nostre sporche facce da giudei, le nostre sporche manie da giudei, le nostre sporche convinzioni da giudei: la mia religione, ecco il cruciale, fondamentale, autentico affare di Stato.
Ho l'impressione che troppo spesso la gente faccia una montagna di inezie che lasciano pressoch indifferenti i principali interessati.
Io, per esempio, me ne infischio di essere ebreo. In questo momento mi farebbe comodo non esserlo, ma  un dato di fatto: sono ebreo, e non posso non esserlo. L'amministrazione ungherese va a rovistare anche nell'albero genealogico di gente che aveva dimenticato di esserlo e con un timbro, bum!, rinfresca loro la memoria. Hanno un bel giurare su Ges-Giuseppe-Maria che sono cattolici battezzati e cresimati da un pezzo, lo scribacchino del municipio chiude loro il becco: La conversione non conta e va a riesumare la prova inconfutabile: l'atto di nascita dei nonni Aaron, Edna e Salomone. Quei poveri cristiani se ne vanno pi israeliti di com'erano arrivati, spiazzati dal dovere il loro inossidabile ebraismo ad antenati scomparsi da molto tempo, dei quali rimangono soltanto i nomi quasi cancellati al cimitero e una gamba di legno in soffitta.
Hugo mi aspetta davanti al nostro capannone.
Dov'eri? Sono venti minuti che ti cerco.
Sulla spiaggia.
Molto divertente. Devi sorvegliare Gaby, tua madre  andata a cercare dell'acqua. Hai visto, ne arrivano ancora tanti...
Joseph Rosenberg  appena entrato nella fabbrica di mattoni.  il nipote di Berta. Un tipo gioviale, alto e robusto. Sarebbe stato un portiere straordinario se avesse accettato di abbandonare il Talmud di tanto in tanto, ma nella sua famiglia sono quasi rabbini di padre in figlio, dunque il calcio  come il ruscello o il cinema: impuro. Del resto il grande Jojo non  mai stato nella nostra classe. Fino a oggi, frequentava una scuola speciale. Gli ortodossi sono cos, hanno i loro posti, le loro abitudini, i loro vestiti particolari. Sua madre porta una lunga parrucca e suo padre un cappello nero, se volete incontrarli dovete conoscere dannatamente bene la strada che conduce alla sinagoga. Trapiantati nel bel mezzo della fabbrica di mattoni, i Rosenberg hanno l'aria sgomenta dei nuovi arrivati, quella incapacit terrorizzata e contagiosa di capire, accentuata, nel loro caso, forse per il cappello, la parrucca, la vecchia Berta aggrappata al loro braccio, da qualcosa di terribilmente bizzarro e doloroso a vedersi: come dei pesci buttati fuori dalla boccia.
Entrando nel capannone, Joseph ci fa un piccolo cenno con la mano. Si sistema in fondo, con le sue cinque sorelle alle calcagna, e apre con cura il paniere sul terreno fangoso. Da casa si  portato solo il suo scialle di preghiera e i suoi filatteri. Hugo non riesce a capacitarsene. Lui ha preso un sacchetto di astragali e una fionda. A ciascuno quel che gli serve.
Allora, megere, cosa avete da guardare?
Serena ci ha raggiunti. Lei, prima di partire per la fabbrica di mattoni, ha buttato tre libri dentro una coperta, punto e basta. Le indico gli otto Rosenberg seduti per terra tutti in fila.
Bene, cosa fanno?
Niente, appunto.
I Rosenberg non fanno niente. I genitori di Joseph non si affannano come i nostri, non cercano paglia o chiodi, non tentano di fabbricare qualcosa quasi dal nulla, un sedile con una coperta, un paravento con un lenzuolo, in questa frenesia inquieta del ghetto. Il grande Joseph ha posato i suoi filatteri. Chiude gli occhi e suo padre e sua madre, chini verso di lui, lo accompagnano nella preghiera. Mormorano dondolando il busto, alzando le mani, stretti gli uni contro gli altri, uniti nello stesso ritmo, indifferenti alla gente, al rumore, al carrello della zuppa che passa cigolando, come se ci ricordassero che non c' niente da fare, che non vale la pena di agitarsi, che non c' niente in cui sperare, a parte un miracolo. Con le sorelle e il rabbino, formano un cuore pulsante la cui onda si espande tutt'intorno e sfiora le donne che si immobilizzano, i vecchi stanchi che alzano il naso: al canto dei Rosenberg la baracca si ferma per chiamare aiuto ed  come se un battaglione di soldati perduti abbassasse le armi.
Cosa succede, Tomi? domanda mio fratello. Tomi, perch piangono tutti?
Manca solo che mi ci metta anch'io, una volta uscita la prima lacrima ci si scivola sopra e non c' pi scampo. Tiro Gaby per la manica, Hugo e Serena ci seguono e ci allontaniamo da quella vibrazione contagiosa e tossica.
Nella mia famiglia come in quella dei miei amici, siamo ebrei e non occorre scuotere i rami dell'albero genealogico per dimostrarlo, ma non ne facciamo un caso nazionale. Mia madre porta i suoi capelli veri e mio padre non ha mai posato l'ago per pregare. Tranne che alla sinagoga, naturalmente, per lo shabbat e le feste importanti. In quei giorni figuriamoci,  una cosa seria, mio padre si impegna. Vedendolo cos compreso, gli si darebbe la medaglia per la fede religiosa. Ma certo, come no... fa finta, per compiacere i suoi clienti. Quando aveva la sua bottega, vestiva tutti i gran signori della comunit, i rabbini, i professori, i Rebbe, e quelli non scherzavano con il culto. Volevano un sarto che condividesse le loro convinzioni, uno pio e onesto che non vendesse loro dello sha'atnez senza che se ne accorgessero. Lo sha'atnez, ecco il grande affare di mio padre, la chiave del suo successo!  un tessuto che mescola lana di montone e lino.  impuro al massimo. Un solo mezzo centimetro di lino in un abito di pura lana e le preghiere di chi lo indossa non possono pi levarsi fino all'Essere Supremo, e restano bloccate gi per anni. Lo affermano tutti i testi: lo sha'atnez va bandito dall'abbigliamento. Del resto, se ci asteniamo dall'indossarlo per tutta la vita, riceveremo nel mondo futuro vesti di salvezza e un manto di giustizia o qualcosa di simile. Mio padre, prima, recitava questo genere di cose in mezzo alla sua bella bottega. Le scandiva dritto nel suo bel completo elegante e senza pieghe, staccando bene le sillabe, man-to-di-giu-sti-zia, prima di promettere una confezione perfettamente kasher. I rabbini e i Rebbe adoravano le sue chiacchiere. Indossavano l'abito garantito senza sha'atnez, pagavano subito e fino all'ultimo centesimo e si avviavano verso la sinagoga con il cuore leggero. Ma io sarei pronto a scommettere che mio padre non ha mai creduto in Dio.
Spostatevi un po', ragazzi, date fastidio.
 tornato nella baracca, il signor Kiss. Il suo vestito  tutto stropicciato. Non lavora, ma ha l'aria pi stanca che mai. Avanza verso di noi, poi nota il gruppo delle persone in preghiera e si ferma, esita, oscilla da un piede all'altro, poi si unisce al coro vibrante dei Rosenberg come se si tuffasse in acqua, quasi sorpreso, senza averlo previsto. Tutti gli adulti l'hanno fatto, alla fine, quelli che credono e quelli che fanno finta, risucchiati uno alla volta dall'onda fervente della preghiera, gli ortodossi e gli altri, le donne con la parrucca e quelle con i capelli, i vecchi, i giovani che tengono stretti i loro bambini, quelli che abitualmente fanno ricorso al cielo, quelli che lo implorano come ultima risorsa, si sono avvicinati tutti, attirati da quel turbine di speranza triste il cui epicentro altri non  che il grande Jojo, e adesso sono tutti uniti sotto il tetto di tegole per chiedere non pi un chiodo, un telo, un pezzo di pane o un bicchiere d'acqua, ma la salvezza di tutti, e che discenda su di noi, con i raggi del sole, l'indulgenza di Dio.
Tu credi che pregare serva a qualcosa? mi domanda Hugo, guardandoli.
Io scuoto la testa: Boh.
Se l'Eterno non ascolta, non sar colpa del vestito mormora Gaby. Il vestito del grande Jojo  pap che l'ha tagliato, e i vestiti di pap spingono le preghiere come si deve.
Gaby si riferisce allo sha'atnez precisa Serena, come se fosse la sola a conoscere la questione.
Personalmente, non vedo come il fervore dei Rosenberg possa essere bloccato da un minuscolo filo di montone, fosse anche tessuto insieme a del lino. Un'altra cosa inventata di sana pianta per complicarci la vita. La religione, ho notato, fa dei giochetti, esagerando con miliardi di regole nelle quali non c' mai niente da capire, alla fine  cos perch  cos, ed  questo che mi d fastidio.
Nella baracca, Joseph mette via il suo scialle. Mancano sempre i letti, le sedie, i gabinetti e anche le forze. La preghiera appena conclusa ha assorbito l'energia rimasta. La vecchia Berta non mi guarda pi, i suoi occhi fissano il vuoto. A intervalli regolari, sembra svegliarsi di soprassalto e chiede dove siamo. Joseph le tiene la mano senza rispondere. Si fa notte. Quando chiudo gli occhi, vedo la pelle butterata della guardia e quando li apro la paglia grigia e il terreno polveroso, il vestito sporco di mia madre distesa accanto a me. Dorme, lei. Lei dorme dappertutto, finch ha mio padre accanto. Intorno a noi dei vecchi si lamentano, quelli che non si lamentano piangono, quelli che non piangono sospirano e i bambini piccoli... vedere i bambini piccoli  qualcosa di terribile. Sotto il capannone non risuona pi la preghiera infervorata di prima, non  la supplica vibrante, comune, il turbine sonoro della speranza, ma un singhiozzo a cento voci, un pianto multiplo, discordante, che non cessa mai. Impossibile chiudere occhio. Pagherei non so cosa per avere un panino dolce e un materasso, anche di tessuto impuro. Chi in questo mondo si guarda dall'indossare dello sha'atnez meriter nel mondo futuro vesti di salvezza e un manto di giustizia.  quello di cui avremmo bisogno adesso, la salvezza e un manto.
Riposati, moglie cara, mia bellezza bruna, tenera e inquieta, addormentati davvero... Tu fai come se, lo so. Anch'io non ti dico tutto, perch dovrei?  come con i tessuti, la trasparenza non serve a nessuno... Tu forse avresti accettato la cantina come rifugio. Io preferisco piegarmi alle loro regole. Andremo dove vogliono loro, lavoreremo tutto il tempo che occorre per assecondarli, e poi passer.  sempre passato. Fortunatamente qui non siamo in Polonia, il nostro governo protegge gli ebrei. E poi noi siamo insieme, tu, io, i ragazzi, mio fratello, tua sorella... Oscar ha saputo che in citt ci sono dei lavori. Il suo vicino di capannone  stato richiamato per riparare la carreggiata. L ha barattato la sua fede nuziale con due pagnotte che ha fatto entrare nel ghetto nascoste sotto la camicia. Te ne porter anch'io. Ce la caveremo, mia cara, la guerra finir presto. Dormi, moglie mia, rimettiti in forze,  la loro ultima vendetta, dopo ne avranno abbastanza e la vita riprender come prima.
Restiamo insieme.
Sono tre settimane che siamo rinchiusi nella fabbrica di mattoni e mio padre ha una sola ossessione: insieme. Tutto il resto - sporcizia, rumore, freddo, insulti - si direbbe che non lo disturbi, purch si stia in famiglia. Lo zio Oscar vive nel capannone di fronte, la sorella di mia madre e suo marito vivono in quello accanto. Ogni giorno, spesso pi volte al giorno, mio padre fa il giro della famiglia (Va tutto bene, avete dormito, noi abbiamo ancora dei pomodori se vi interessano, cerco dell'aspirina), e passando raccoglie qualche notizia dal fronte. Ritorna sollevato o triste ma sempre taciturno, non c' modo di cavargli una parola a parte un domani andr meglio e, quando si insiste, taci e mangia, eventualmente accompagnato da uno scorbutico punto e basta. Questo, almeno, non cambia. Mio padre  sempre stato l'esperto in fatto di disciplina con i suoi tu suonerai il violino e la mia bottega diventer la tua, tutte quelle frasi che mi fanno venir voglia di sfondare le porte a pugni... Tenace, mio padre, una sega lenta che si accanisce senza deflettere.
Si resta insieme, e si lavora.
Seconda, terribile, ossessione paterna: il lavoro. Senza lavoro, mio padre non sa vivere. Fortunatamente ha trovato da fare. A forza di mandare i cattolici al fronte e parcheggiare gli ebrei negli essiccatoi, prima o poi doveva succedere. Non ci sono pi uomini a sufficienza in citt. Mancano lavoratori ovunque, cos l'amministrazione ha prelevato dal ghetto operai, elettricisti, falegnami. I sarti non erano una priorit, ma mio padre ha comunque alzato la mano e ormai si reca regolarmente in una sartoria gestita da un cattolico.  sinceramente felice. Eppure  solo un lavoro, accidenti, niente di cui rallegrarsi! A mio padre dispiace che io non lo accompagni. Se sapessi cucire, andrei con lui in sartoria. Dice cos, mio padre, se tu sapessi cucire, come se la cosa pi importante del mondo, in questo momento, fosse saper usare l'ago. Io, comunque, mi rendo utile, molto utile nella fabbrica di mattoni. Mi occupo di quelli nuovi, quelli che sono arrivati dopo di noi. Sono smarriti, sembra che abbiano ricevuto una gran botta in testa, e a volte  proprio cos: in questi casi cerco di guidarli. Non so tenere in mano l'ago, ma a quella gente non importa affatto, perch io procuro loro dei chiodi, un cuscino, spiego loro tutto quello che bisogna sapere - La vostra baracca  l, pi oltre potrete accendere il fuoco per far bollire l'acqua, qui ci sono le latrine, le hanno scavate, s,  davanti a tutti, ma  meglio che niente -, grazie a me capiscono rapidamente come funziona la fabbrica di mattoni e quelli che hanno gi capito li aiuto: sorreggo gli anziani, sollevo i pacchi, scovo una coperta. Mi ringraziano tutti, mi toccano, mi stringono. Io non so cucire, ma con questa gente sto facendo un ottimo lavoro.
Il mio Rebbe, per esempio:  arrivato l'altro giorno con tutta la sua famiglia. Lui  quello che, ogni mattina, alla scuola ebraica, mi insegnava la religione a suon di pedate nel sedere. Appena arrivato alla fabbrica di mattoni, cercava le camere. Quando gli ho portato della paglia, ha fatto una faccia strana, poi si  sentito male, a momenti mi sveniva tra le braccia.
Sei un bravo ragazzo, tutto sommato. Mi scusi per gli scappellotti, vero?
L'hanno rasato, il Rebbe. Adesso non sembra pi lui. Ha strani ciuffi che gli spuntano sulla testa e neanche pi un pelo intorno alle orecchie, a guardarlo viene voglia di scherzare, cosa che fino a oggi era impensabile, o meglio assolutamente impossibile. Senza i suoi payot, i lunghi boccoli, non  nessuno. Darei non so cosa per restituirgli i suoi capelli e detestarlo come prima.
Il Rebbe non  il solo a essersi rammollito. Qui la gente diventa strana, soprattutto di sera, quando cala la notte. Non sono soltanto i vestiti sgualciti, gli occhi pesti,  qualcosa che succede dentro: i nervi cedono. La vecchia Berta non guarda pi nessuno, nemmeno me, ulula come un cane malato, e quando tace c' sempre un matto che dice creperemo tutti o qualcosa del genere. L'altro giorno, qualcuno si  scagliato contro il muro per scappare. In tempi normali, gli adulti sarebbero incerti tra ridere e piangere, ma adesso fanno tacere i matti e tornano a sdraiarsi, a cercare cibo o acqua per lavarsi la faccia, sempre a caccia di qualcosa, sempre all'erta, il bastone delle guardie non  mai lontano. Quei coglioni ci sono riusciti: la sera siamo come degli scarafaggi, sporchi, brulicanti, silenziosi.
Smettila di dire sciocchezze, per favore.
A Serena non piace che mi arrabbi cos. L'ho raggiunta a fine giornata, Hugo mi ha seguito e ci siamo ritrovati tutti e tre, in un angolo vicino all'infermeria. Serena ha gli occhi umidi, sembra anche lei sul punto di piangere.
Di solito la nostra amica ha dei begli occhi scuri e asciutti, magari un po' velati quando  triste, oppure neri di collera, ma vederglieli umidi  una novit. Se cede anche lei, dove si andr a finire? Serena rimpiange la sua camicetta ricamata, quella con le balze sul davanti, la indossa spesso, quella camicetta, e fa bene, perch quando si muove le balze si sollevano e sembra che lei stia per volare via,  molto graziosa, ma ecco cosa succede quando si fanno le cose in fretta e furia: ha lasciato la camicetta nella cesta della biancheria e le spiace talmente tanto che le viene da piangere. E le manca la scuola. Sembra assurdo ma  cos, le manca la scuola, e poi il peggio del peggio: non ha pi niente da leggere. Neanche un libro. Quelli che ha portato con s li ha gi letti venti volte, li riapre, prova con tutte le sue forze ma non funziona pi, impossibile rientrarci. Se solo avesse la sua raccolta di racconti, quella con la meravigliosa storia del contadino attratto da una strega drago, sprofonderebbe nella lettura per uscirne soltanto all'ora della zuppa cattiva e poi ritornarvi nuovamente. Ma quel libro  rimasto a casa con la camicetta.
Adesso sono chiusa qui dentro dice, e i suoi occhi diventano lucidi, le lacrime sono sul punto di sgorgare.
La tua storia meravigliosa  quella del tizio che andava per funghi? le chiedo.
Gi, o meglio i funghi non sono certo interessanti. L'importante  che l'eroe incontra la persona sbagliata, e il suo amore lo distrugge a fuoco lento.
Ce l'ho fatta, gli occhi di Serena sono asciutti. Conosco quel libro, una volta me lo leggeva mia madre. La strega  irresistibile vista di fronte, con la grande treccia che pende fino a terra, ma di schiena  vuota, con le viscere che le escono da dietro. Anche Hugo se la ricorda, soprattutto l'illustrazione con l'intestino penzolante quando quell'orribile donna superpotente spicca il volo per attrarre il giovane contadino. Ma il peggio  che ci riesce: l'uomo s'innamora perdutamente della dragonessa. Bisogna essere davvero tonti per amare una donna senza schiena che sputa fuoco, e soprattutto per apprezzare una favola come questa, ma Serena sembra distrutta proprio perch non ha il libro sotto mano, quindi a mali estremi, estremi rimedi: Hugo e io le rifaremo il libro.
Io faccio la strega, tu fai l'uomo mi dice lui.
Neanche per sogno, tiriamo a sorte.
Bene. Ma io perdo. Dato che la sorte mi  contraria, rimbocco un po' il fondo dei pantaloni, arrotolo le maniche, recito la parte del povero contadino e Hugo quella della strega malefica. Facendo ballare le braccia mima le budella che scendono dalla schiena e aggiunge dei tentacoli sui fianchi, sfilandosi le maniche della casacca. Serena disapprova: I tentacoli nel libro non ci sono.
Abbiamo comunque il diritto di ricamarci sopra. La storia inizia quindi in fondo alla foresta remota dove vive la creatura bella davanti e ributtante dietro. Hugo fa finta di pettinarsi i lunghi capelli e batte le ciglia come un'attrice del cinema, nascosto dietro un albero invisibile.  duro continuare senza mettersi a ridere, ma adesso tocca a me: cammino da una baracca all'altra fischiettando come se andassi a raccogliere funghi, un sasso qui, un altro l, raccolgo funghi immaginari con la sicurezza dell'esperto che non confonde mai l'amanita con il boleto. La nostra interpretazione deve essere piuttosto convincente, perch Serena ci guarda stupita, certo, ma senza fare nessun commento spiacevole. La mia raccolta  finita e la strega  pronta a esercitare i suoi incantesimi quando una veria guardia ungherese entra in scena, incuriosita da questa riunione di cospiratori malvestiti che vagano al crepuscolo con le mani piene di sassi.
Facciamo teatro, signore! precisa Serena a scanso di equivoci.
Fate cosa? bofonchia il ciccione, continuando a maneggiare il fucile.
Uno spettacolo, signore. Pi precisamente un dramma ispirato a una leggenda.
E sorride alla guardia a bocca chiusa, con quel sorriso saggio e assorto che spiega perch suo padre non l'abbia mai inseguita con una scopa. Il grassone, stupefatto, alza le spalle con l'aria di chi  stato disturbato senza motivo e, non appena si  allontanato, la strega mi si para davanti con una capriola rocambolesca. Parte il corteo nuziale, Hugo canta a squarciagola, si innalza in aria, ridiscende a spirale, proietta uno schizzo infuocato che ricade sotto forma di stelle filanti, il tutto senza nessun materiale scenico, che il mio compagno compensa con una gestualit fuori dal comune, ed ecco: il contadino che interpreto, folgorato dall'amore, ebbro di ammirazione, accompagna la strega serpeggiante fino alla sua lugubre capanna sotterranea. Francamente, voglio davvero divertire Serena ma il mio ruolo  troppo ingrato, tanto pi che nel libro il giovane contadino resta due anni in schiavit presso l'orribile megera e ne esce invecchiato, canuto, svuotato per poi morire dopo qualche mese. Stupidaggini! Bambinate! Il mio contadino  vivo e vegeto. Quando la strega sta per gettarmi nella sua gabbia appesa, raduno le mie forze e - improvvisazione - la afferro per i capelli.
Tu non mi avrai grido, e Hugo, un po' sorpreso ma molto reattivo, risponde con voce sepolcrale, arrotando le r: Sporrrco marrrmocchio, credi di poterrrmi rrresistere?
Poi, colpito da un'improvvisa ispirazione teatrale, aggiunge, chiamando il cielo a testimone: Io sono Hitlerrrrrrrrrr e adesso ti sterrrrrrmino!
Serena rileva ad alta voce che la fine della fiaba non  molto regolare, ma noi ce ne freghiamo e ci divertiamo tanto, soprattutto quando il contadino, vivificato da una pozione magica a base di patate velenose, d un fracco di botte alla strega, una batosta da antologia, come quella che i russi infliggeranno ai tedeschi a brevissimo. Ci rotoliamo per terra con Hugo,  proprio vero che quando si recita ci si sente altrove, adesso lo capisco, non sono pi nella fabbrica di mattoni ma su un ring, al fronte, in fondo al calderone ribollente delle battaglie, sono il campione del gancio sinistro, sono la Russia conquistatrice e vigorosa, sono tutti gli Alleati, sferro a Hugo e ai suoi soldati-tentacoli dei colpi mirabolanti, lui reagisce colpendomi di sinistro alla mascella con un po' di approssimazione, poi con voce strozzata balbetta crrrepo. Questo pazzoide non recita poi cos male, nel suo stupido rantolo c' tutta la Wehrmacht che muore. Due minuti d'agonia pi tardi, i giochi sono fatti: Hitler la strega  andata, il russo coraggioso ha vinto e quando lui e io ci rialziamo, impolverati e ridenti, Serena ci fissa con gli occhi spalancati per lo stupore: Credete ancora alle favole, ragazzi?
 davvero ora di andarcene da qui.
Povero ragazzo. Povero ragazzo! Povero ragazzo...
Non ne posso pi di vivere in questo sudicio essiccatoio. Siamo almeno in diecimila l dentro, puzza peggio di una conigliera... La gente ha il morale a terra, alcuni si lasciano proprio andare, la vecchia Berta ripete di continuo le stesse scemenze, poveri ragazzi, poveri ragazzi, a tutti viene voglia di ammazzarla. Non so neanche pi che giorno . Fortunatamente  iniziato il trasferimento. Due treni sono gi partiti, diretti in Germania. Oscar e la sua famiglia si sono messi in viaggio sul primo convoglio, Serena e i suoi genitori sul secondo. Ma quando dico viaggio  davvero esagerato: sono saliti tutti su dei carri bestiame, senza scompartimenti n niente.
Restiamo insieme continua a ripetere mio padre, ma non  stato nemmeno capace di manovrare con abilit sufficiente per partire con lo stesso convoglio dello zio Oscar.
Ciascuno al suo momento gli ha risposto l'amministrazione.
Ma la ciliegina sulla torta  che non c' pi niente da mangiare, l'ultimo barattolo di marmellata  stato vuotato gi da un pezzo. Mia madre dice che dopo un certo tempo  logico, le riserve si esauriscono, ma noi abbiamo fame ugualmente. Oggi pomeriggio ha frugato dappertutto, cercava il salame di emergenza, quello che aveva impacchettato in pi per i casi di estrema necessit, quello che io ho tolto di nascosto dalla borsa subito prima di partire lasciandolo nel nostro giardino per il gatto. Non so come n perch mia madre abbia sospettato di me, all'improvviso sembrava impazzita: si batteva i fianchi, piangeva, urlava. Non era logico, per niente, che mia madre si mettesse a urlare, non l'avevo mai vista cos furiosa con tanto di sonoro. Gaby singhiozzava e lei ha finito per prenderlo sulle ginocchia, quel lecchino, ma almeno lei ha smesso di gridare e lui di piangere. Sono rimasti seduti tutti e due per terra, abbracciati l'una all'altro, a lungo. Sembrava che io non esistessi pi. La mia vera madre non mi avrebbe mai fatto una cosa simile, mai. Mi avrebbe lodato perch avevo pensato al gatto e avrebbe abbracciato subito e unicamente me. Se sparisse, la mia falsa madre... A volte lo penso. Se potesse andarsene di colpo, con il mio falso fratello, tornare da dove  venuta, dal passato, quando io ero piccolissimo e magari anche prima. Se si risalisse al principio delle cose, al punto zero, alla mia nascita, si potrebbe ricominciare la vita senza drammi, senza incidenti, tutto riprenderebbe normalmente a partire da quel minuto preciso, quando mi volevano pi bene, quando ci volevamo pi bene, prima che tutto degenerasse.
Non  sempre gentile, Tomi. A volte mi tira delle pedate, non vuole che resti con lui. Faceva cos anche a casa. Quando giocavo a nascondino con il mio amico Florian nel nostro giardino, faceva apposta a rovinare la partita. Florian finiva di contare e mi cercava dappertutto, il gioco  cos. Be', Tomi si metteva sempre bene in vista accanto al carretto dove io mi nascondevo, non diceva niente ma so che con gli occhi guidava Florian, per di l, per di l, pi a sinistra... Venivo scoperto in tre secondi per colpa sua. Lo divertiva un sacco che io perdessi. Stamattina, sono rimasto con un piede incastrato in un buco e non riuscivo pi a camminare, allora Tomi mi ha portato fino al capannone. Mi ha fatto stendere ammucchiando con cura la paglia sotto la mia testa per farmi un cuscino, e quando mi sono svegliato lui era l e mi accarezzava una caviglia.  fatto cos, Tomi, irritante, scostante, poi bruscamente la sua tenerezza esce dalla scorza e ti coglie di sorpresa... Se io fossi davvero suo fratello al cento per cento, mi vorrebbe sempre bene. Ma la mamma non l'ha tenuto nella pancia, solamente tra le braccia. Di conseguenza lei  diventata un po' sua madre, io sono un po' suo fratello e questo un po' lo disturba,  come un gradino invisibile nel quale inciampa. L'altro giorno mi ha detto: avrei preferito che tu non fossi mai nato. Era arrabbiato. Tutti erano arrabbiati quel giorno, la mamma aveva pianto tanto a causa del salame. Da quando siamo nella fabbrica di mattoni, succede, le persone esplodono tutt'a un tratto. Si torcono le mani, non si controllano pi, si sciolgono in un pianto, anche i genitori, anche i vecchi, si danno pugni in testa, c' troppo rumore. Anche Tomi piange. Si nasconde, prende a pugni tutto quello che capita, ma dentro gli scendono le lacrime, lo so. Lo conosco, da tanto tempo. Quando sono nato Tomi c'era gi, come pap, come la mamma, allora per me non  un po' mio fratello, lo  proprio tutto intero.
Vorrei tornare a casa.
Ci siamo, il nostro convoglio  pronto. Prima di andarcene dalla fabbrica di mattoni, dobbiamo lasciare in un secchio tutto il denaro che ci resta. I miei genitori sono abbastanza tranquilli sotto questo aspetto, non hanno pi nemmeno un soldo. Le autorit vogliono accertarsene e ordinano a tutti di spogliarsi completamente. Non si dovrebbe mai vedere una cosa del genere, pelli smorte, pelli villose, pieghe della pelle, pelli cascanti e pelli tese, pelli d'uomini dappertutto, quando tocca a te  disgustoso, ma per le donne  ancora peggio. Una delle guardie solleva il loro petto con un bastone per verificare che non nascondano niente sotto. Quando i seni della donna ricadono, avanza quella successiva. Un'altra guardia ispeziona anche da un'altra parte. Chiudo gli occhi quando arriva il turno di mia madre, ma in ogni caso si sentono i rumori.
Avremmo potuto essere altrove. Avremmo dovuto essere altrove. Se mio padre avesse accettato la proposta di Ferenz, in questo momento saremmo nascosti a casa sua invece di stare nudi davanti alle guardie, nelle correnti d'aria dell'essiccatoio per i mattoni. Se solo avessimo detto s, invece che no, poca cosa in fondo, quasi niente, un movimento del capo in senso contrario e ci saremmo sistemati in cantina, dove esattamente non lo so, forse contro la macchina per cucire o di fianco alle bottiglie di vino, avremmo dovuto fare attenzione a non rompere n l'una n le altre, e magari costruire un bastione con le nostre valigie aperte, avrei saputo farlo di sicuro, s, sono abbastanza bravo a costruire dighe in riva al fiume. Avremmo dovuto lavorare d'ingegno e senza farci scoprire, ma non saremmo rimasti senza vestiti. Le guardie ci prendono in giro vedendoci nudi.
Sono qui bisbiglia mio padre, e mi stringe la mano come fossi un bambino piccolo.
So bene che  qui, e io con lui, tutta la famiglia  qui a causa della sua decisione del cavolo, e allora se la pu tenere, la mano. Io me la cavo da solo. Io non piango. Io mi concentro sui vestiti ammucchiati ai miei piedi. Tra qualche minuto li indosser di nuovo, sono sporchi i nostri vestiti ma ci coprono, non si vedr pi la pelle. I binari arrivano fin dentro la fabbrica di mattoni, non bisogner camminare molto per salire sui vagoni.


Capitolo 2.
CAMPO DI TRANSITO,
AUSCHWITZ - BIRKENAU, POLONIA
Fine maggio 1944

Ausziehen, schnell!
Uno di noi capisce, si spoglia e getta i suoi indumenti in mezzo al mucchio, e gli altri lo imitano prontamente. Il tedesco grida ancora Schnell! e i cappotti si impilano, poi le giacche, il camiciotto del giardiniere, la camicia del farmacista e quella del maestro di scuola, il cappotto del signor giudice, la biancheria, le mutande corte e lunghe, finito. Non c' pi magistrato, insegnante, medico o commerciante, solo dei burattini pelosi che non sanno pi dove nascondersi. Un vecchio militare si tiene ben dritto accanto a mio padre. Lo conosco di vista, quest'uomo, lo conoscono tutti nella nostra citt. Sovrasta il pi alto tra noi di una testa e ha un unico grosso sopracciglio nero che spazia dall'occhio sinistro all'occhio destro senza interruzione.  una specie di eroe, ha fatto la guerra del 1914. Da allora attraversa la vita come una solenne commemorazione, a testa alta e petto in fuori, sempre pronto a mettersi d'improvviso sull'attenti, anche dal pescivendolo. Adesso aspetta completamente nudo in mezzo agli altri, pi alto e forse ancor pi nudo, talmente visibile, talmente pieno di dignit da sembrare aberrante, nemmeno lui riesce a crederci, gli occhi sgranati sotto l'unico sopracciglio e le mani, le sue manone d'artigliere modello strette intorno a un fazzoletto bianco ripiegato.
Su ordine del tedesco, Tu, cos'hai in mano?, apre le pieghe della stoffa e compaiono le medaglie. Ce ne sono almeno venti, rotonde, a stella con dei raggi d'argento sui lati, dorate con disegni in rilievo, un ammasso di metallo brillante e di nastri di gros-grain.
Butta via anche queste abbaia la SS, e il vecchio piange come un bambino.
Perch? Perch le mie decorazioni? Cosa se ne fanno? Io me le sono meritate, sono mie, e i miei vestiti? La mia giacca, dov' la mia giacca? Ridatemela. Ridatemi tutto. Questo non ve lo lascio fare, io ho combattuto! La croce di guerra me la sono meritata. Cosa gli costa restituirmela? Non ci andr. Lasciatemi, lasciatemi, mi fate male.  bollente! Mi avete fatto male, fermatevi,  gelata. Levate le mani dalla mia testa. No, i capelli no, vi prego... La medaglia al valore, solo quella, datemi solo quella, per favore. Mamma, vieni a prendermi, non voglio. Non voglio stare qui.
Diventano tutti matti, e quelli che non lo sono lo sembrano. Ci radono, e non solo i capelli: tutto. Davanti, dietro, come se niente fosse, un tizio ti disbosca la testa con la macchinetta, ti taglia i peli sul petto con le forbici e se ne strafrega. Se protesti ti sbatte a terra, avanti il prossimo! Altri uomini, sembrano dei prigionieri, ci spingono, tutti nudi, ci contano e ci ricontano, gridando. Fortunatamente siamo tutti maschi, nel nostro gruppo ci sono Hugo, suo padre, il mio, dei vicini del quartiere... Le donne e i bambini devono avere un altro locale solo per loro, ci hanno separati sulla banchina del treno. Dopo la rasatura un ragazzo ci getta degli indumenti, o meglio, chiamarli indumenti  davvero esagerato, vecchi stracci ruvidi, rattoppati, sdruciti, lanciati a casaccio. I pi fortunati tra noi hanno delle maniche e delle gambe, per la taglia  sempre la sorte che sceglie: si vedono i rotoli di grasso degli obesi e i polpacci degli spilungoni. Perfino il farmacista di Beregszsz sembra uno spaventapasseri. Il farmacista fa davvero impressione... Di solito questo tizio  l'incarnazione dell'eleganza, completo scuro, cappotto lungo, bastone da passeggio con il manico d'argento. Sembra che fumi certi prodotti che vende e quando non ne fa uso, tac, ecco che trema, tutto sudato, e si comporta in modo strano. Mio padre lo chiama il drogato, con quella strana smorfia di paura o di disgusto che ti fa passare ogni voglia di chiedergli delle precisazioni. Quindi non ho mai saputo con esattezza il nome o la composizione dei prodotti in questione, e nemmeno quante volte al giorno dovesse farvi ricorso il nostro farmacista per rimanere in condizioni normali, ma mi sono sempre immaginato quell'uomo chiuso al tramonto nel suo retrobottega tappezzato di pelli di serpenti, avvolto in un mantello di satin viola, con guanti di velluto, mentre accarezza un'ampolla di cristallo fumante, un sofisticato stregone che regna sul suo potente esercito di filtri. Oggi lo stregone assomiglia a un barbone, a cui gettare una moneta passando. La vergogna. La vergogna per lui e per mio padre, per il giudice e per il maestro di scuola, la vergogna su tutti noi, tanta vergogna e cos poca stoffa per coprirla... L'essenziale  non guardare. N il farmacista n nessun altro. Fisso i miei piedi, e basta. Sfortunatamente non tutti hanno questa delicatezza. Quel tale, l accanto... Sento che mi osserva... Delicatezza o no, se continua gli tiro una sberla.
Anche tu hai una camicia bucata?
 Hugo! Hugo, il mio amico, senza i suoi capelli in testa, atroce. E quell'aspetto goffo e ridicolo... Se penso che sono cos anch'io... Mi affretto ad abbassare di nuovo lo sguardo. Le gambe di mio padre tentano di entrare in un paio di pantaloni particolarmente vissuti. E la sua voce sussurra sopra di me: Abbottonati come si deve.
Non ci riesco. Le asole sono sfilacciate e manca la met dei bottoni, mi viene voglia di strappare tutto.
Tomi? Tomi, calmati. Stai bene?
Dovrei alzare la testa, un'occhiata rapida solo per rispondere Sto bene, ma ho paura di vedere la pancia di mio padre che esce dai calzoni, o peggio.
Ancora ungheresi. Con questo fanno trentasette convogli dal 2 maggio. Secondo le mie rilevazioni, in media il venti per cento dei nuovi arrivati supera la selezione. Il resto viene distrutto, si conservano solo i vestiti. Oggi, su 2.602 ebrei: 529 uomini abili al lavoro. Le donne non le conto, non  compito mio, solamente gli uomini. 529 abili, vuol dire ancora 529 uniformi da fornire. Bisogna arrangiarsi. Alla Kammer non vediamo della stoffa a righe regolamentare da mesi. Si d quel che si pu, i vestiti dei morti pitturati di rosso per evitare le evasioni, messi insieme con un po' di strisce sulla schiena. Alcuni nuovi arrivati si lamentano, osano ancora. Protestano per la divisa. Non sanno quanto sono fortunati: essere in divisa significa essere vivi. Ignorano tutto, quelli nuovi. Quegli ungheresi laggi, per esempio, non verranno mai tatuati, sono in transito: verranno soppressi pi tardi o partiranno per altri campi. Noi lo sappiamo, loro no. Scendono dal treno e ci assillano di domande, come si chiama questo posto, dove sono gli altri, le donne, i bambini, i vecchi? Il focolare, il camino, i nuovi non capiscono e, quando glielo si spiega pi chiaramente, le file, il gas, i forni, le madri eliminate con i bambini, continuano a non capire. Anche se mostrassi loro i numeri, ci sarebbe un vuoto. Qui anche la verit  in transito. Alla gente occorre tempo per crederci. Un'ora, un giorno, un anno, dipende. Solamente dopo, si mettono a piangere.
Hugo  addossato al muro. Con una mano si regge i pantaloni e con l'altra la testa. Suo padre  svenuto quando il tizio con il quaderno gli ha detto: Guarda quella fumata,  la tua famiglia. Adesso tutti chiamano la moglie, la madre, i figli, decine di nomi lanciati nell'aria, vorrei tapparmi le orecchie. Vorrei scivolare contro mio padre, nascondermi sotto la sua giacca, appiattendomi, sciogliendomi in ogni fibra di tessuto sporco. Ma mio padre si  allontanato. Guarda lontano, davanti a s, senza muoversi. Ha torto. Non ci riguarda. Forse riguarda gli altri, ma non noi. Sulla banchina ferroviaria poco fa, quando siamo arrivati, io ero gi in fila ma ho visto dei cani, dei bestioni muscolosi tenuti a guinzaglio corto da tedeschi con il chep. Gaby ha paura dei cani, e mi sono voltato per vedere se era tranquillo. Non c'era pi. E neanche mia madre. Spariti. Volatilizzati. Dall'altro lato della banchina, donne e bambini avanzavano allineati in una fila lunga, lunghissima, ho cercato in quella fila e non ho visto nessuno, n Gaby n mia madre, anche se ho gli occhi buoni, occhi di lince. Di sicuro sono scappati in tempo. Si saranno messi nella fila dei salvati, una fila speciale come la nostra ma per le madri e i bambini esiste, per forza, cosa ci scommetti che sono l, pap? Nessuno pu sparire cos, nessuno. La mamma  per forza da qualche parte, la mamma, s, mamma perch  la mia, di madre, ne ho solo una anche se a volte ho affermato il contrario, non avrei mai dovuto dirlo e nemmeno pensarlo, mai mai mai avrei dovuto farlo, n picchiare Gaby, n scappare, n far piangere tutti, sono vivi e io ne sono sicuro, eh, pap?
Mio padre non mi ascolta. Non mi guarda. Fissa il filo spinato. Vorsicht Hochspannung Lebensgefahr. Non sente nemmeno il vecchio accanto a lui che continua a brontolare, accovacciato, con le braccia magre strette intorno alle ginocchia.
Non  possibile, non  possibile... Non  possibile.
Questo ometto secco  un agente immobiliare di Debrecen. L'orribile parrucchiere di poco fa ha dimenticato dietro al suo cranio un ciuffo di capelli grigi arricciati. Sembra un gatto glabro, acciambellato per disperazione o noia, con un improbabile ciuffo che fluttua al vento.
Non  possibile, Roosevelt non lo permetter. Roosevelt non lo permetter.
Il vecchio alza la testa: ha intravisto un filo di speranza e non lo lascia pi.
Nessuno lo permetter, n Roosevelt, n Churchill, n Horthy...
Elenca i nomi dei nostri salvatori potenziali e pi la lista si allunga pi aumenta la sua collera. De Gaulle, Stalin... Non appena sapranno, agiranno, il vecchio ormai ne  convinto, si martella i fianchi con i pugni, sdegnato, e non  certo difficile immaginare lui mentre apprende la stupefacente notizia nel suo appartamento da ricchi nel centro di Debrecen - intere famiglie dissolte in fumo nel cuore dell'Europa - e batte il pugno sulla sua bella scrivania di legno lucido, getta il giornale per terra, sposta bruscamente la poltrona per riempire la sua pipa con indignazione, solo che qui il vecchio non ha n pipa n giornale n scrivania n dignit, si agita seminudo nel cortile lercio di un posto lercio che puzza di bruciato e francamente non si sa pi bene, guardandolo, lui e il suo ciuffo ondeggiante di rabbia, guardando tutti noi, rapati, rasati, patetici e soli, se c' da ridere o da piangere o da gettarsi sul filo spinato senza pensarci troppo sopra.
Se ci fosse Serena, so benissimo cosa farebbe. Guarderebbe quel povero vecchio sospirando, con l'aria di dire Roosevelt, Churchill... Ma quello sogna!, poi lei partirebbe per un viaggio dentro la sua testa, come se quello che c' intorno non esistesse. Io non ne sono capace. Mi domando dove possa essere lei, Serena, e anche la mamma. Di sicuro non sono passate per le mani di un barbiere, qui non si tagliano capelli di donna. Hanno preso un'altra strada per un altro capannone,  evidente, oppure si saranno nascoste in qualche angolo con i bambini. Devono pur esserci dei nascondigli lungo il percorso, delle rocce, qualche albero, forse perfino una grotta o due dove nascondersi, e Gaby  fortissimo a questo gioco, avr guidato la mamma con passo felpato. L'avr condotta per mano fino al nascondiglio migliore, Vieni, mamma, seguimi, la grotta  laggi, o un vecchio sotterraneo, chiss, un albero cavo, un pozzo asciutto, una cripta, perch no, una vecchia cripta abbandonata, vi si saranno rintanati e sono ancora l, di sicuro, ma in ogni caso io non dir niente a nessuno. Questa volta ho capito, Gaby. Non avrei mai dovuto tradirti, quando giocavi a nascondino in giardino, non avrei mai dovuto indicare la direzione al tuo amico, sono stato uno stupido, mi dispiace, non t'immagini come mi dispiace, ma mi far perdonare, fratellino. Non dir niente a nessuno, di te e la mamma che vi siete nascosti. Niente. Neanche una parola. Neanche dentro la mia testa. Se non penso pi a voi, definitivamente, mai pi, funzioner. Nessuno lo sapr, nessuno indoviner dove siete, questa volta non sarai triste, Gaby, e tu, mamma, non rimarrai delusa, sar bravo, pi che bravo: bocca cucita, cervello svuotato e voi rimarrete nella cripta, rimarrete l dentro finch le cose si sistemano, resisterete e anch'io, e anche pap, finch Churchill, o Stalin, o de Gaulle arriveranno e ci tireranno fuori, tutti.


Capitolo 3.
BUCHENWALD, GERMANIA
Giugno 1944

Sul treno che ci ha portati qui ho ritrovato Matyas. L'ho subito individuato in mezzo al vagone per quel suo aspetto incredibilmente buffo, come un fagiolo mal piantato, l'apprendista di mio padre, il mio amico! Hugo, suo padre, il mio, il farmacista, ci hanno passati tutti al tritacarne, siamo deboli, malconci, siamo degli stracci, irriconoscibili, ma lui, Matyas,  sempre uguale a se stesso: perso, curvo, silenzioso, lento nei movimenti come prima, pi sporco e con meno capelli, ma lo abbraccerei, tanto sono contento di vederlo! Avrei dovuto farlo.
Sai cosa vogliono farci fare? mi ha domandato.
Tremava. Suo fratello lo ha preso per un braccio, con garbo. Non sapevo che avesse un fratello. Mi ha fatto una strana impressione.
Nei carri bestiame dovevamo essere in mille, e poi c'era quel secchio nel mezzo per... Ovviamente non ci sono gabinetti... Alla fine la gente andava e veniva sul secchio, davanti a tutti. Matyas invece ne era angosciato, per l'odore, gli spintonamenti. La gente se ne diceva di tutti i colori, e non per scherzare: volavano schiaffi. Al minimo baccano le SS ci minacciavano con le armi. Accanto a noi c'era un giornalista di una certa et, Pl Nagy, all'epoca in cui andavamo ancora allo stadio copriva tutti gli incontri della squadra di calcio di Beregszsz. Mio padre e lui si davano pacche sulla schiena prima di ogni partita, si chiamavano capo e amico, cinque minuti dopo il calcio d'inizio gi litigavano sui punti oscuri delle regole del gioco. Quando ero piccolo, detestavo starli a sentire. Parlavano a voce alta, tutti guardavano noi invece che la partita, ma adesso ho capito: il litigio fa parte del piacere sportivo. Per farla breve, quel vecchio si  preso un pugno e Matyas si  decisamente spaventato. Ha cominciato ad agitarsi, il mio amico, ma non era il momento di alzare le braccia e di fare quei versi bizzarri, dei gorgoglii rauchi che impaurivano tutti. Il convoglio era fermo in mezzo al nulla quando Matyas si  messo a delirare completamente. Scuoteva la testa, gridava, il suo corpo si muoveva a scatti. Le SS si sono avvicinate.
A volte, di notte, il tuo sogno ti conduce fino a una roccia ripida e bella, o in cima a un palazzo altissimo, sul bordo di una nuvola fioccosa e all'improvviso  il contrario, inciampi nel vuoto senza poterti aggrappare a niente, senza nessuno che ti trattenga, cadi e sai che morirai, cadi all'infinito finch la paura non ti sveglia di soprassalto. Io non mi sveglio.
I tedeschi hanno urlato qualcosa a Matyas. Avremmo dovuto rispondere ma le loro armi erano talmente vicine che n io, n suo fratello n nessuno ha osato spiegare che non si trattava di una ribellione, ma solo di una crisi della sua strana malattia. Le pallottole hanno fischiato, tutti si sono rattrappiti dentro il vagone. Ho creduto di essere morto, ma quando ho riaperto gli occhi eravamo tutti vivi, tranne Matyas. All'arrivo abbiamo dovuto calare il suo corpo e lasciarlo sul posto. L'avevo detto, io non mi sveglio pi.
Data di nascita? mi ha chiesto il tirapiedi.
Assomigliava al cow-boy nell'ultimo film che ho visto, il rosso con il mento all'ins. Facevamo la coda in una baracca di tronchi e avevo il sosia di John Lo Stivale davanti a me, che cavalcava uno sgabello armato di penna, a gambe larghe, un grande registro aperto sotto gli occhi.
Data di nascita? ha sbraitato.
25 agosto 1927. In verit  1929, non 1927, ma l'altro giorno sulla banchina, quando siamo arrivati dal ghetto nel primo campo, c'era un vecchio strampalato, tutto curvo, con quel berretto lurido e le strisce, una vera faccia da detenuto. Borbottava come se masticasse tabacco, achtzehn, achtzehn. All'inizio non capivo niente, ma poi lui l'ha ripetuto davanti a Hugo, lanciando occhiate alle guardie, du: achtzehn Jahre alt, e mio padre ha aggiunto a bassa voce: Ascolta il signore e fa' quello che ti dice, Tomi.
Ben detto, proprio un signore! E cosa potr mai dirmi, se adesso anche gli adulti raccontano qualsiasi cosa! Achtzehn vuol dire diciotto, diciotto anni, e io ne ho quattordici, non uno di pi. Ma mio padre ha insistito: Devi dire che hai diciotto anni, punto e basta.
Mi viene in mente una cosa, andavo ancora a scuola, la mia pagella era talmente disastrosa che avevo modificato leggermente i voti. Qualche punto in pi qui e l, niente di drammatico... Mio padre se n'era accorto, avreste dovuto vedere come mi aveva insultato, falsificatore, falsario, ne avevo sentite di tutte. Adesso  lui il falsario, lui e il vecchio galeotto che vuole assolutamente invecchiarmi, e gli altri, tutti dei bugiardi, gli ungheresi con le loro leggi neanche legali, le guardie che picchiano, i tedeschi e la loro rilocalizzazione, da quando il treno  partito dalla fabbrica di mattoni e da prima ancora a ben pensarci, le parole sono collegate alle cose come capita, nessuno sa pi quali regole si applicano n perch, e allora avanti con la falsificazione. Achtzehn, comunque,  un po' azzardato: chi pu credere che io abbia quattro anni pi della mia vera et? Ogni volta che me lo chiedono rispondo sechzehn, sedici anni, punto e fine.
25 agosto 1927 ho quindi dichiarato a Lo Stivale.
55789 mi ha risposto.
Adesso mi chiamo cos: 55789. Bisogna pronunciarlo nella lingua di questi coglioni, fnfundfnzigtausendsiebenhundertneunundachtzig, una fortuna che abbia fatto quattro anni di tedesco a scuola. Mio padre  il 55790, Hugo il numero seguente e suo padre quello dopo. Qui tutti hanno perduto il loro nome. I detenuti pi vecchi hanno perduto anche i muscoli. In questo campo pidocchioso non ci sono uomini normali, solo sacchi d'ossa numerati. Non  un buon segno, per niente, anche se mio padre, che ha la testa pi dura della piastra dei suoi ferri da stiro, rifiuta di rendersene conto.
Andr tutto bene.
 la sua espressione preferita da quando siamo arrivati. La dice e la ripete come se tutti i guai potessero rimbalzarci sopra. Faccio fatica a capire cosa sta succedendo, esattamente, visto che Matyas si  beccato una pallottola in testa, che la mamma e Gaby sono rimasti laggi, non so davvero cosa potrebbe andare bene visto che qui siamo rinchiusi, ridotti alla fame, presi a insulti, etichettati come pacchi, battuti come tappeti, obbligati a cagare davanti a tutti e a dormire ammucchiati sui tavolacci dentro una capanna di legno, e allora, pap, cosa esattamente andr bene, eh, dai, stupiscimi, quale bella sorpresa ci riserva Buchenwald?
Stai zitto e mangia.
La zuppa assomiglia a un piatto di ruggine liquida e non abbiamo cucchiai. A casa, nessuno  mai riuscito a farmi mangiare la crosta del pane e la tela del latte.
Andr tutto bene.
In realt mio padre non ne sa niente. Nessuno sa quello che  previsto per noi, quindi ognuno costruisce ipotesi deprimenti con dei brandelli di notizie rubate qui e l. Dopo il rancio si formano dei gruppi, si scambiano informazioni, tutti costruiscono ipotesi campate in aria.
Qui bruciano la gente nei forni. Ci ammazzeranno.
Falso, le ciminiere sono quelle della fabbrica! Andremo a lavorare.
E i camion, li hai visti i camion? Pieni di cadaveri!
Lzsl Schmidt ha incrociato Jen Hacker che ha visto Gedeon Klein che ha avuto notizie di sua figlia, le donne sono ancora vive.
Ma non avete capito cosa hanno detto quelli di Birkenau? Sono state avvelenate con il gas, tutte, insieme ai bambini.
Ma niente affatto, i bambini sono radunati in un campo progettato appositamente per loro. Mangiano perfino pane e burro.
Il cortile della nostra baracca ronza di supposizioni gonfie di speranza o di lacrime, a seconda della personalit di chi le pronuncia e dell'ora. Al calar del giorno, cala anche la speranza. Mio padre  sempre al centro delle chiacchiere. Lui non parla, ascolta. Galoppa dietro le voci che corrono, si precipita sulla minima diceria, la pi minuscola briciola di un Sembra che. Lui la osserva, la soppesa, la fa in quattro, la disseziona mentalmente, la passa al vaglio dei prigionieri pi anziani e, una volta depurata la materia dalle scorie di errori o fantasie, il signor Herman Kiss mi espone solennemente il nucleo centrale della vera conoscenza: I camion carichi di cadaveri vengono dai campi qui intorno. I forni di Buchenwald, dove ci troviamo, servono alla cremazione. In questo campo si lavora. Andr tutto bene, figlio mio.
Mio padre tenta di vendermi l'idea che qui  meglio che altrove. Pi lui  sicuro di qualcosa, meno io ci credo. Hugo, almeno, non cerca di rassicurarmi. Non corre dietro alle ultime notizie come un cane in cerca di un osso da rosicchiare. Non estrapola, non blatera, non cerca di sapere di quale impasto merdoso sar fatto il domani. Sta seduto in un angolo del cortile circondato dal filo spinato e guarda il cielo in silenzio.  una sua mania, sempre con il naso per aria.  un'evasione per lui, a quanto pare. In quei momenti ho l'impressione di non esistere.
Hugo?
S?
Dove sei?
Da nessuna parte. Cerco.
Rituffa la testa nelle nuvole. Sopra di noi c' un cielo di primavera, un tetto azzurro scuro pezzato di bianco con la luna come ospite d'onore.
Hugo?
Cosa c', ancora?
Che cosa cerchi?
Le tracce della mamma e delle mie sorelle, e di Matyas. C' chi dice che, quando qualcuno nasce, appare una stella in pi nel cielo. Se  vero il contrario, le stelle si spegneranno in massa e...
Oh, ma figurati, chiudi il becco!
E allora perch me lo chiedi?
Un frastuono ci interrompe.  appena arrivata la notizia che partiamo domani. Un detenuto l'ha appreso da un altro detenuto che l'ha saputo da un sorvegliante che glielo avrebbe ripetuto con l'aria di pensare Non hai scampo, ragazzo mio. La notizia infiamma la baracca. Lasciamo Buchenwald. I camion, dice un tizio, sono gi pronti, ci si sta in cinquanta alla volta, ben stipati. Hugo non guarda pi le stelle: Pensi che gli stessi veicoli trasporteranno i vivi e i morti?


Capitolo 4.
CAMPO DI DORA - MITTELBAU, GERMANIA
Giugno 1944 - aprile 1945

Il suo mozzicone  sottile come un ago - carta di giornale avvolta su un pezzetto di tabacco - ma il vecchio aspira con gusto e il fumo grigio gli sparisce in bocca. Al principio lo gusta, questo fumo, lo arrotola in una guancia, poi nell'altra, infine con una lunga aspirazione se lo fa scivolare nel petto come un serpente. Sei fantocci magri con i vestiti a righe osservano lo spettacolo, dietro di loro altri cinque scheletri si alzano a fatica. Adesso che deve espirare, il vecchio fumatore si china verso un compagno della prima fila in attesa, con la testa rialzata e la bocca socchiusa, e soffia tra le sue labbra imploranti, in un bacio fetido, il serpente grigiastro che il giovane si affretta a inghiottire a sua volta, avidamente, con gli occhi chiusi.  fortunato, il giovane, fuma per secondo, per fuma, ha pagato il vecchio per questo. Intorno a loro gli spettatori tendono il collo magro per carpire gli effluvi di tabacco che si perdono nell'aria, la loro presenza  tollerata, ma guai a chi si azzarda a entrare nel cerchio senza essere autorizzato, si prende un vigoroso pugno nelle costole. Nel giro di qualche minuto, l'assemblea di fantasmi si scioglie con un rammarico vacuo, una tristezza stanca: il mozzicone  finito.
Qui i fumatori accaniti muoiono per primi spiega un anziano del campo a mio padre. Scambiano un tiro con un pezzo di pane e, di cicca in cicca, crepano di fame.
Non ho mai visto un posto simile. Nessuno lo ha mai visto, e nemmeno pensato, immaginato o vissuto nei propri incubi.  una specie di prigione, ma molto in peggio. Un campo di lavoro, solo che il lavoro in questione ti uccide. Un manicomio diretto dai porci pi sadici che si siano mai visti al mondo. Un incubo di fango e di assi posate su una graziosa collinetta alberata. Non  l'unico paradosso in questo luogo, perfino il nome del campo si prende gioco di te: si chiama Dora. Dora come una ragazza, una bella ragazza, e tu sei chiuso dentro come un cane rognoso. All'inizio non sai che  il peggior buco della terra. Senti parlare di baracche, di gabinetti, di zuppa serale e ti aggrappi come un naufrago a queste parole rassicuranti, ricominci a respirare. Ma i fatti dietro le parole ti tradiscono subito: le baracche non hanno n letti n pavimento, i gabinetti sono delle fosse, la zuppa  piena di sassolini. Qui le belle sorprese non esistono.
Il primo giorno, una SS  piombata nella baracca. In quest'uomo tutto  a punta, stivali, fustino, naso, anche il sorriso, sembra un coltello. In un attimo ero in fila davanti a lui rigido come un paletto, comincio a farci l'abitudine, alla fabbrica di mattoni era lo stesso. Scoprirmi il capo, marciare al passo, mettermi in riga, in quadrato, in tondo, in fila per cinque, zu fnf! E soprattutto, qualunque sia l'ordine, il pi velocemente possibile, io lo so eseguire, questa  una fortuna. Pl, il giornalista sportivo amico di mio padre, fatica a udire gli ordini. A forza di frequentare le tribune urlanti degli stadi di calcio, ha aguzzato l'occhio - vede un fallo di mano a un chilometro di distanza - ma ha perso l'udito. Ubbidisce in ritardo, dopo aver visto noi in azione. Quando la SS a punta ci ha ordinato di arretrare, l'Amico Pl si  ritrovato da solo l davanti nel giro di due secondi, due secondi di troppo. La SS gli ha tirato una pedata terribile nell'addome e l'amico  crollato al suolo.
Voi creperete qui ha precisato la SS. Ma ci sono due modi di morire: uno giusto e uno sbagliato.
L'uomo si  avvicinato a Pl e gli ha appoggiato lo stivale appuntito sulla gola.
Il modo giusto  per quelli che ubbidiscono e lavorano sodo. Moriranno dolcemente, senza soffrire. Gli altri moriranno male,  semplice.
Ha premuto sul suo collo.
Capito?
Capito. Un ritardo, un passo falso, un errore, un rumore fuori posto, una parola di troppo e ci ammazzano, come Matyas, come si schiaccia una formica, non c' mai una seconda occasione. Il piede del tedesco sulla gola dell'Amico Pl, continuo a pensarci. La morte sbagliata. Quella che ti fa male, quella che dura a lungo. Sono in tanti, qui, che hanno il diritto di ucciderti: le SS, innanzitutto, con i loro stivali tirati a lucido, gli Hauptscharfhrer, i Rapportfhrer, gli Unterscharfhrer, quelli sono i grandi capi. Poi ci sono i capetti, dei prigionieri ai quali i grandi capi hanno delegato la maggior parte delle incombenze inferiori: sorvegliare, contare, pulire, ecc. Cos a ogni angolo del campo (del Lager, come dicono qui),  pieno di capetti di ogni genere, capo baracca, caposquadra, sottocapo, dal tirapiedi che pulisce i cessi a quello che serve la zuppa, hanno ciascuno un titolo differente ma sempre impronunciabile, Blocklteste o Stubendienst, e vi risparmio gli altri, quelli pi vezzosi. Questi individui, i capetti, non sono pi dei detenuti semplici come noi. Con le loro responsabilit si sono guadagnati alcuni privilegi: per esempio, il diritto di portare belle scarpe di cuoio, o di avere un letto migliore, di possedere un manganello e di pestarcelo in testa fino ad ammazzarci.
Hai visto, i capetti hanno quasi tutti un triangolo verde ricamato sulla casacca.
Hugo deve sempre fare attenzione a tutto. Il tempo che non trascorre a parlare lo usa per osservare.  vero, tutti i prigionieri hanno un triangolo e quello dei capetti  verde.
E cosa vuol dire il triangolo verde, sapientone?
Vuol dire precedenti penali. I Verdi, prima di venire qui, sono stati in galera, Tomi.
Non so da dove la tragga Hugo, ma questa informazione conferma che il campo  un'assurdit: una grande scala i cui gradini si salgono senza un criterio. In cima a questa scala dei detenuti ci sono quindi i Verdi tedeschi, delinquenti, truffatori, pervertiti, dei criminali che nella vita vera marcirebbero in prigione e che qui, a Dora, costituiscono l'lite dei prigionieri e ottengono le posizioni di capi intermedi. In fondo alla scala, dopo quelli che oppongono resistenza, gli zingari e i testimoni di Geova, ci siamo noi, gli Stcke, i pezzi del nulla pi assoluto, gli scarafaggi del creato: gli ebrei. Noi non abbiamo diritto a niente, n ai pacchi n alla mensa, raramente sfuggiamo alle corve peggiori e alcuni prigionieri sputano al nostro passaggio. Nel campo non esiste nessuno peggio considerato di noi, a parte forse gli omosessuali che, a loro volta, sono considerati come una piaga. Perfino nel codice penale tedesco esiste un articolo specificamente contro di loro. Quando sono arrivato al campo, avevo solo una vaga idea di chi fossero gli omosessuali, ma durante i pasti i detenuti pi anziani ne raccontano di cotte e di crude sulle loro abitudini, cos la mia idea approssimativa ha avuto modo di precisarsi. Insomma, la gerarchia del campo li detesta, almeno di giorno, perch di notte  un'altra faccenda. Gli omosessuali portano un triangolo rosa. Gli oppositori al regime nazista ne hanno uno rosso. Noi, uno giallo. Se hai la sfortuna di essere contemporaneamente ebreo, resistente e omosessuale, il tuo triangolo non assomiglia pi a niente, e nemmeno la tua aspettativa di vita.
Nel corso della giornata, veniamo divisi in kommando. Sono dei gruppi di lavoro comandati da prigionieri privilegiati chiamati kap. Mio padre e io siamo finiti con gli asfaltatori, un kommando orribile dove sgobbano soltanto ebrei. Il piazzale principale del campo  una distesa di fango e pietre, una palude melmosa sulla quale i capi hanno gettato delle assi dove poterci picchiare senza sporcarsi troppo. Noi dobbiamo sistemare questo posto nel pi breve tempo possibile. Almeno in teoria. In pratica, vi trascorro le peggiori giornate della mia esistenza: ore a trasportare rotaie e a spingere vagoncini carichi di terra prima in un senso e poi nell'altro, senza mai smettere di correre. Io sono forte, su questo non c' dubbio, lavoro come un adulto, perfino meglio, l'avevo detto a mio padre che ero forte e coraggioso, lo vede anche lui, ma per quanto tempo si pu lavorare cos duramente? Quando non si spostano rotaie si tratta di travi che pesano tonnellate, bisogna mettersi in quattro per sollevarle. Il kap del mattino  un Verde abbastanza corretto, picchia come un fabbro ma ci autorizza a lavorare in gruppi di sei, quello del pomeriggio invece  un bruto rozzo che si diverte a formare accoppiamenti impossibili, due grandi davanti e due piccoli dietro, i piccoli cedono sotto il peso della trave e lui ride.
L'altro giorno, trasportando una rotaia, mio padre  scivolato sotto il peso. Il bruto si  scagliato su di lui e l'ha picchiato selvaggiamente. Io ho continuato a lavorare. Si accaniva con il bastone su mio padre raggomitolato a terra e ho pensato Se cadessi anch'io? Sarebbe un diversivo, se picchia me picchier meno lui... Ma non ho osato. Il kap picchiava con tutte le forze, strillando a ogni colpo. Poi ha afferrato mio padre ed  scomparso dietro una baracca tirandolo per il collo senza che lui reagisse, senza che io facessi un gesto, senza che dicessi una parola per salvarlo. Io sono forte, s, ma c' il bastone, e la morte sbagliata.
All'ora del rancio, ho ritrovato mio padre nella nostra baracca ed  stato... Non riesco nemmeno a spiegarlo il sollievo che ho provato vedendolo, un sollievo immenso, grandioso, ma sporcato dal ricordo di non aver mosso un dito per aiutarlo. Lui zoppicava.
Cosa ti ha fatto, il kap? gli ho domandato.
Niente, assolutamente niente.
Mio padre aveva il suo tono professorale, quello che accompagna con un'alzata di spalle, solo che non riusciva quasi pi ad alzarle, le sue spalle.
Mi ha portato alla baracca perch mi riposassi. Per le ossa peste.
Mi ha guardato negli occhi: Non devi preoccuparti per me, Tomi.
Io non mi preoccupo. Andr tutto bene, qui. Lavoreremo, resteremo insieme, e andr bene.
Anch'io sono capace di mentire.
In realt si preoccupano tutti. O meglio non so cosa pensino gli altri della baracca, i polacchi, gli ucraini non li frequentiamo, diffidiamo anche degli ungheresi che non conosciamo, ho visto gente che si faceva pestare per una briciola di pane, cos noi restiamo insieme per tutto, per mangiare, per dormire, anche per pisciare. Mio padre e io, Hugo e suo padre, l'Amico Pl e Semaforo, un giurista molto amico di mio padre, non ci separiamo mai, quindi non so con esattezza come si sentano gli altri, ma questa sera noi abbiamo il morale sotto i tacchi. Sembrano tutti dei centenari, anche Semaforo.
Semaforo non  il suo vero nome, naturalmente, non so perch lo chiamino cos. Quasi sempre, quando sentono pronunciare il suo nome, tutti ridacchiano. Va detto che quest'uomo  un po' il re della barzelletta: ne ha sempre una pronta. Semaforo  stato mandato ai lavori forzati in Ucraina, ha sminato il terreno con le mani davanti ai carri armati, si  preso una pleurite, prima ancora gli era caduto un fulmine in giardino,  addirittura scampato a un incendio. A seconda del punto di vista, la sua vita  solo un incredibile colpo di fortuna o una ragguardevole eccezione alla legge della giustizia umana, per la quale i guai vengono ripartiti con relativa equit tra gli individui. In ogni caso, meglio riderci sopra ed  quello che lui fa di solito: questo tizio  un pozzo senza fondo di battutacce e di giochi di parole volgari (i miei preferiti). Questa sera, nella baracca, Semaforo piange. Il suo corpaccione  scosso da singhiozzi ridicoli.
Non ce la faremo mai si lascia sfuggire nel silenzio generale. Da qui non uscir vivo nessuno, ve lo dico io.
Non abbiamo mai visto Semaforo in questo stato. Darei non so cosa perch mi strizzasse l'occhio, perch mi desse una gran pacca sulla schiena, mi facesse lo sgambetto, ammiccasse, o magari se ne uscisse con una di quelle battute stupide che faceva quando veniva a cena a casa nostra... Ma no, Semaforo non scherza: creperemo tutti, ne  sicuro, e in materia lui  un esperto, ha perfino raccolto mine al fronte. Se non fossi un duro credo che mi metterei a piangere anch'io, ma mio padre mi tira per una manica: Andiamo a riposarci,  ora. E non dimenticarti di toglierti le scarpe.
I tedeschi che ci sfruttano hanno un senso molto personale dell'igiene, allo stesso tempo rigidamente maniacale e perfettamente assurdo. Esempio: io non mi sono ancora cambiato da quando siamo arrivati e non mi sembra che questo sia previsto dal programma. Ci si pulisce come si pu, con una manica, un pezzo di sacco del cemento quando si ha il coraggio di rubarlo, altrimenti niente del tutto. Ma l'immondo lercio e maleducato che ha l'ardire di entrare nella baracca con le scarpe riceve una scarica di bastonate che gli fa passare la voglia di dimenticare le buone maniere. All'ingresso della baracca 23, si lasciano le proprie calzature infangate come nel vestibolo della signora Baronessa, per non sporcare. Peccato che ci sia fango anche dentro la baracca e che ci si debba coricare proprio l sopra. Dormiamo in tantissimi l dentro, anche per terra, non sulla schiena n sul ventre ma sul fianco, le gambe degli uni incastrate in quelle degli altri, talmente stretti che non si pu muovere neanche il mignolo del piede. Restare in quella posizione procura crampi terribili, quindi ogni tanto, durante la notte, qualcuno sbraita Tutti a destra! e noi ruotiamo tutti contemporaneamente.
Dormi, Tomi, io ci sono. Mio padre posa una mano sul mio braccio.
Non posso, ho fame. E per terra  troppo duro.
In realt potrei svenire per la stanchezza, sprofondare nel sonno appena chiudo gli occhi malgrado il terreno duro e lo stomaco che fa le capriole, ma no, grazie, davvero. La gente muore, di notte, e non parlo dei suicidi, parlo di quelli che si spengono, sfiniti, nel sonno, senza volerlo. Muoiono della morte giusta, ma comunque muoiono, appena freddi i loro stracci spariscono e la mattina si scaricano i loro corpi nudi sul pianerottolo della baracca. I becchini impilano i cadaveri sul carretto, un mucchio muto e bianco di braccia e gambe senza indumenti o quasi, senza scarpe, senza capelli, dei pezzi di nulla spossessati di tutto. Non ho voglia di dormire, io.
Quando avevo la tua et...
Avevo ragione su tutta la linea, da sempre: mio padre  una fonte inesauribile, un narratore patologico, niente pu prosciugare la sorgente delle sue storie sul buon tempo andato.
Quando avevo la tua et, ragazzo mio...
Gli amici ci hanno raggiunto nel fango e mio padre continua a bisbigliare: Quando avevo la tua et, tuo nonno - mio padre - non aveva ancora aperto la sua bottega di stoffe, vendeva i suoi scampoli in tutta la regione, ai mercati. Arrivava la sera prima con un carro a cavalli e dormiva sul posto.
Hugo sbadiglia da slogarsi la mascella, ma ha una domanda, che mi ha letto senza dubbio nel pensiero, tra noi succede spesso, ci chiediamo la stessa cosa nello stesso momento: Il nonno dormiva per terra sotto le stelle, con il ronzino, come i cow-boy?
No, nel carretto con la merce precisa mio padre.
Quando sentivi russare una pezza di velluto, voleva dire che Ignace Kiss era in citt aggiunge Semaforo a voce bassa.
Me lo ricordo interviene il padre di Hugo. Quando tornava a Beregszsz alla fine della settimana, il suo vestito sembrava fosse stato masticato da una mucca.
Ma il suo, anche stazzonato, era pi bello di quelli che fai tu, rammendatore!
Mio padre  disteso contro di me e davanti a me  sdraiato Hugo, e davanti a lui suo padre, e Semaforo, e l'Amico Pl, tutti insieme stretti sulla paglia putrida, uniti per le gambe, per le braccia, per i ricordi, per le storielle ormai logore raccontate nella nostra vecchia lingua, e alla fine mi abbandono a questo calore,  l'ultima cosa che abbiamo, la sola che nessuno pu toglierci.
Questa mattina non ho pi trovato le mie scarpe. C'era la solita calca: alle quattro e mezzo del mattino ci svegliano a bastonate e tutti si precipitano sulle proprie calzature o su quelle degli altri, l dentro non si vede niente, e naturalmente ci sono dei bastardi, immondi, disonesti, delle nullit, dei veri figli di puttana che si sbagliano apposta. Ti rubano le scarpe in condizioni migliori delle loro o pi adatte al loro numero e tu ti ritrovi a piedi nudi con il capo del blocco impaziente alle tue spalle, e allora ti butti a tua volta nel mucchio per arraffare qualcosa da metterti ai piedi, se sono scarponi troppo grandi non importa, ma un detenuto pi grosso te li strappa di mano ed ecco che finisci come un somaro con il paio di stivali pi scomodi, quelli che il campo ti fornisce nella sua immensa generosit, zoccoli di legno che pesano una tonnellata e scivolano, alla prima occasione partono da soli e ti lasciano indietro. Con gli zoccoli olandesi mi si sente arrivare da lontano: clac clac clac, in pi si incollano al fango. Ma ho avuto la fortuna di trovare un filo di ferro nel cantiere, mi faccio una specie di cinturino che me li tiene un po' pi stretti.
Achtung!
Ci mancava solo questo: una SS si presenta sul piazzale dell'appello. Capelli scuri, peli neri sul dorso delle mani che stringono una specie di sfollagente morbido. Lasciamo tutto, ci precipitiamo a formare quadrato e l'ufficiale prende posto in mezzo a noi.
Il vostro kommando ha bisogno di un nuovo kap annuncia. Chi si offre volontario?
Nella nostra assemblea, dilaga lo stupore. Siamo tutti ebrei, e nessuno ha mai visto un kap ebreo in nessuna parte del campo. Kap ed ebreo: pensavo che fossero due parole incompatibili.
I kap formano una classe di prigionieri a parte, una casta di privilegiati. Li riconosci a occhio nudo, non  solo l'arma che portano (un manganello di gomma, uno sfollagente, una mazza, un bastone, poco importa),  lo stile. I kap hanno ancora un certo stile. I loro capelli sono un po' pi lunghi, a volte imbrillantinati, e la divisa a strisce non gli sta lunga e larga come a noi. Ci ho messo del tempo, ma l'ho capito: alcuni se la fanno riadattare su misura dai detenuti che nella vita precedente facevano i sarti. Anche i kap malvestiti come noi hanno un'aria meno miserabile, tutto dipende dalla testa: la loro rimane sempre dritta mentre la nostra  china. Attraversano la baracca con il passo di quelli che possono picchiare i pi deboli e non mancano di farlo. Altra caratteristica: i kap sono Verdi e tedeschi, ogni tanto l'eccezione di un Nero o di un Rosso conferma la regola, ma finisce l. Un kap con il triangolo giallo, che barzelletta! Di sicuro la SS con le dita pelose sta tendendoci un volgare tranello. Ah, tu vuoi essere kap, putrido giudeo miserabile, viscida lumaca arrogante, tu vuoi elevarti al di sopra della tua condizione, bene, allora prendi questo, e questo, e anche questo! Immagino l'ilarit dei suoi colleghi, quando racconter loro che scherzo ci ha fatto...
Ripeto: il vostro kommando ha bisogno di un nuovo kap. Chi si offre volontario?
L'ufficiale si spazientisce. Batte il piede, a quanto pare la storia del kap ebreo  seria, ci vuole presto un candidato altrimenti la sua collera ricadr su di noi. Ecco! Un detenuto si  mosso.  Abram, un giovane della nostra regione, basso, tarchiato, parla poco ma non  sleale, l'amico fidato sempre pronto a dare una mano al vicino di casa senza rubargli la moglie.  stato deportato insieme al prozio che ci vede poco e ha gli occhiali rotti. Da allora, Abram  diventato i suoi occhi. Li vediamo nel campo sottobraccio insieme, pi passano i giorni pi il giovane diventa magro e il vecchio diventa lento, ma la coppia avanza sempre. All'annuncio della SS, Abram si  mosso, forse, la sua mano ha avuto un lieve sobbalzo, o forse no, poco importa, lo spingono fuori dalla fila: ecco il nostro volontario.
Guarda dice la SS ad Abram, guardami bene e impara.
L'Hauptscharfhrer fa segno a un piccolo detenuto di avvicinarsi, lo stordisce a colpi di manganello e lo spinge di nuovo nella fila. Poi tende l'arma ad Abram: A te, kap, scegli il tuo obiettivo. Quello l, guarda, il vecchio. Puniscilo.
Ha scelto lo zio. Abram lo colpisce, per forza, ma non troppo forte, riprendendo fiato tra un colpo e l'altro.
E questo tu lo chiami picchiare? sbraita la SS. Adesso ti faccio vedere io come si picchia!
La SS si scatena su Abram che cade svenuto. Quando riprende i sensi, Abram non  pi Abram,  un pazzo, un folle, una macchina da botte che si riversa sul suo vecchio zio.
Bene, stavolta ci siamo! commenta la SS con aria soddisfatta.
Ai piedi di Abram, lo zio  ridotto a una massa fratturata e sanguinante che viene portata via su una lettiga.
Dove lo portano? chiedo.
In infermeria, per curarlo risponde mio padre con voce sorda.
Non voglio ferire i suoi sentimenti, ma il vecchio in barella non  pi vivo, non lo  proprio pi, questo  sicuro.
Niente  mai sicuro, Tomi, nemmeno il peggio.
Parla a vanvera, mio padre. Il peggio  sicuro, sicuro e anche certo, ci siamo dentro fino al collo ma lo siamo tutti e due, e anche se  vecchio, mio padre, anche se non capisce niente e parla a vanvera, sono quasi sicuro che non mi picchierebbe, se glielo ordinassero. Non mi abbandonerebbe. Non so cosa diventerei qui, senza di lui.
Dove sei, mia cara, mia bella, mia regina? Tomas e io siamo vivi, non preoccuparti. Siamo arrivati in un mondo all'interno del mondo, un recesso inimmaginabile della societ ufficiale, una copia nascosta, sudicia, spaventosa, il rovescio filaccioso del mondo vero. E per essere sicuri che non fuggiremo mai ci hanno vestiti a strisce, dalla testa ai piedi. Dall'alto in basso, righe grossolane come per i camici dei pazzi, come per i cappotti dei maledetti. La stella non gli bastava pi, mia cara, e nemmeno il triangolo, il filo spinato, gli occorreva questa stoffa infame e un intero abbigliamento che ci isolasse. Nemmeno quelli, tra noi, che sognavano di evadere osano pi pensarci: nessuno si veste in questo modo, fuori di qui.
Fuori... l'altra faccia del mondo. Noi lo vediamo da qui. Basta spingersi alla baracca 104 per contemplare i campanili della citt, a qualche chilometro. La pianura si estende dietro la torretta di sorveglianza.  incredibilmente bello, intorno al campo. Ma dentro... Dentro  inverosimile. Per costruire le baracche hanno dovuto abbattere gli alberi e traforare la collina per installarvi una fabbrica sotterranea. La pietra si  frantumata, i tronchi sono caduti, gli uomini anche. Si vedono ancora le cicatrici. Sotto terra, a quanto pare, i detenuti fabbricano bombe e razzi, si ammazzano di lavoro senz'acqua, senza tregua, senza vedere la luce del giorno. Tomas e io lavoriamo in superficie. I primi ebrei giunti dal nostro paese hanno strappato le radici a mani nude, noi abbiamo preso il loro posto per pavimentare il piazzale dell'appello e sistemare i blocchi. Correre, sollevare, correre ancora, posare, non c' ordine che arrivi senza botte. Noi non siamo degli operai, cara, siamo degli arnesi; quando uno si rompe, viene buttato via. Detenuti dotati di guanti percorrono avanti e indietro il campo, spesso in coppia, spingendo sudice carriole o reggendo barelle, per portar via i corpi. Qui  un lavoro, il portantino di cadaveri. Qui tutto  un massacro, mia amata, i gesti, la natura, le persone e quello che le tiene collegate.
Ti ricordi di Abram, il nipote del maniscalco? Adesso  lui che ci comanda. Ci picchia. L dove viviamo ormai non ci sono pi n amici, n vicini, n fratelli, e nemmeno padri. Un padre dev'essere un faro, un punto di riferimento, deve stare davanti, ben dritto... I nostri figli non ci guardano pi, e hanno ragione: noi non stiamo pi davanti, e tanto meno ben dritti. Il grande dolore rende tutti uguali. Abbiamo finito di trasmettere, istruire, ispirare, non si pu pi neanche proteggerli. Io, non posso pi. Se Tomi sapesse cucire, sarebbe diverso, ma lui non  capace, e ieri sera, mia cara... Ieri sera un ufficiale  entrato nella nostra baracca. Ha chiesto ai sarti di farsi avanti. Ho cercato di non alzare la mano, ho cercato ma non ci sono riuscito. Tomi  giovane, pu ancora farcela con gli asfaltatori. Io finir per morire, se ci resto. Ho alzato la mano e oggi non sono andato a lavorare nel fango sul piazzale dell'appello. Sono uscito, mia amata. Ho attraversato il campo, la pianura intatta e poi la citt fino a un laboratorio di sartoria. In questa bottega ci sono delle macchine a pedale e un po' di quiete, potrei far tutto a occhi chiusi, mentre cucio ho anche il tempo di riflettere. Oggi ho pensato a te e a Gaby. Ho visto il tuo volto e il suo, i tuoi occhi dolci, le ciocche bionde e lisce sul suo capo. La bellezza ritorna quando sto l a cucire,  un luogo vero. Ci andr anche domani. Siamo stati scelti in cinque detenuti, cinque su trenta. Se Tomi sapesse cucire... I sarti alzino la mano! Era un ordine, mia cara, ho solo ubbidito.
Oh, Tomi, dormi?
Secondo te?
Apri gli occhi, devo chiederti una cosa.
Adesso non dormiamo pi per terra; nelle nostre baracche hanno costruito dei giacigli. Hugo e io stiamo sempre incastrati, ma in alto, per parlare in privato  un po' meglio e a Hugo piace molto chiacchierare, anche quando io dormo.
Tomi, ti ricordi il giorno dell'annaffiatura?
Certo che me lo ricordo! Era in primavera, prima che i tedeschi ci invadessero. Avevamo scritto un'opera teatrale con gli amici, un'idea di Serena. Si provava nel granaio del padre di Tibor, con le rime e tutto, io facevo la parte di una specie di principe met uomo e met cavallo e Serena era la mia crudelissima favorita. Avevo ricavato i nostri costumi dalle stoffe di mio padre, mantelli giganteschi legati con la corda, tuniche bucate per farvi passare le braccia, Hugo aveva disegnato con il carboncino una scenografia di cielo stellato su un lenzuolo grande. Con un martello e un vecchio vaso da notte facevamo risuonare il tuono l dentro, era demenziale. C'erano perfino due eunuchi e un intermezzo cantato tutto in ottonari, avevamo fatto un lavoro pazzesco. Immaginavamo gi di essere ingaggiati dal teatro dell'opera di Budapest quando, all'ultimo momento, quella mela marcia di Tibor si era arrogato la parte principale con il pretesto che facevamo le prove nel suo granaio, e non nel nostro. Nella sua versione della vicenda avevamo irrimediabilmente la parte dei tirapiedi. Io mi ero arrampicato sul tetto e dovevo versare la pioggia nel momento in cui lui iniziava il secondo atto, Serena faceva la parte di una serva e Hugo di un candelabro, a proposito di carriera! Naturalmente non gliel'abbiamo permesso. Dopo lunghe riflessioni Hugo e io abbiamo restituito al vaso da notte la sua funzione originaria e, venuto il gran giorno, nel granaio pieno da scoppiare di amici riuniti per la prima di Il Principe Cavallo contro il gran visir, ho fatto piovere sulla testa di Tibor tutta la nostra produzione di una settimana declamando una quartina di mia creazione in cui sbruffone faceva rima con coglione. Non era molto riuscita come poesia, ma il senso c'era: il giovane primattore sguazzava nel piscio. La sua tunica era inzuppata fino alle calze, idem i pantaloni. A settimane di distanza ridevamo ancora, Hugo e io, ma Serena non rise affatto, era furiosa, le avevamo rovinato la sua opera pi importante, che aveva impiegato settimane a scrivere. Dopo molto tempo, aveva finito per capire, se non a perdonare: dove  in gioco l'onore, non c' teatro che tenga.
Era brava con gli ottonari, Serena si lascia sfuggire Hugo. Anche tu pensi spesso a lei?
Non gli rispondo perch non mi piace questa domanda, n quell'era. Diffido dei ricordi che indeboliscono, preferisco mille volte pensare ai vestiti piuttosto che alle persone che li indossano e, comunque, anche il ricordo dell'abbigliamento mi deprime, soprattutto quando rivedo la tunica calda e colorata di Tibor, quei pantaloni di buon taglio, quei calzettoni alti, quel tesoro prezioso che io ho sconciato apposta. A quel tempo non ci pensavo, ai vestiti. Erano solo oggetti. Ignoravo fino a che punto fosse meraviglioso avere addosso una stoffa pulita, nuova e con un buon odore. Adesso lo so.
Qui le calze valgono oro, le indossa solo una cerchia ristretta di persone. E sono rare le uniformi che abbiano le tasche, i detenuti pi furbi legano con lo spago il fondo dei pantaloni per metterci le loro cose. Quanto alle scarpe, devo dire, meritano a malapena questa definizione. Alcuni detenuti le perdono lungo il cammino e si ritrovano sul piazzale dell'appello con un piede nudo ferito dai sassolini e le viscere contorte per la paura di essere dichiarati inabili al lavoro, perch essere inabili  terribile, lo sanno tutti,  l'inizio della fine, e gli zoppi lanciano folli occhiate d'invidia e di rabbia al vicino che ha ancora in fondo alle gambe delle scarpe vere e proprie e davanti a s qualche giorno di vita in pi. Tra i due estremi, i piedi nudi e le scarpe da citt, si allineano intere file di calzature pi o meno sventrate, sformate, spaiate, ciabatte scomode aperte alle intemperie, scarpette di tela indurite dal fango e tutta una serie di scarpacce eterogenee in lotta contro gli elementi, imbottite di carta, rabberciate con pezzetti di cuoio nel migliore dei casi, o di cartone di diversi colori, allacciate con filo di ferro, stringate con un povero laccio consunto, sembrano il fagotto dello straccivendolo Mandel, se ci soffi sopra si disfa tutto. Le scarpe di mio padre tengono ancora abbastanza bene e sono assortite, marrone chiaro, stringate e alte sulla caviglia. Con un po' di fortuna dureranno: nella sartoria dove ormai lavora, si rovinano molto meno. Io, invece, sono rimasto ad asfaltare. Per tutto il giorno continuo a pensarci: come sta mio padre, dov', se  ancora vivo, se torner, come far senza di lui, come, come, in realt non proprio tutta la giornata, soltanto durante la pausa. Quando si lavora ad asfaltare, il cervello si ferma, bisogna guardare dappertutto, davanti, dietro, dosare gli sforzi, rallentare quando si  fuori dalla visuale del kap, accelerare in caso contrario, evitare i colpi, gli altri, il fango, non scivolare non mollare non inciampare non perdere gli zoccoli, rimanere concentrati contratti tesi come un'asta d'acciaio, se cado mi sbriciolo. Tutto  incollato all'asfalto, anche il pensiero, solo alla fine della giornata riprendono a circolare il sangue, l'ossigeno, la stanchezza e la paura, soprattutto la paura, da principio in un fiotto denso e lento sulla via del ritorno - come sta mio padre -, poi pi rapido - forse ha avuto un problema -, sempre pi forte con il passare delle ore, talmente forte quando viene la sera da sembrare un torrente che mi riempie tutto, mi batte in petto, ho una sola idea in mente: ritrovare mio padre.
Ogni sera, tutti i detenuti vengono riuniti per l'appello sul piazzale che io mi ammazzo di fatica ad asfaltare, migliaia di uomini stanchi, migliaia di spettri in uniforme a strisce, migliaia di teste tutte rasate allo stesso modo e livide, e io voglio mio padre. Dovrei issarmi per scorgerlo ma se esco dai ranghi una SS pu individuarmi e come minimo c' la bastonatura assicurata. Allora lo cerco dai piedi. Scruto dieci, venti, cento paia di scarpe, zoccoli, ciabatte, scarponi, scarpette, no, no, ancora no, l'angoscia aumenta ancora, un kap con la luna storta, un pestaggio, un incidente, una selezione? Poi, finalmente, compaiono le stringhe marroni, le scarpe da citt con gli occhielli argentati. Nella mia testa l'onda si calma,  il momento migliore. Mi fanno male le gambe, la schiena, la pianta dei piedi fino alla punta delle dita ma adesso l'appello pu durare finch si vuole: le scarpe di mio padre ci sono, con lui dentro. Un'altra giornata superata.
Allora, come va?
Ci ritroviamo alle latrine.
Oggi, due completi, e non due qualsiasi. Due giacche civili doppio petto da uomo con pantaloni, pi un abito da cocktail svasato, carino.
Bisogna vedere come parla del suo nuovo kommando, mio padre, sembra che abbia ricevuto una grazia. Mi elenca le sue creazioni della giornata senza lesinare i particolari del taglio o della stoffa, che si rivela sempre di qualit impeccabile: tessuti straordinari venuti chiss da dove, broccati preziosi, lane calde, velluti cangianti, maglie morbide senza dimenticare i metraggi di passamanerie, gli strass luccicanti, le sete pi scintillanti della coda di una sirena... e i suoi colleghi! Il greco geniale, il polacco ingegnoso, il pi grande sarto di Varsavia e questo Jacques della famosa famiglia di seterie che porta lo stesso nome, Non puoi neanche immaginare, Tomi, l'abilit di questi uomini! Da non credere, il signor Kiss frequenta ormai i migliori sarti ebrei d'Europa, vale a dire la crme de la crme della sartoria mondiale. Il peggio  che non esagera neanche tanto.
La selezione per entrare in questo kommando  stata severa mi conferma Hugo. Sembra che i tedeschi abbiano rastrellato tutti i campi della regione per scovare i detenuti pi competenti nell'attivit sartoriale. E sai che mio padre non  stato preso, anche se, ti ricordo, fa il sarto anche lui...
S, be', tuo padre...
Anche il vecchio Andor non  stato scelto.
Ah, sul serio? Comunque non  il caso di dare troppa importanza...
Sei ingiusto Tomi. Tuo padre  molto bravo.
Il nuovo kommando del mio signor padre si chiama Schneiderei, non  poi cos difficile, vuol dire laboratorio di sartoria in tedesco ed  logico perch  proprio quello, con le macchine, le stoffe, i rotoli, tutto, un laboratorio normale tranne che per i sarti rasati e magri che lavorano in pigiama a righe e per i clienti che entrano esclamando Heil Hitler. Se avessero detto a mio padre che un giorno avrebbe vestito il Terzo Reich, oltretutto gratis, non ci avrebbe mai creduto, eppure  cos: gli alti gradi delle SS di Dora, costretti a vivere nel profondo della provincia montagnosa dove  collocato il nostro campo, ma decisi a non rinunciare ai piaceri della civilt offerti dalle cittadine dei dintorni, hanno bisogno di smoking di seta e di guanti ricamati per recarsi ai balli, alle cene, alle prime teatrali, ed  mio padre, tra gli altri schiavi, che se ne fa carico.
Non vestiamo solo le SS, eh. Anche i notabili del posto ci fanno delle ordinazioni, sai. Abbiamo perfino mandato diversi abiti a Weimar. Weimar, Tomi! La citt di Goethe...
 vero, ci sono delle citt... Oltre il campo, da qualche parte dietro le porte in ferro che nascondono i nostri viali fangosi e le baracche gelide, esistono luoghi punteggiati d'alberi vigorosi, strade fiancheggiate da negozi colorati, con l'acciottolato grigio che luccica dopo la pioggia, un variegato insieme, vibrante di vita, di case alte che fumano, abitate da donne con le guance paffute e da uomini liberi che ogni mattina aprono il loro armadio per scegliere, su uno dei ripiani damascati, degli indumenti belli, puliti e robusti come loro, indumenti impeccabili, insospettabili, indumenti liberi anche se appena evasi dal buco nero nel quale sono nati.
Ci hanno perfino ordinato un costume da bagno per bambino aggiunge mio padre. Devi vedere il tessuto, una meraviglia...
Non sono poi cos brutti i racconti di sartoria di mio padre. Oppure mi ci sto abituando. Quando mi racconta quello che produce in laboratorio, non ci sono pi n baracche n latrine, non ci sono pi i kap, l'ignobile zuppa, le pulci, la paglia ammuffita, non ci sono pi nemmeno le strisce. Ritorno dove la gente normale si veste normalmente. L'ufficio del direttore che ha ordinato i vestiti ce l'ho davanti agli occhi: uomini che indossano completi eleganti e fumano, un piede posato con noncuranza sullo staggio della sedia, e i loro pantaloni dalla piega perfetta che risalgono mostrando i calzini. La fortuna che hanno, possedere dei calzini veri...Vedo anche il ristorante: le clienti vestite d'organza arrivano chiacchierando al banco di ricevimento; mentre la signorina verifica il suo registro, la bruna si rassetta i capelli e sistema le pieghe del suo abito. Io vedo tutto, tutto, quando mio padre racconta le sue giornate, compreso il fiume, il fiume color argento vivo, gelato, dove il piccolo bagnante prudente fa scivolare prima un piede, poi l'altro, come a malincuore, per poi fare un respiro profondo e gettarsi nell'acqua, urlando per farsi coraggio. Il suo costume azzurro chiaro  fradicio, il bambino alza le braccia al cielo, vittorioso. Ha battuto per KO la morsa del freddo.
Alla Schneiderei si sta quasi bene. Mio padre e gli altri ventiquattro lavorano al coperto, tranquillamente. Nel loro laboratorio nessuno muore schiantato dal peso di una rotaia, schiacciato da un vagone, spezzato dai colpi di mazza.  una posizione d'oro, lui ha colto al volo l'occasione,  normale. Io sono rimasto ad asfaltare perch non so cucire, anche questo  normale,  pi che normale,  logico e non serve a niente rimuginarci, no, non serve a niente rimpiangere, ripercorrere tutta la storia - se sapessi cucire, se avessi ascoltato mio padre quando mi insegnava, se mio padre non mi avesse lasciato solo ad asfaltare, e se, e se -, meglio non farsi domande perch a quelli che pensano troppo viene voglia di uccidere o di morire, del resto muoiono tutti, gli intellettuali: i professori, i filosofi, quelli che utilizzano pi il cervello che le mani sono stati i primi a crepare nel campo. I sarti, invece, sopravvivono.
Alla Schneiderei, infilano con gesto sicuro il filo nero nella cruna dell'ago. Cuciono la fodera linda e pulita. Laggi ci sono poche botte, niente fango, niente merda o sangue, solo lo stridio delle forbici che tagliano la tela, mani abili che sfiorano il manichino di legno, aghi che pungono qui e l e a poco a poco, sotto le dita degli spettri vestiti a strisce, appare il bustino prezioso, la cintura pieghettata, il giromanica elegante, la cascata di volant con cui la moglie del Kommandant, al braccio di suo marito, di l a poco piroetter sui pavimenti di legno lucidi di cera, sotto gli ori dei palazzi della bella citt di Weimar, qui vicino. Ah, la moglie del Kommandant... Dev'essere bionda, per forza. E quando balla di certo la collana le rimbalza sui seni.
Ho anche portato un...
A volte mio padre si addormenta sul gabinetto mentre mi racconta la sua giornata, nel bel mezzo di una frase. In quel caso basta una gomitata ben piazzata: Oh, dicevi?
Ho portato dal laboratorio un ritaglio di cotone niente male, guarda.
Fa uscire dalla manica qualche centimetro quadrato di tela morbida arancione, luccicante, ondulata e perfino pulita, pi che pulita, luminosa, sensazionale questo arancione,  la cosa pi bella che abbia visto da... da quando siamo partiti da casa. Se fosse possibile tessere i raggi del sole, avrebbero esattamente questo aspetto.
Il percalle viene considerato fragile, ma a torto precisa mio padre, piuttosto soddisfatto del suo bottino. Toccalo, non si sciupa.
Sotto le dita,  come una carezza. Mi incollo il quadratino sul volto, le latrine spariscono in una soffice nuvola dorata.
Tratta bene la merce, sempre.
La stoffa senza strisce  preziosa.  un tessuto da uomo libero, non  stoffa da galeotto. Solo il personale direttivo del campo, le SS, i pezzi grossi indossano giacche a tinta unita, pantaloni a tinta unita. Loro non assomigliano a zebre, sono autorizzati a essere belli. Per noi, i detenuti semplici, solo stoffa a strisce dalla testa ai piedi. I prigionieri delle categorie intermedie - kap, funzionari, responsabili dei blocchi e altri privilegiati, insomma, i Prominenten, come li chiamano qui - godono di una certa tolleranza: hanno diritto a qualche accessorio che non sia rigato, un fazzoletto, eventualmente un piccolo foulard. Mio padre ha fiutato il mercato. Con i cascami di tessuto in tinta unita che preleva di nascosto dal laboratorio, fabbrica segretamente dei berretti molto eleganti privi di zebrature, molto apprezzati dai capetti, desiderosi di distinguersi dalla miserabile casta dei prigionieri comuni da cui sono usciti a colpi di bastone. Il berretto senza strisce  il tocco che li fa uscire dalla massa, il segno della loro superiorit, come uno sfollagente, ma pi raffinato. Herman Kiss vende quindi i suoi copricapi in tinta unita al prezzo non trattabile di cinque sigarette, sigarette che scambia con un pane che baratta con delle patate che poi mi porta, e certe sere le mangiamo in fondo al nostro blocco, con la benedizione del capo baracca che ha ricevuto un berretto gratis, tre mirabolanti patate cotte in padella, il cui calore scalda il mio stomaco meglio di tutti i visoni del mondo sulle spalle nude delle mogli degli ufficiali.
Alcuni sono piatti, altri bombati. Negli atelier degni di questo nome,  il vapore che fissa la loro forma definitiva: il lavorante li modella su dei funghi di legno, poi li tuffa in pentole a doppio fondo piene d'acqua bollente. Nessun soprabito ha bisogno di essere cucinato in questo modo per restare in forma, credimi, mia cara... Ma sorvoliamo. In testa agli operai, rimangono semplici, ma se il loro destino  coprire il capo dei borghesi verranno ornati con abbellimenti inutili, spighette astruse, un sottogola, una visiera di vernice, tanti ghiribizzi che proclamano Io sono il lusso! Malgrado tutti i loro sforzi, i fronzoli con cui li si adorna non riescono a nascondere l'evidenza: si tratta di creazioni miserelle. Puoi credermi, mia cara, miserelle, estremamente semplici da realizzare. Gli artigiani di questa specialit vorrebbero farci credere che esistono tecniche segrete, una manualit che si tramanda di padre in figlio, senza parlare, per consanguineit, e, nascosto negli sbuffi di vapore, si celerebbe un mistero creativo.  molto pretenzioso. Si tratta pur sempre di una calotta, una tesa e una visiera, punto e basta. Un vecchio di Birobidzan mi ha insegnato la sua tecnica, tre settimane dopo ero bravo quanto lui. Si possono anche fabbricare a mano, senza macchinari, senza un paio di forbici ricurve, senza pentola a vapore e senza talento. Tuttavia non bisogna disprezzare l'oggetto: permette a quelli che lo portano di non avere freddo e a quelli che lo fabbricano di non avere fame.  cos da sempre sulla faccia della Terra, fin dalla notte dei tempi, alcuni hanno freddo alla testa, altri un buco nello stomaco, le due sofferenze si risolvono grazie a un pezzo di filo e un po' di stoffa, bisogna pur sopravvivere, mia cara, per questo oso dirlo: a mia volta, come un povero russo, come un operaio senza capacit, cucio dei cappelli per mangiare. Ecco come sono ridotto, amore mio. Cappelli. Cappelli per modo di dire, in realt, dei Mtze, dei berretti senza visiera.  il regolamento, qui, niente visiera. Impossibile cadere pi in basso. Per i miei ultimi ordini, ho comunque reso pi sofisticata la calotta dividendola in sei parti triangolari riunite in punta. L'effetto  leggermente gonfio, mi pare abbastanza riuscito.
Io non l'avevo prevista, la tragedia. Ma al campo niente si risolve in modo naturale, il problema iniziale rotola su un altro, si ingrossa e ti trascina sempre pi velocemente fino in fondo all'abisso. Io ci sono quasi, nell'abisso: sono al Revier. Il Revier  l'ospedale da campo. Da fuori assomiglia pi o meno alle baracche normali, ma una volta dentro si vede subito che il luogo non  neanche un'infermeria, piuttosto un incrocio tra un dispensario e l'ospizio per gli incurabili. Vi esercitano medici delle SS e detenuti che prima erano dottori, o infermieri, o dentisti e perfino muratori o spazzacamini, il reclutamento nei lager ha i suoi misteri, e tutti loro in ogni caso hanno ben pochi farmaci a disposizione. Non avrei mai creduto di poter approdare qui. Tutto  cominciato da quella faccenda delle scarpe che mi hanno rubato. Mi sono ritrovato con quegli orrendi zoccoli che si incollano al fango e ti frenano anche quando vuoi muoverti in fretta perch si avvicina il kap con il suo nerbo di bue. Queste porcherie di Hllander non tengono affatto, rischiano di sfuggirti a ogni passo, si attaccano, pesano, dondolano, ti trovi ai piedi l'inferno fatto scarpa. Il kap, due giorni fa, mi ha giudicato troppo lento. Mi ha picchiato una volta, due volte, cinque volte e io correvo, oh, se correvo! Correndo sotto i colpi ho perduto lo zoccolo sinistro. Ho proseguito a piedi nudi, naturalmente, ma c'era quel lungo chiodo arrugginito che usciva da una trave e mi si  piantato proprio tra l'alluce e il dito vicino, nell'incavo a forma di goccia. La sera, mi faceva talmente male che non potevo aprire bocca senza vedere le stelle dappertutto.
Ci siamo, ti dedichi all'astronomia? mi ha domandato Hugo.
Avrei voluto tirargli uno zoccolo sulle gengive, ma non riuscivo a muovermi. La mattina, la mia gamba era raddoppiata di volume fino all'anca, mio padre era gi uscito, io non stavo in piedi e Hugo ha smesso di scherzare: mi ha portato in spalla al cantiere. Stavo seduto, impossibile lavorare. Una SS mi si  avvicinata, vedevo brillare la sua pistola alla cintura. Miracolo numero uno: non mi ha sparato un colpo in testa.
Cosa succede a quello l? ha sbraitato. Non  pi in condizioni di lavorare!
Il kap di servizio si  precipitato verso di noi brandendo il bastone e mi ha tirato una gran botta sulla schiena, per poi profondersi in inchini e scuse all'Obersturmfhrer: Chiedo venia, naturalmente togliamo subito di torno questo spregevole piccolo giudeo, ecco, come fosse gi fatto...
Non appena la SS ha girato i tacchi, il kap ha deposto il suo sfollagente e, miracolo numero due, mi ha messo su una carriola e ha acciuffato il primo detenuto che passava di l: Al Revier, e di corsa!
Nel campo, a volte, senza che nessuno capisca perch, la grande ruota dei guai smette di girare e tu sei ancora vivo.
Il Revier  un posto ignobile. I morti si accumulano davanti alla porta e i malati dietro. Hanno la diarrea, ulcere, gambe gonfie, febbre, succhiano i bottoni della giacca per rinfrescarsi, sputano, soffrono, puzzano. L'odore persistente del disinfettante si mescola ai fetori di... insomma, non bisogna inspirare troppo a fondo. Un medico, o meglio un grosso tedesco sdentato che assomiglia a un medico come io somiglio a una pompa da monopattino, mi spinge su una barella: Male dove?
Al piede, signore, ho camminato su...
Tu ebreo?
Ma  cieco o cosa, c' scritto sulla mia uniforme: triangolo giallo, con la U di Ungarn in mezzo, non potrebbe essere pi chiaro.
Ebreo, s.
Il nuovo crematorio  fatto per te, bastardo!
Poi si gira verso i suoi colleghi con un gesto che mi permette di capire senza fatica n traduzione: Gli tagliamo la gamba.
Sto per svenire quando un altro dottore, basso, di origini ceche, arriva dalla sala vicina. Sicuramente nasconde dietro la schiena la sega per amputarmi. Prima che abbia il tempo di pronunciare una sola parola, tento il tutto per tutto: Senta, io sono ebreo solo a met. Da parte di padre soltanto. Mi lascer la mia gamba?
Non preoccuparti, ragazzo, e rimani disteso, devo auscultarti.
Parla come un medico vero. Porta occhiali piccoli con la montatura di metallo e non ha nessuna sega. Il mio piede  in condizioni deplorevoli, dice, bisogna pulire la ferita e arrestare l'infezione. Sparisce dopo aver pronunciato il verdetto e con orrore vedo ricomparire il medico sadico di poco prima armato di una punta tagliente, di un liquido sconosciuto e di cerotti di carta. Lo accompagnano due prigionieri, uno dei quali mi tiene le ginocchia e l'altro la gamba sana, mentre il coglione in capo mi tritura le dita del piede con fervore. L'anestesia  fatta in casa: ogni volta che grido, uno dei subalterni mi tira un pugno in piena faccia. Quando il bravo dottore ceco torna, ho smesso di gemere ma mi fa pi male la testa che il piede.
Quanti anni hai, ragazzo?
Diciassette.
Mi guarda con aria dubbiosa. Me ne frego e confermo, s, signore, diciassette anni, dopo tutto  una bugia a met, sono davvero del mese di agosto e se i miei calcoli sono giusti non dovrebbe mancare molto al mio compleanno, a meno che non sia gi passato da poco... Il medico scarabocchia. Sulle sue scartoffie, una notizia buona e una cattiva: sono dispensato dal lavoro per quindici giorni ma devo tornare qui tre volte alla settimana per rifare la medicazione.
Allora non morir?
No, ragazzo. Sei un tipo tosto.
Non ne sono sicuro, ma ho l'impressione che abbia sospirato.
Quanti anni avr, quindici? Un po' di pi? Con un'infezione come la sua, non pu averne ancora per molto. Quanti morti... Quanti morti adesso che siamo quasi alla fine... In questo stesso momento, gli Alleati avanzano verso Parigi, i russi sono alle porte del Reich, lo sappiamo dalla radio. Uno degli apparecchi appartiene all'Oberscharfhrer SS Michaelsen, di professione dentista, un fannullone di prima categoria. Lo attiriamo fuori dalla sua stanza con i pretesti pi improbabili mentre uno dei nostri capta la BBC. La seconda radio  nostra, solo tre compagni oltre a me sanno dove  nascosta.  una grande fonte di coraggio per noi, detenuti cechi, russi, francesi, tedeschi, che tentiamo di resistere... Sappiamo che la vittoria  vicina. Bisogna resistere. I nostri uffici al Revier sono diventati delle vere fabbriche per la distribuzione di permessi di riposo. Quello che ho dato al giovane ungherese gli consentir di tirare il fiato per un po'. Resistere, ecco tutto, e mantenere in vita quanti pi prigionieri possibili... Sabotare il pi possibile, anche perch nessuna bomba volante prodotta a Dora sia in grado di raggiungere Londra. Nel tunnel, i compagni addetti alla produzione disfano con una mano quello che costruiscono con l'altra: elementi della fusoliera saldati al contrario, le minuscole parti dei giroscopi che spariscono nei gabinetti... La loro incompetenza si espande, moltiplicata dalla ferma volont di fare danno e da un nuovo, fragile impulso del quale non osiamo pronunciare il nome e che assomiglia alla speranza. Tra qualche mese, gli Alleati libereranno il campo, ormai  evidente. La sconfitta della Wehrmacht  ineluttabile. Presto saremo liberi, liberi e vittoriosi. Ma chi resister fino ad allora? Di certo non il piccolo ebreo appena uscito dal mio ufficio.
Domani muoio. Sono quindici giorni che mi riposo e la gamba mi fa sempre male, quindici giorni che tutte le sere mi trasportano all'appello, a volte Hugo che non ne pu pi, a volte un gigante che mio padre paga per il suo disturbo con un tozzo di pane o due patate. Per colpa mia, la sua produzione di berretti ha assunto un ritmo industriale, lui ha sempre ago e filo in mano. Nel campo, solo i kap assolutamente refrattari all'eleganza non hanno il loro copricapo Kiss: mi sembra che sia diventata una moda. Domani, comunque, morir.
Uno scribacchino del campo ha deciso che ero abbastanza in forma per tornare a trasportare rotaie e a spingere vagoncini. Ma io so che non ce la far mai. Domani non potr sollevare le pietre n correre sulle assi, non sar in grado di muovermi in fretta, pi in fretta e ancora pi in fretta e quelli come me, inabili al lavoro, finiscono in un trasporto. Il trasporto  la cosa peggiore di tutte: sola andata per il cielo. La direzione del campo riempie dei vagoni con i detenuti pi deboli, i malati, i feriti, gli amputati, fanno un pacco di mille inabili e via, da buttare. Il convoglio dovrebbe andare in un centro di riposo, figurati! In realt, spediscono i passeggeri verso un campo simile al nostro e non danno loro quasi niente da mangiare o da bere durante il tragitto per farli crepare pi in fretta, cos se ne liberano. All'arrivo non sono pi in tanti e i pochi detenuti che si reggono ancora in piedi hanno vita breve. Lo sappiamo perch c' qualcuno che  tornato, sono rarissimi ma chiacchieroni, e da altre prove. Hugo lavora alla Kammer del campo, dove distribuiscono uniformi e calzature. Uno dei suoi colleghi, uno con il triangolo rosso, non credendo a questa storia del campo di riposo, ha voluto sincerarsene e ha segnato gli zoccoli di tre persone selezionate per un trasporto. Le scarpe gli sono ritornate alla svelta senza i loro proprietari. Sembra che le tolgano insieme all'uniforme, prima di farli entrare nei vagoni. I trasportati viaggiano in mutande, altri senza niente del tutto. All'arrivo, non devono neanche fare la fatica di spogliarli: sono morti e gi nudi, pronti per il forno. Adesso tutti sanno la verit. Del resto i trasporti sono stati ribattezzati Himmelkommandos, i kommando del cielo, pi chiaro di cos...
Prima della mia ferita li guardavo con commiserazione, i deboli, gli esausti che si auscultavano con passione, si palpavano, e quando con le dita sentivano indebolirsi i piedi, farsi ossute le braccia, capivano: il prossimo kommando del cielo sarebbe stato per loro. Adesso anch'io mi palpo, e capisco. Poco fa, nel cortile della baracca c'era una grossa pala abbandonata, come quelle che usiamo per asfaltare. Ho provato a sollevarla, per vedere, ma non ci sono riuscito.
Quando una volta scappavo di casa, mi piaceva immaginare la preoccupazione dei miei cari. Li vedevo torcersi le mani, piangere, e godevo della loro angoscia. A volte aggiungevo a questo film drammatico una conclusione fatale: i miei genitori devastati dal dolore mi ritrovavano nella foresta divorato dai lupi, beccato dai corvi, smembrato ai piedi di una roccia. Mi immaginavo la loro disperazione fin nei minimi dettagli, quasi al rallentatore. La loro sofferenza atroce mi rassicurava ma - quello era il prezzo da pagare - l'idea della mia stessa morte mi rivoltava lo stomaco, avevo paura, provavo una stretta al petto, la nausea, spasmi, singhiozzavo, un vero sconvolgimento romantico: tutte stronzate! In realt la tranquilla, inarrestabile certezza di morire soffoca il sentimento.
A cosa pensi? mi chiede Hugo.
A niente.
Per essere uno che non pensa a niente, hai un'aria molto concentrata.
Penso alle ragazze di fronte a casa nostra.
Ah... capisco.
Non ci andr mai, amico mio. Per me  finita. Sono fottuto.
Non dire scemenze, Tomi. Andremo insieme al bordello, se ti far piacere, tutti e due, te lo prometto, quando saremo usciti da qui. E forse ci faranno un prezzo comitiva.
Tu non perdi mai la bussola.
Altrimenti che astronomo sarei, Tomi, e te lo garantisco: la tua buona stella non ti abbandoner.
Mi piace parlare con Hugo, anche quando sono sul fondo dell'abisso. In realt, soprattutto quando sono sul fondo dell'abisso. Un amico  soprattutto questo: uno che parla quando ce n' bisogno e per il resto del tempo tiene la bocca chiusa.
Povero Tomi! Non gli piace che lo compiangano, tuttavia... Stasera  riuscito a zoppicare fino al piazzale dell'appello, ma gi trema ed  solo un quarto d'ora che siamo in piedi. Siamo obbligati a presenziare all'appello, salvo dispensa. Anche se malati, anche se morti dobbiamo metterci in fila con tutti gli altri, mentre le SS ci contano. Siamo migliaia, pu durare un'ora o due giorni se per disgrazia manca qualcuno. Alcuni detenuti schiattano sul posto, altri svengono semplicemente, non abbiamo il permesso di aiutarli. Se ti muovi, punizione. Se non ti muovi, punizione lo stesso. L'altro giorno, una SS ci ha fatto togliere e mettere i berretti per due ore. Adesso la notte scende presto, il cielo  tutto illuminato. Sirio, Antares... Sono innumerevoli, le stelle. A guardarle bene, non una ha lo stesso colore di quella a lei vicina. Betelgeuse ha dei riflessi di fuoco, Rigel  bluastra, Aldebaran dorata. Non ho mai capito perch quella che ci fanno indossare  di un giallo cos brutto, come una piastrella color burro sporco. Dov' finita la stella Polare? Mi piacerebbe che mi aspirasse. Mi solleverei nel suo scintillio, mi rifrangerei in mille particelle iridate e la farei finita con il freddo, i crampi e il vento, non avrei pi corpo, che felicit... Die Rechnung stimmt nicht, la conta non  esatta: mancano tre detenuti all'appello. Sono sicuramente morti prima di arrivare sul piazzale, ma perch la somma quadri bisogna conteggiare anche i cadaveri, quindi attendiamo che i morti raggiungano i vivi sotto la mirabile volta celeste. Chi ci vede, noi, i congelati, gli esausti, i numeri? Esistiamo per qualcuno? Lo sa Lui quello che stiamo sopportando, Colui che da lass dovrebbe vedere tutto? Pare che, nei sotterranei del nostro campo, i detenuti fabbrichino delle armi volanti, inedite, inarrestabili. Quando attraverseranno le nuvole per radere al suolo l'Inghilterra Lui le vedr, e vedr anche quelli che le costruiscono? Nel frattempo, se Lui potesse mandarci un messaggio, qualcosa, un sostegno, un incoraggiamento, qualsiasi cosa, un segno, solo un segno per Tomi...
La SS entra nella baracca, il silenzio cala subito come un coperchio e chiude il becco a Hugo, occupato fino a quel momento a scocciarmi con la mia buona stella e la mia futura guarigione, improbabili sia l'una che l'altra visto lo stato deplorevole in cui mi ha lasciato l'appello serale.
Ci sono dei sarti qui?
La SS ha parlato e io non credo alle mie orecchie. Dei sarti? Dei sarti, certo che s! Anch'io voglio lavorare al chiuso, con calma, in mezzo a pezze di velluto e di cotone come mio padre! Alzo bene in alto la mano, pi in alto che posso, fino a strapparmi il polso, fino a bucare il cielo,  l la mia buona stella e non intendo mancarla, gi mi vedo avvolto nel caldo bozzolo del laboratorio, lontano dall'asfalto, dal fango, dalle grida, dalle botte, ma mio padre inorridito mi abbassa subito il braccio.
Tu non sai cucire, Tomi!
Tu non sai, tu non sai  tutto quello che sa dire su di me. Preferisce forse che crepi facendo lo sterratore? Chi se ne frega delle sue occhiatacce, se voglio sono un sarto, ma lui mi stringe forte entrambi i polsi contro la sua gamba, non riesco ad alzare un dito, e dopo aver segnato i numeri dei detenuti volontari la SS lascia la nostra baracca senza voltarsi indietro.
55789: sarto.
Ha creduto che gli ubbidissi! Mio padre crede sempre che gli ubbidisca,  patetico. Pensa che con me funzionino ancora le occhiatacce, le minacce, i divieti. Appena lui ha girato sui tacchi, mi sono precipitato nel cortile della baracca per raggiungere la SS che cercava dei sarti. Non per vantarmi, ma sono stato lo zoppo pi veloce di tutta la Germania e il pi convincente: perdoni il mio ritardo, sono apprendista sarto, molto motivato, sehr gut Schneider, deve assolutamente aggiungermi alla lista, la-prego-grazie-grazie. L'ufficiale mi ha tirato un gran pugno alla spalla ma mi ha inserito. 55789: sarto. Asfalto addio! Chi  il pi furbo di tutti?
Anche Semaforo si  professato sarto bench sia pi o meno avvocato ma il diritto, qui al campo, gli permette solo di spingere vagoncini. Per quanto lo riguarda,  solo una mezza bugia perch quell'animale ha studiato da sarto in giovent:  cos che ha conosciuto mio padre. Questa mattina, quindi, lui e io pensavamo di prendere il treno per raggiungere una sartoria in citt, come fa mio padre, e invece non siamo usciti dal campo. Semaforo, io e tutti i sedicenti sarti della mia baracca siamo stati condotti al blocco 5, l'edificio di fronte alle cucine. Ci sono dei tavoloni di legno, decine di macchine per cucire in fondo, rocchetti di tutti i colori, aghi, quindi  confermato: dovr cucire. L'importante  sembrare credibile. Fare come se fossi capace. Fare il sarto  il mio mestiere, perfino la mia vocazione. La mia passione. 55789, sarto di padre in figlio. Ci credo, ci credo, ci credo.
Qui siete alla sartoria del campo, riparazioni e calzoleria...
Il kap in questo caso  tedesco. Occhietti furbi, mani da bambino, ha l'aria di una canaglia suadente e infida. A Dora, la grande maggioranza dei kap porta il triangolo verde dei vecchi carcerati, ma lui ne ha uno nero, mai visto prima. Un delinquente, forse... o un sabotatore? Nella vita vera, questo tizio non deve essere un fuorilegge a tutti gli effetti, come un rapinatore di banche o spiombatore di treni. Ha piuttosto l'aria del truffatore ossequioso, un mazzo di rose in una mano e il tuo portafoglio nell'altra. Rannicchiato sulla sua poltrona, parla senza guardarci ritmando ogni frase con leggeri colpi di frustino che distribuisce ora al suo Vorarbeiter - l'assistente, un vecchio con due grosse rughe che gli solcano le guance come cicatrici - ora alla sua serva, un giovane polacco dai folti capelli neri che lo segue ovunque con un grande bicchiere d'acqua e, a quanto pare, serve a molte cose. Metodicamente, il kap si interrompe per vezzeggiare il suo cane, una specie di mastino in miniatura, corto di zampe e gonfio come un pallone che ci copre di guaiti rauchi.
Zitto, tesoro! Eccovi al laboratorio, e come dice il suo nome...
Il kap si alza lentamente dalla poltrona, avanza di tre passi scivolando come sui pattini, perde il filo del discorso, infastidito fa un mezzo giro, urta la sua servetta che camminava a capo chino dietro di lui con il bicchiere d'acqua, gli ordina di asciugare, riprende il suo discorso, ripete due volte la stessa cosa.  privo di qualunque senso morale, questo coglione. Tanto meglio per me: se ci sorveglia come parla, me la caver. Cucir pi lentamente degli altri, ecco tutto. Il Vorarbeiter ci presenta un'immensa pila di divise a strisce, uguali a quelle che indossiamo ma in condizioni perfino peggiori, stracci informi, grigiastri, usati, strappati da tutte le parti. Su ogni tavolo  stata tagliata una giacca in pezzetti che serviranno a rattoppare gli strappi pi grossi. Una volta riparato l'indumento, dobbiamo deporlo a terra. Bisogna riparare dieci divise nel pi breve tempo possibile. Cominciamo, un pantalone aperto sul ginocchio. Poso la pezza sul buco, con le righe tutte nello stesso senso, e cucio. O almeno tento di cucire. La stoffa  ruvida, l'ago mi scivola tra le dita e il filo, questo maledetto filo che non vuole andare diritto!
Accanto a me, Semaforo non stacca mai lo sguardo dal suo lavoro. Butta sangue e sudore sugli orli,  tanto tempo che non tiene in mano un ago. Il mio vicino di sinistra, invece, ha gi quasi finito di riparare la sua prima uniforme. Porta dei vecchi occhiali rabberciati con della stoppa e, al braccio, ha un triangolo verde con sopra la lettera S. Quando i nostri sguardi si incrociano, fa un'espressione di disgusto come se la mia sola presenza impestasse il suo spazio vitale e gli si vedono i denti, tutti gialli e appuntiti. Una vera faccia da assassino, ma per quanto riguarda il rammendo il bastardo  un esperto: le sue dita si muovono sulla stoffa come il becco di un uccello, l'ago sparisce a velocit pazzesca per riapparire sempre nel posto giusto, non c' un millimetro di sbordamento tra i suoi punti minuscoli. Se sapessi cucire velocemente come lui... Le mie strisce sono disordinate, i rattoppi tengono a malapena e gli orli sono storti,  terribile. Se il kap se ne accorge, sono morto.
Forza, forza, sbrighiamoci ripete lui, accarezzando il dorso della sua mascotte.
Sembra un errore, quel cane: un pastore tedesco incrociato con un cuscino a salsicciotto. Eppure, per questa bestia ridicola, il kap ha solo occhiate amorose. Lo culla sussurrandogli parole dolci, come tesorino, bello mio, zuccherino, io non comprendo tutto ma  evidente che gli vengono dal cuore. Maestosa, la salsiccia canina accetta gli omaggi senza muovere nemmeno un orecchio.
Voglio vedere le vostre dieci divise riparate, ma dovete essere pi veloci! grida il Vorarbeiter.
Tra una sfuriata e l'altra, procede lentamente di tavolo in tavolo, accigliato; a intervalli regolari allunga la testa per controllare il lavoro e agita i suoi manganelli, uno in ciascuna mano, che lo fanno sembrare un grosso mollusco sempre pronto a picchiare. Io non riesco nemmeno a finire una giacca. Sono fregato, davvero fregato, bisogna che trovi un modo, e il mucchio del mio vicino che cresce a vista d'occhio... Continua a rammendare pi veloce della luce, questo dannato quattrocchi! E non mi aiuterebbe mai! Non alzer nemmeno la sua sporca faccia rugosa quando schiacceranno contro il muro la mia, e il vecchio kap continuer ad accarezzare il suo ridicolo cagnaccio mentre getteranno il mio cadavere in una carriola. E tutto questo perch non so cucire, non  giusto, no... Pensa, Tomi, pensa, trova qualcosa, qui si entra dalla porta e si esce dal camino, ma non io, non adesso.
Credeva di ingannare tutti, il piccolo giudeo, ma io vedo ogni cosa,  il mio lavoro, qui, vedere ogni cosa, che il lavoro sia fatto bene e che nessuno si metta nei guai. Niente guai  la linea di condotta del kap. Vuole stare tranquillo, spetta a me fare in modo che lo sia altrimenti vado dritto dritto nel focolare. Fare il Vorarbeiter non  poi cos complicato: individuare i guai per poi eliminarli. Semplice. Ho una vita fuori di qui che mi attende, una famiglia, cos faccio quello che mi dicono, niente guai. Quel ragazzo, per esempio, non sa cucire. Detenuti disonesti come lui sono la piaga dei kommando: se li si rimanda indietro saltano tutte le statistiche e, se li si tiene a far niente, chi le sente dopo, le SS... In ogni caso sono scocciature assicurate. Questa mattina, lo ammetto, non mi sono accorto di quello che stava combinando. Mi ha presentato le sue dieci uniformi riparate, ho confermato il suo mucchio, mi sono lasciato abbindolare. Ma oggi pomeriggio... Fare il sarto  anche questione di atteggiamento, tutto il corpo cuce, le gambe, gli occhi, le braccia, la concentrazione riguarda tutto anche se si muove solo l'ago. Il ragazzo, invece, faceva finta. Con i piedi, sotto il tavolo, rubava i vestiti rammendati dai suoi vicini, un paio di pantaloni a sinistra, una giacca a destra, ruba di qui e ruba di l senza che nessuno se ne accorgesse. Faceva scivolare le divise riparate dagli altri fino al suo mucchio, come un furetto! L'ho afferrato per le spalle, e lui ha dovuto subire, si  preso la pi grossa paura della sua vita! L'ho trascinato per tutta la baracca urlando. Non bisogna aver paura di esagerare, soprattutto agli inizi, serve ad acclimatarsi e raggela gli altri detenuti, per esperienza posso dire che  efficace come ammazzare qualcuno per dare l'esempio. Una volta arrivati in ufficio ho spiegato il programma al ragazzo: quando il kap fosse tornato dalla mensa, gli avrei raccontato tutto e per i bugiardi della sua specie, i ladri, i furbetti, c' il kommando disciplinare, il campo di rieducazione, quasi niente da bere e da mangiare e lavorare come bestie, ci sono alcuni posti cos qui in giro, chi ci va torna sempre in orizzontale. Il ragazzo mi ascoltava rannicchiato, pallido, impietrito. Poi all'improvviso  scoppiato a piangere. Grondava lacrime, aveva le guance inondate, non erano i piagnucolii fasulli, non erano le interminabili geremiadi dei vecchi e nemmeno la falsa tristezza per impietosire: erano singhiozzi violentissimi, torrenti di dolore. Si scusava, mi supplicava, mi spiattellava tutto, la ferita, il Revier, la pala, la paura, suo padre che non voleva lasciare, soprattutto suo padre, si sa che i bambini sono cos, giocano a fare i grandi ma senza di noi sono perduti.
Al kap l'idea dello spazzino istituzionalizzato  piaciuta molto. Uno spazzino in un kommando di sartoria, con i fili e i pezzi di stoffa dappertutto per terra,  una cosa normale dopo tutto, nessuno potr rimproverarcelo, per le statistiche. E quando ci sar l'ispezione delle SS una baracca impeccabile sar soltanto un vantaggio. Al ragazzo conviene tirare a lucido, pulire come un matto, come una donna, addirittura meglio di una donna, da poterci mangiare per terra. Altrimenti saranno guai per tutti, e i guai io non me li posso permettere, ho una vita l fuori che mi attende.
Era da tanto che non vedevo lacrime vere di un bambino vero.
Hugo, indovina!
Indovina cosa?
Quel tipo, il tedesco con gli occhiali, quello al quale ho rubato i pantaloni il giorno che siamo entrati in sartoria, sai perch  detenuto?
Non ne so niente...
Indovina, ti dico!
Ha ammazzato uno sbirro?
No.
Ha rubato milioni?
Sbagliato.
Ha...
Sbagliato di nuovo.
Ma non ho ancora detto niente!  una stronzata il tuo gioco, mi arrendo.
Il miglior sarto del laboratorio ha ucciso sua moglie. Lo sapevo! L'ha soffocata con un cuscino ed  stato subito smascherato... con la faccia che ha non aveva nessuna possibilit di scamparla. La S sul suo bracciale significa Schwerverbrecher, come dire che  meglio stargli alla larga. Questo tizio  un irrecuperabile di quelli pericolosi. In pi odia gli ebrei e passa le giornate a sparlare di noi.
Non fidarti di lui, Tomi! Non fidarti di nessuno ripete con tono grave mio padre. E soprattutto non avvicinarti nemmeno a un ago. Se rovini il lavoro, gli ufficiali crederanno che tu lo faccia apposta e sai cosa accadr, vero? Sai cosa succede ai sabotatori?
Lo so. Tutti lo sanno dall'altro giorno, vicino al bunker. Sono arrivati i detenuti, dei russi, gente come noi, solo che erano accusati di sabotaggio. Avevano le mani legate e un bastone in bocca, bloccato con un filo di ferro legato dietro la testa. Non potevano gridare, e in tutti i casi la musica dell'orchestra avrebbe coperto il rumore. Le SS fumavano, tranquille e rilassate. Il boia zoppicava e si trascinava a fatica da un russo all'altro per mettere loro la corda al collo. Zin zin, i musicisti hanno suonato durante l'esecuzione. Alla fine, abbiamo sfilato tutti davanti agli impiccati guardandoli bene in faccia, era obbligatorio, il primo che distoglieva lo sguardo sarebbe stato massacrato di botte. La testa dei russi ricadeva di lato, pallida. Ecco cosa succede ai sabotatori.
Devi stare attento, Tomi ripete continuamente mio padre. Fai molta attenzione. Sei riuscito a cavartela una volta rubando, ma non due.
Rubando, rubando, non riesce a fare a meno di essere sgradevole, mio padre! Me la sono cavata, ecco tutto, e brillantemente! Il primo giorno al laboratorio, bisognava bene che trovassi un modo per cavarmela. Ho rubato sei pantaloni riparati all'assassino con gli occhiali, ma quando si ruba a un criminale incallito non  furto,  un'equa restituzione. E ne ho presi quattro a Semaforo, consideriamolo come un prestito a un amico. Rubare, adopera subito le parole grosse... Il Vorarbeiter ha capito che non avevo avuto scelta. Qui la vergogna non  rubare, ma farsi scoprire. D'altronde, nel campo, non si usa la parola rubare, si dice organizzare, e non  truffa,  strategia. Si organizzano i sacchi di cemento, per esempio: li sottraiamo ai cantieri del campo e con tre buchi si trasformano in frangivento sotto le nostre casacche. Da noi, in Ungheria, quando si ammucchiavano gli strati di indumenti durante i periodi di grande freddo, lo chiamavamo lo stile cipolla, era divertente. Qui un solo pezzo di sacco di cemento sotto il vestito pu costarti una scarica di bastonate. Ma i sacchi si organizzano ugualmente, l'importante  non crepare di freddo. Nella baracca dove lavoro, quello che  magnifico  che si pu anche organizzare della carta igienica. Al campo non ce l'ha nessuno, o quasi. Io ce l'ho. Le uniformi a strisce stracciate che arrivano sui tavoli della sartoria adempiono perfettamente a questo scopo, una volta tagliate in pezzetti quadrati, e nel delicato momento in cui me ne servo alle latrine rivolgo un pensiero speciale alle SS che ci trattano come maiali, come rifiuti umani, come merde, senza mai fornirci un pezzo di carta igienica. S, io organizzo, rubo, distraggo, mi arrangio e mio padre, malgrado le sue belle parole e i suoi elevati principi, fa esattamente lo stesso con i suoi berretti cuciti di nascosto. La stoffa la ruba nella sua sartoria, nasconde gli scampoli nelle maniche ma gli d fastidio riconoscerlo.
Non rubare niente, Tomi, non organizzare niente, non dire niente, non muovere neanche un dito, sii prudente.  gi incredibile che ti abbiano fatto entrare in quel laboratorio, almeno fai in modo di restarci.
Mio padre non riesce a credere che io ce l'abbia fatta a entrare in sartoria, eppure ci sono, ci sono sul serio: spazzino istituzionalizzato. Sembra che Antal Kluger, il padrone del Tailor Shop di Beregszsz, sia morto. Ha perso l'occasione di arruolarsi nel kommando di sartoria perch era ricoverato, ferito, al Revier. Ha avuto un bel cercare di parare il colpo, di pregare, di obiettare che lui era sarto autentico di professione, le sue belle parole non hanno fatto n caldo n freddo all'amministrazione.  rimasto a fare lo sterratore. La mia gamba, invece,  guarita in sartoria, anche se io non so nemmeno infilare un ago. Al campo accadono cose cos, cose illogiche, che mi galoppano nel cervello, e io le caccio a grandi colpi di scopa e la giornata trascorre, al caldo, nel Block fnf.
La baracca 5 assomiglia a tutte le altre, verdastra, con il tetto a punta. Si erge davanti alle cucine ed  divisa in due per il lungo: da una parte la sartoria, dall'altra la calzoleria. Una volta alla settimana, ci arrivano da tutti i kommando tonnellate di uniformi a strisce, con le maniche strappate, le gambe macchiate, gli orli sfrangiati. Attraverso i loro buchi fuoriescono i colpi di manganello, le notti troppo brevi, le giornate gelide, la galera. Anche disinfettate, puzzano di sofferenza.  orribile vederle, ancor peggio toccarle, si sente sotto la stoffa il corpo lacerato di chi le indossava. Si immagina, dentro la giacca a brandelli, il detenuto sterratore, asfaltatore, portatore di sassi o di cadaveri, il poveretto calpestato, estenuato, all'addiaccio nel vento, oppure morto, forse morto, altrimenti perch ci renderebbero la sua divisa? Noi, invece, siamo vivi. Noi lavoriamo al caldo, per fortuna, per caso, senza neanche essercelo meritato, senza aver fatto niente, senza nemmeno saper cucire bene. Odio questo momento, quando le centinaia di divise strappate cadono sui tavoli: un blocco compatto di dolore.
I capi pi sbrindellati arrivano al capolinea, non c' altra scelta - spariscono non si sa dove, verranno distrutti, polverizzati, bruciati, immagino, non so - e i sarti riparano il salvabile. Resterei a guardare per ore le loro mani scarne che accarezzano la manica bucata, il filo che passa e ripassa, naturalmente non m'importa del gesto sartoriale, niente da spartire con questo mestiere da sottomessi, con questa ubbidienza a capo chino,  un'altra forma di schiavit, ci sono le strisce, i ritmi impossibili e le grida, il rumore delle macchine, ma almeno c' qualcosa. Qualcosa di profondo, di pugnace, di ostinato, di mai visto nella bottega di mio padre, di mai visto altrove nel campo, qualcosa come una forza tra le mani deboli dei sarti. Bisogna ammettere che si impongono, le loro mani magre, quelle mani contorte, ostinate, quelle mani striscianti che vivono ancora, che si muovono senza rumore come insetti da cui esce il filo riparatore, quelle mani tessitrici che prolungano la vita degli stracci, che ne chiudono le ferite, che accomodano; sotto di esse, bisogna vedere per crederlo, le giacche peggiori resuscitano, i pantaloni sfigurati guariscono, punto per punto la ferita si riassorbe e l'indumento rinasce nel silenzio delle cicatrici. Io vedo tutto questo, mentre passo la scopa. Assisto al gran lavoro di riparazione del filo che va e viene, dell'ago che passa e ripassa cancellando le piaghe, la vita stessa  catturata in quella stoffa e potranno dire quello che vogliono, i bastardi, i kap, le SS, che siamo degli Untermensch, dei vermi, dei parassiti da schiacciare, ma le mani animali resistono al grande nulla, alla distruzione, alla sparizione, e questa  in tutti i casi una straordinaria ebbrezza.
Anche fatta a macchina la riparazione  bella da vedere: una toppa sul buco e il martirio si cancella con qualche colpo di pedale. Gli indumenti si riparano meglio degli uomini, soprattutto con quelle macchine, nere, pesanti, non abbellite come la Pfaff di mio padre ma solide, con delle carrozzerie da guerra, con l'ago che corre come il vento... In sartoria ci sono una sessantina di macchine per cucire. Quasi tutte funzionano contemporaneamente, fanno un rumore di mitraglia. Mi fa venire voglia di provarne una. Sono arnesi da uomo, quelli, non come la scopa.
Una volta messe in ordine, le divise tornano in circolazione per vestire i detenuti e altri cenci prendono il loro posto. Il nostro laboratorio divora la stoffa da galeotto e la risputa senza tregua: quando la squadra di giorno dei sarti va a dormire, subentra quella di notte, e si rattoppano migliaia di vestiti a settimana. Dall'altra parte della baracca, i calzolai seguono la stessa trafila con le scarpe: le selezionano, ne riparano alcune, ne smembrano altre per tenere il cuoio, o le stringhe, o gli occhielli o chiss cos'altro, non si risparmia mai abbastanza per il grande Reich. Di tanto in tanto, il nostro kap convoca uno dei suoi Vorarbeiter, uno spilungone appassionato di sport ippici le cui attivit preferite sono, nell'ordine: 1/fumare, 2/mangiare, 3/rimpiangere i bei tempi in cui frequentava gli ippodromi. I due idioti si mettono comodi nel bel mezzo della baracca e op, op! Quando uno di noi riceve una manganellata, deve mettersi a correre come un cavallo. Al nostro kap piace ridere. Lo adora.
La sua principale fonte di divertimento  un detenuto che si chiama Ernst. Oltre che scheletrico e calvo, questo vecchio , per sua sfortuna, la copia vivente delle caricature antisemite che fioriscono da qualche anno sui giornali pi bastardi: cranio irregolare, orecchie pendule, naso adunco. Il nostro kap l'ha individuato fin dal primo giorno: Molto bene, perfetto, ottimo! Che esemplare!
E un largo sorriso ha illuminato la sua faccia da topo. Da allora, ogni volta che incontra Ernst, il kap intona una specie di allegra marcetta militare, Ali, Alo... Ala!, poi farfuglia tre strofe con entusiasmo, punteggiando la sua recitazione con dei vigorosi Jude che non lasciano alcun dubbio sul fatto che noi, i giudei, siamo i protagonisti della sua canzoncina. Sembra che nell'interpretazione del kap Jude faccia rima con guerrafondaio e feccia di gabinetto, tra le varie piacevolezze declamate a suon di manganellate sulla testa di Ernst, che trema come una foglia ogni volta che entra nel blocco 5. Il nostro kap l'ha ribattezzato Ali-Alo.
 puro concentrato di giudeo, eh, cocco? sussurra al suo cane.
Ogni mattina, il kap lancia il suo botolo addosso a Ernst che urla di paura e saltella per evitare i morsi. Quando il cane si  calmato segue il rituale del dente. Ernst ha un dente d'oro e il kap vuole quell'oro. Ogni mattina, quindi, tira il dente di Ernst con un paio di tenaglie. Potrebbe strapparlo via di colpo, in cinque minuti sarebbe cosa fatta, e invece no, si prende il suo tempo. Ad assisterlo nell'estrazione, chiama un grosso detenuto ebreo sudaticcio e terrorizzato di nome Felder al quale ha affibbiato un frac troppo stretto, promuovendolo aiuto dentista. Ernst e Felder, un vecchio scheletrico calvo e decrepito accanto a un piccoletto grosso e rubicondo vestito come se andasse all'Opera, fanno ridere il nostro kap fino alle lacrime.
Ho i migliori dice con la sua risata chioccia, proprio i migliori!
Oggi il nostro kap  di umore particolarmente gioviale: ha voglia di uno spettacolo. Spinge i suoi due sarti preferiti fuori dalla baracca dopo aver fatto loro indossare dei cappelli con veletta, scovati senza dubbio dai ragazzi della Kammer nelle valigie degli ultimi deportati.
Fuori, signore, andate a prendere aria!
Ernst e Felder hanno il terrore di uscire vestiti in quel modo. Non potranno certo passare inosservati: proprio di fonte al nostro blocco c' un kommando in attivit, trenta detenuti occupati nel rifacimento di un edificio che gesticolano, corrono, trasportano assi da un punto A a un punto B, avanti e indietro, e accelerano, scivolano, cadono, si rialzano, spalano e martellano come automi fuori fase sotto l'occhio e il bastone dei loro due capisquadra.
Forza, fuori,  l'ora della passeggiata! insiste il nostro kap.
Il grosso Felder apre la marcia, stretto nel suo vestito da maggiordomo, seguito dal vecchio Ernst che regge le code del frac come lo strascico di una sposa. Avanzano prudentemente lungo la via principale del campo, ma non osano alzare lo sguardo per paura di attirare l'attenzione, contenti di passare inosservati fino a quando uno dei kap dell'edificio si accorge dei loro stupidi cappelli e comincia a sghignazzare. I detenuti sterratori si azzardano ad alzare gli occhi e vedono il tandem formato da due prigionieri come loro, uguali a loro ma talmente laidi, talmente assurdi nel loro atteggiamento ridicolo, nel loro stupido abbigliamento, che al confronto la loro semplice divisa a strisce e il dover trasportare delle tavole li fa sentire quasi degli operai normali. Il secondo kap attacca a ridere come un matto, recluta immediatamente i due strampalati personaggi e ordina di portare loro l'asse pi lunga che ci sia. Mettono lo sposo da una parte e la sua vecchia dama di fronte e oh, issa! li guardano mentre la sollevano. Il carico  troppo pesante per loro, all'intorno si ride, con sprezzo della loro fatica. Ben presto tutto il kommando accerchia i due clown terrei. Come sono deboli! Come sono sventurati e grotteschi! Le risate aumentano, si raggruppano, scoppiano, gli schizzano addosso. Li spintonano, loro tremano,  ancor pi divertente, il pubblico vuol vederli pi da vicino. Ernst e Felder vedono adesso a distanza ravvicinata i volti solcati dalle smorfie di ilarit, li sentono stridere come la corda degli impiccati, e allora, terrorizzati, abbandonano l'asse e si mettono a correre pi veloce che possono, scappano sulle loro vecchie gambe, sulle loro grosse gambe, la coda del frac svolazzante, per mettersi al riparo nel nostro laboratorio prima che le risate li uccidano del tutto.
Fa freddo. Dato che ormai  inverno avanzato, il nostro kap ci conta ogni sera all'interno del laboratorio e trasmette i numeri all'amministrazione. Siamo dispensati dall'appello! Non dobbiamo pi aspettare fuori per ore, a congelarci!  una fortuna straordinaria, un privilegio incredibile. Il kap ha negoziato con le gerarchie. Ha molti amici tra le SS, e questo aiuta, certi ufficiali vengono addirittura invitati di tanto in tanto nella nostra baracca per dividere un sigaro o qualcos'altro, giocare a carte, assistere a un incontro. Un incontro di boxe, pi precisamente. Il nostro kap ama molto questo sport, possiede perfino un bel paio di guantoni di cuoio. Non si fa mai mancare un buon incontro, che lo rilassa dopo una giornata di lavoro. Cos, mentre gli altri detenuti sopportano l'appello interminabile sotto un vento glaciale, noi, quelli del blocco 5, assistiamo regolarmente a dei piccoli tornei. Su un ring improvvisato, il servo polacco del kap  sollecitato a spaccare la testa di uno o pi tra noi, in rapida successione, e la maggior parte delle volte tocca a Ernst: il kap sguinzaglia il suo botolo che galoppa tra i pugili mentre il vecchio si sdoppia goffamente per parare i colpi evitando i morsi. Il sangue gocciola, il cane abbaia, Ernst non sa pi dove voltarsi. Noi siamo incollati gli uni agli altri intorno all'arena. La stufa riempie il laboratorio di un'aria tiepida che ci intorpidisce.
Che match! Che spettacolo!
Il kap ammira il massacro, impassibile sulla sua grande poltrona imbottita di cuscini. I suoi occhi brillano. Non so cosa gli piaccia di pi, se lo spettacolo dei pugni che colpiscono o quello delle nostre mani che applaudono perch io applaudo, ovviamente, tutti applaudono, decine e decine di mani che battono per incoraggiare i combattenti, per ritmare la danza incongrua delle ginocchia di Ernst che tremano davanti ai denti del minuscolo botolo, applaudiamo tutti e, peggio ancora, ridiamo, nessuno di noi pu farne a meno,  atroce,  irresistibile,  la cosa peggiore, procura un terribile sollievo, finisci sempre per farti beffe di quel povero Ali-Alo, pazzo di terrore e solitudine, esilarante con la sua ridicolaggine nel bel mezzo del laboratorio. Alla fine del combattimento abbiamo le mani arrossate e cos pure le guance, abbiamo tanto caldo e pochissima vergogna. Il nostro kap si alza lentamente dal suo trono e, prima di ritirarsi nella sua stanza con il bel vincitore, saluta il suo povero popolo con un sorriso benevolo: Si sta meglio qui che fuori, eh, ragazzi?
Buono o cattivo, nemico o alleato, boia, vittima, uomo, donna... Al campo le categorie abituali si dissolvono, alcune persone escono dagli schemi e si fatica a classificarle, tanto il loro carattere forma una miscela sporca e opaca, un fango che ti inghiotte.
L'ho preso! Il dente, l'ho preso! Stamattina ho lasciato cadere un topo mezzo morto sulla testa di Ali-Alo: lui ha sobbalzato e il dente d'oro  caduto. Ci si diverte come si pu, in questo campo lurido. E poi si gela, meno dieci, meno quindici, mi vengono certe emicranie... Anche per l'aspirina bisogna arrangiarsi, anche se siamo kap non  che troviamo sempre la pappa pronta. Le SS, loro s che se la godono, perbacco! Con alcuni ci si pu mettere d'accordo. Kurt mi vender dell'aspirina, in cambio del dente otterr tutto quello che voglio... Che posto incredibile ha quel Kurt, l'ufficio postale del campo  il sogno di ogni SS. Tutti i pacchi spediti dalla Croce Rossa arrivano l, come del resto quelli delle famiglie, basta frugarci dentro e Kurt non si fa certo scrupoli, rastrella medicinali, vestiti, sigarette, biscotti, tutto. Bisogna vedere la faccia dei detenuti quando aprono il loro pacco, c' rimasto solo un dolcetto ammuffito e un misero libro! I cioccolatini della nonna li ritrovi in vendita allo spaccio, e il loro tabacco se lo fuma pap Kurt!
Ce n' uno che  venuto a lamentarsi l'altro giorno, un detenuto belga prigioniero di guerra. Le botte che ha preso... Kurt  la tipica SS, si pettina perfino come Hitler, la riga da una parte e i baffetti di peli del culo, alla minima protesta tira fuori le brutte maniere. Non bisogna trattarli male, quelli come lui, perch sembrano incazzati col mondo intero. Bisogna prenderli con le buone, saper scherzare. Io lo diverto il signor Kurt, mi ha in simpatia. I guantoni da boxe li ho avuti grazie a lui. Ogni tanto lo invito agli incontri, lui li adora. Quando c' qualcosa di particolare da vedere nella mia baracca lo chiamo e lui corre, il Kurt, ah, se corre! Che tipo, Kurt. Levagli l'uniforme e la riga di lato e ti resta un bravo ragazzone che ha solo una gran voglia di divertirsi, come tutti, come dappertutto.
La fama di burlone del nostro kap ci procura regolarmente visite a sorpresa che gelano il sangue. Questa mattina, eravamo gi al lavoro nel blocco 5 quando la porta ha sbattuto. Nella baracca  apparsa una SS tutta gallonata, imbrillantinata e con il cinturone. Sembrava di fretta e ficcanasava in tutti gli angoli.
Dov'? Dov' il famoso giudeo?
Tremiamo tutti, naturalmente. Quando un tedesco si mette in mente qualcosa non  mai buon segno: spesso il detenuto ricercato lascia la baracca e non vi fa pi ritorno. Questa mattina, il graduato cercava Semaforo.
Da questa parte, mio caro amico ha tubato il nostro kap, le porto il prigioniero seduta stante, si accomodi nella mia tana, ecco un cuscino, non rimarr deluso, glielo garantisco.
Poi ha recuperato Semaforo, l'ha spinto nel suo ufficio in fondo alla baracca e non abbiamo pi visto niente. In compenso, udivamo: Abbassati i pantaloni.
Dopo, dall'altra parte della parete  sceso un silenzio assoluto. Noi facevamo finta di lavorare, ma cosa potevano mai combinare l dentro? Non c'erano scricchiolii, n risate, n rumori di corpo a corpo, n brindisi, niente che evocasse i divertimenti abituali degli ufficiali. Forse Semaforo aveva nascosto un microfilm di segreti militari nei calzoni, oppure un'arma ultramoderna, ci chiedevamo anche se non fossero tutti morti, quando abbiamo udito l'esplosione di risa della SS. Sulle prime un accenno, quasi goccia a goccia, poi sono saltate le valvole ed  stata un'inondazione, un geyser, una cascata di risate, di sicuro stavano offrendo a sua maest il tedesco la miglior barzelletta dell'anno!  uscito dall'ufficio asciugandosi gli occhi e, dopo essersi sistemato il cappello in testa, ha ringraziato il nostro kap con una stretta di mano riconoscente: Non mi hai mentito, vecchio mio, uno con queste dimensioni non l'avevo mai visto!
Da allora, in sartoria, c' la sfilata: tutte le SS dal temperamento gioviale vengono a verificare la voce che gira e a vedere con i loro occhi il famoso Semaforo, del quale ho finalmente capito il misterioso soprannome. Se queste esibizioni intempestive procurano al nostro kap molte sigarette, la fama di intrattenitore pubblico e l'indulgenza delle SS, al nostro compagno danno la sicurezza che non vedr mai comparire il suo numero sulla lista nera di un kommando del cielo: il kap non potrebbe fare a meno di questo incredibile esemplare.
Nel campo, un chiodo ti uccide, un filo ti salva, l'esistenza non dipende da grandi cose, tranne forse nel caso preciso di Semaforo, la cui sopravvivenza  ormai saldamente legata al dono prodigioso che gli ha fatto Madre Natura.  la sua risorsa in pi, quella che, come ho avuto modo di constatare,  indispensabile per sopravvivere. Nel campo ci vogliono un buon kommando E una risorsa in pi. Mio padre, per esempio, ha la sartoria riscaldata E i suoi bei cappelli. Il grosso Felder, invece,  il capro espiatorio preferito del kap nella nostra sartoria E sa riparare le scarpe, suo padre faceva il calzolaio. Ogni sera, quando si toglie il frac, si siede in un angolo della baracca ed estrae dalla tasca segreta che ha cucito all'interno della sua uniforme dei pezzi di cuoio e altro materiale rubato con l'aiuto di chi lavora alla calzoleria. Sotto le dita di Felder, i buchi delle scarpe pi malconce vengono riparati, suole aperte si richiudono fino alla prossima volta. Lo pagano con pezzi di pane o con cucchiaiate di minestra,  la sua fonte alimentare aggiuntiva. Io, invece, non ho risorse in pi. Nessun dono. Nessun talento, nessuna fonte. Non so cucire berretti o altro, ignoro completamente come si riparano le scarpe. Sono il meno insostituibile della baracca 5, buono a nulla se non a pulire. Dall'oggi al domani, il kap pu sbarazzarsi di me o assegnarmi a un altro kommando che sar peggio della sartoria.
Li vedo, i detenuti che sgobbano all'aperto, alle costruzioni, allo sterro, ai giardini, alle latrine, adesso fa freddo, perfino peggio che freddo, quei poveretti tornano la sera sfiniti, gelati, esausti. I pi fortunati indossano un cappotto, dei pantaloni, la maggioranza non ha calze, muoiono come le mosche. Anche quelli del tunnel, loro fabbricano razzi, bombe o che so io, e prendono botte in continuazione. In sartoria almeno c' una stufa, e molte meno botte. L'altro giorno, mentre il kap discuteva, ho scambiato senza farmi vedere la mia casacca lurida con un'altra che era appena stata rammendata, n sporca n sfilacciata, meravigliosamente intatta. Bisogna assolutamente che metta radici in sartoria, che trovi un modo, un modo qualsiasi, per rendermi indispensabile. Per tutto il giorno guardo i sarti che lavorano, tagliano, rammendano, appuntano con gli spilli, vanno veloci, padroneggiano il filo e il loro gesto  bello,  il gesto pi bello della giornata, il pi pulito di tutto il Lager. Qui mangiare  un gesto sporco, lecchiamo il cibo. Sie fressen, dicono i Tedeschi, come per gli animali. Anche sterrare  sporco, spingere dei vagoncini pieni di fango  un lavoro che puzza, appiccica, macchia, fa sudare, mentre cucire  un gesto impeccabile. Inoltre sembra che non ci voglia niente: l'ago passa da una parte all'altra e si ripete tutto dall'inizio. Ne sarei capace, lo sento.
A volte, mentre ripara le scarpe, Felder si perde in chiacchiere seguendo i sentieri del suo ricordo e non ci risparmia alcun dettaglio: la sua bottega cos ben tenuta, la vetrina sulla strada con le cornici dorate, i commessi fidati, i clienti numerosi, e naturalmente non manca mai la moglie adorata, la sua tenera consorte, la sua cara Rachel, carne della sua carne, ah, la dolcezza delle sue braccia, ah, le squisitezze che gli preparava, le minestre di legumi, i dessert, i morbidi panini dolci, rievoca tutto fin nei minimi dettagli ad alta voce, sfortunatamente io occupo il giaciglio sotto di lui con Hugo e lo sentiamo maledettamente bene. I suoi ricordi trapassano il suo cuore e il mio stomaco,  un vero supplizio, io penso forse a questo genere di cose, sono forse cos stupido da torturarmi? Certo che no, le persone e le cose le lascio al sicuro nella cripta, non penso mai a loro, non formulo i loro nomi neanche mentalmente, non dico mai mamma, Gaby e Oscar, e Serena, passo le mie giornate a non pronunciarli mai, i loro nomi, mentre quell'altro l, quel Felder, continua a seccarci con i suoi ricordi cos vivi... Dal mio giaciglio gli allungo delle gran ginocchiate finch tace, ed  un favore che gli faccio, perch i nostalgici, i piagnoni, i depressi, tutti i deboli hanno gi un piede nel forno.
Smettila con quelle ginocchia, stupidotto!
Hai rotto con le tue chiacchiere, nonno.
Mio padre non si prende pi la briga di ripulire il mio vocabolario. Qui tutti parlano in questo modo. Non esistono i Grazie, i Per favore, non c' nessun cuscinetto per smussare gli angoli delle frasi, a volte non c' nemmeno una vera frase, soltanto parole gettate alla rinfusa in faccia all'interlocutore. Una richiesta presentata educatamente, un La prego, un Permette, sarebbe l'equivalente verbale del frac di Felder, un residuato ridicolo del mondo precedente, un fronzolo assurdo, una patetica debolezza che potrebbe costare un sacco di botte. Tra detenuti, le conversazioni sono secche come colpi di bastone. Del resto, l'argomento principale sono proprio i colpi: quelli presi, quelli evitati, quelli a cui si  assistito.
Il responsabile della falegnameria, un pazzo. Ha picchiato con un'asse un convalescente appena uscito dal Revier. E quello ci  ritornato in un baleno.
Una decina di bastonate a sangue sulle reni di un belga.
Il russo picchiato ieri sera dal sergente non si  pi rialzato. Il suo corpo  sempre sul piazzale dell'appello.
Ogni giorno, con Hugo, facciamo la conta dei pugni e poi immaginiamo come farla pagare ai bastardi del campo quando arriver il giorno della nostra liberazione. In questo gioco il mio amico e io siamo imbattibili: il palo, l'annegamento, la macchina per dare gli schiaffi, si presenta il conto come si deve ai soldati del Grande Reich, e perch non la corda? Spesso mi faccio tornare in mente la scena degli impiccati dell'altro giorno, i sedicenti sabotatori russi. Li rivedo chiaramente, pallidi, la testa molle sulla spalla. Ritaglio mentalmente i loro volti, li sostituisco con il muso del mio kap, con quello del boia zoppo, o del comandante del campo e del medico sadico, poi rimiro il risultato. Contemplo di nuovo gli impiccati, il rosso dei loro occhi, il bianco della fronte, il collo rattrappito, la lingua ingrossata, me li godo come quelle riproduzioni tutte colorate che una volta ci dava il maestro a scuola, gli uccelli sul ramo, le anitre in fila che increspano il lago, solo che di queste immagini, tenuto conto della mia pagella, non ne vedevo spesso.
Oggi niente impiccati. Soltanto una punizione, Fnfundzwanzig auf dem Arsch, ma non  certo meno formale, tutti i detenuti devono assistervi senza eccezione. Il punito  un francese, un resistente. Cosa abbia fatto per meritarla  un mistero, probabilmente non lo sa neanche lui, ma ha poca importanza: venticinque frustate sul culo per punizione. Il piazzale principale del campo  gremito. Hugo guarda il cielo, tanto per cambiare. Lui  un ragazzo semplice, dagli due nuvole e uno spicchio di luna e stai tranquillo fino a domani. Vicino a noi, dieci detenuti a capo chino sembrano in pieno conciliabolo. Riconosco tra loro i sarti del mio laboratorio. Bisbigliano, c' odore d'imbroglio... Mi avvicino.
Sia magnificato e santificato il nome del Signore nel mondo che egli ha creato secondo la sua volont...
Pregano, gli idioti!
Sia benedetto, lodato, onorato, elevato, esaltato, celebrato, magnificato e glorificato il nome del Santo...
Glorificato, niente meno! E benedetto per che cosa, perch ci lascia morire di freddo? Perch lascia che dei perversi ci uccidano a bastonate? I sarti si sbagliano, lass non c' nessuno che possa autorizzare tutto questo, noi siamo soli, soli a crepare, soli tutti insieme, loro, io e le migliaia di poveracci come noi che aspettano di essere contati.
Una grande pace del cielo e la vita siano su di noi...
S, come no.
Le SS arrivano, i kap hanno il taccuino in mano. Noi ci mettiamo sull'attenti. Nella fila davanti a me c' un gobbo. Non vedo il suo volto, soltanto la collinetta della sua schiena. Non  mostruosa, ma attira lo sguardo. Le bastonate che deve prendere... Non bisogna mai attirare l'attenzione, mai. Una volta mi  capitato per una svista, sono arrivato in ritardo all'appello. Mi sono ritrovato nell'ultima fila, vicino al vialetto dove passano gli ufficiali. Ero allineato, questo s, pi allineato che potevo, e dritto come un fuso, forse troppo... La SS mi ha visto. Quando ti vedono  la fine. Mi ha tirato un pugno terribile, ho sentito le pareti dello stomaco che si incollavano l'una all'altra. Non bisogna mai stare alle estremit della fila, mai, sempre in mezzo, confondersi nel grigio, nella massa, e allineati ma non troppo.  la cosa pi difficile, al campo: dosare senza conoscere veramente la ricetta, capita che si sia puniti per una cosa e per il suo contrario, ci che ieri era permesso oggi  vietato e alla fine qualsiasi gesto pu essere fatale. Meglio dunque esistere il meno possibile. Sfortunatamente per lui, il gobbo balza all'occhio. La sua giacca sale, colpa della collinetta. Per passare inosservato gli occorrerebbe un'uniforme speciale, allungata in basso o pi ampia tra le scapole, un espediente che cancellerebbe la gobba. Potrebbero inventare questo, i sarti del laboratorio, invece di sprecare il loro tempo a pregare, invece di cercare invano un Dio assente quando con le loro stesse mani potrebbero fare dei miracoli.
L'appello  terminato, incomincia la punizione. Il francese si china, lo tengono per i polsi, presenta il suo didietro nudo. Cosa gli costerebbe lasciargli i calzoni? Ein, zwei, drei... Dopo tre colpi quel tizio sanguina. Vier, fnf... Se il francese fosse vestito, di sicuro il boia ci penserebbe due volte prima di picchiare cos forte. Il tessuto farebbe da barriera,  una questione mentale. Vestito a strisce sei un numero, un pezzo, una parte dello stock ma resti un uomo nonostante tutto, come il fustigatore, l'abito unisce: solo gli uomini si coprono, non i cani, o i buoi. Nudo non sei pi nessuno, una bestia di cui si vedono le costole.  pi facile ucciderci da nudi. Sechs! Sieben! Il francese ha del coraggio, geme appena. Ci vorrebbero delle uniformi speciali per chi viene picchiato, rinforzate dietro, imbottite o foderate con del ferro, perch no. Se potessi, le fabbricherei cos per chi viene punito, con le piastre di metallo che arrivano nel tunnel o con decine di strati fatti con i sacchi di cemento... Gi che ci siamo mi farei anche un cappotto apposta per il freddo che c' qui, e che non ha proprio niente a che vedere con il freddo normale.  semplice, il freddo di qui meriterebbe una parola a parte. Arriva brutale da dietro le montagne, sfiora il nostro versante della collina e si getta su di noi per bruciarci fino all'osso. Quando credi di poter tirare di nuovo il fiato, la burrasca ti avvolge vivo nel ghiaccio, non sei altro che un corpo gelato. Qualche brandello di sacco di cemento non basta a scaldarmi e, se mi faccio scoprire con due casacche addosso, furto! sabotaggio! Mi ritrovo al posto del francese: 25 auf dem Arsch. Il sogno sarebbe una specie di tunica in piumino d'oca. Un rivestimento di piume fino alle dita dei piedi, spesso, abbottonato, e una cintura ampia (potrebbe anche essere una guaina) per soffocare la minima corrente d'aria. Acht, neun... Mio padre rabbrividisce accanto a me. Anche a lui servirebbe la tunica. Ma lo conosco, la troverebbe grottesca o stravagante, roba da far alzare gli occhi al cielo. Quello che ci vorrebbe per mio padre  un completo come si deve, magari imbottito di visone, perch lui lo adora, un visone morbido ed elastico, brillante, soprattutto caldo, non ne sporgerebbe un solo centimetro di pelle, un vero vestito serio, scuro, come quelli che indossava una volta ma rigorosamente riadattato - dal nostro arrivo si  consumato come una candela - ed ecco: di nuovo il signor Kiss.
Quando rifaccio l'abbigliamento sul piazzale dell'appello, il tempo scorre pi veloce. Dreizehn! Ancora dodici colpi prima che il francese torni in libert, e anche noi. In sogno infilo dei guanti scuri sulle dita bluastre di Hugo - quando stringe i pugni si vedono i pori del cuoio, di prima qualit - e al piccoletto curvo dietro di lui (un metro e cinquanta, sette anni di campo) un vestito aderente per farlo apparire pi alto. Dreiundzwanzig. Tocca a Felder... A lui non serve un frac, ma un buon gilet ampio e lungo a coste larghe che rivestano i rotoli di ciccia che gli rimangono. L'Amico Pl, il nostro compagno giornalista, indossa nella mia fantasia una bella camicia un po' snob con una tasca profonda per il suo taccuino e una sciarpa ampia in lana morbida. Vierundzwanzig, fnfundzwanzig, la punizione  finita. I vestiti svaniscono, gli uomini pure. C' posto solo per i ridicoli fantasmi a strisce zebrate e per il punito che viene portato di corsa al Revier, nudo e sanguinante.
Non lo indovineresti mai, mia cara: nostro figlio Tomi, il nostro imprevedibile primogenito, vuole imparare a cucire. Adesso. Una volta, quando avevamo una bella sartoria, una bottega, dieci paia di forbici, cento pezze di stoffa e una macchina a pedale di ultima generazione, non voleva saperne di toccare un ago, ma qui, senza materiali, mentre lavoriamo tutto il giorno a chilometri di distanza l'uno dall'altro, in questo buco nero dell'universo dove rubando un ditale si rischia la pena di morte, dove anche solo un punto saltato viene paragonato a un sabotaggio, imparare il mestiere diventa assolutamente urgente. Questo ragazzo, mia cara... Nostro figlio ha il suo ritmo, un ritmo unico regolato su un orologio misterioso e irritante del quale non capir mai i meccanismi. Era gi sfasato fin dalla nascita, quando rifiutava di uscire. Si  deciso con quindici giorni di ritardo, quindici giorni, cos tardi, cara, che il seguito lo conosci...
Imparando a cucire, Tomi vuole integrarsi maggiormente nel suo laboratorio, ingraziarsi il kap, rafforzare la sua posizione. Vuole poter barattare, e lo capisco, ma il suo percorso non  quello giusto. Prima di padroneggiare la tecnica dovr fare degli errori, e che cosa succeder allora? Se cuce storto con la macchina, se strappa un'asola, il suo kap lo punir, garantito. Tomi tiene pulito il laboratorio e i suoi superiori sono contenti, che continui! Che ramazzi e ramazzi, fino a farsi sanguinare le dita e perderci la salute, perch  quello che sa fare! Tutti apprezzano il lavoro ben eseguito, indipendentemente dalla natura del lavoro, tutti, e dappertutto, nessuno fa eccezione a questa regola,  la chiave del successo.
Lui mi assicura che con un po' di fortuna diventer bravo a cucire. Tomas  come te, dolcezza mia, pensa che il successo per arrivare abbia bisogno di due elementi dei tre che seguono: lavoro, fortuna, talento. Con la fortuna e il talento non occorre lavoro, e non occorre talento se sei fortunato e lavori, n fortuna se lavori con talento... Io non credo a questa favola, moglie mia. Io non credo n alla fortuna, n al talento. A te posso dirlo: di essi non mi fido. Il talento mi preoccupa. Viene senza che si sappia come n perch e non si trasmette, il talento  egoista. Peggio ancora,  capriccioso: un collega talentuoso potr essere bravissimo con i pantaloni senza essere capace di imbastire correttamente una giacca, e noi non siamo abbastanza ricchi per poter coltivare questo genere di cose. Io ho avuto bisogno di saper fare tutto per cavarmela. Io sono laborioso, mia cara, sono perseverante, non ho avuto mai niente senza fatica nella mia vita, n senza dolore, e la fortuna, parola mia, non l'ho incontrata quasi mai. In compenso il lavoro non mi ha mai tradito. Immagina che nel laboratorio, in questo momento, il mio Meister mi d di nascosto la met del suo pranzo. Vede come svolgo il mio compito, apprezza il lavoro ben fatto. Il lavoro, ecco la salvezza. Non il talento, dolcezza mia, e soprattutto non la fortuna. Soprattutto non la fortuna.
iTalia
Oh, Hugo, vieni a vedere, sbrigati!
Che c', cos'hai?
Devo dirti una cosa, subito, una cosa importante.
Pu aspettare dopo pranzo, la tua cosa importante?
No, non pu. Ho avuto un colpo di fortuna, vecchio mio, un colpo di fortuna incredibile...
Be', non posso nemmeno io, amico. Sto morendo di fame, quindi il tuo super colpo aspetter,  il mio pranzo che voglio adesso.
Anch'io ho fame, naturalmente, mangerei un bue intero ma oggi  un giorno speciale, ho trovato un sistema, e che sistema! Un sistema d'oro. M'infilo accanto a Hugo nella coda che si allunga davanti ai bidoni di minestra e gli spiego: le grandi pulizie del laboratorio mi occupano solo due pomeriggi alla settimana, tanto sono bravo e veloce. Il resto del tempo, adesso, lavoro con gli altri. Eh, s. Ho chiesto il permesso al Vorarbeiter, che me l'ha concesso. Non cucio, perch mio padre rifiuta di insegnarmelo, peraltro  davvero il colmo, dopo avermi avvelenato la vita con la trasmissione e la assimilazione, adesso che dovrebbe istruirmi dice di no. Ma non importa, imparer senza di lui, vedr se non sono capace. Se ho imparato a nuotare da solo, ce la far anche a cucire. Insomma, non cucio ancora al laboratorio ma faccio tutto il resto: seleziono, ordino, porto i rocchetti di filo e le uniformi, sbarazzo, mi rendo utile e c' tanto da fare, non mi fermo mai per tutto il giorno, dico di s ogni volta che mi chiedono qualcosa, e dopo rifletto. Voglio proprio vedere se i sarti potranno fare a meno di un apprendista come me...
Vieni al dunque mi interrompe Hugo. Cosa c' di cos importante?
Non avere troppa fretta, amico mio, con tutta la gente che c' in coda non mangerai tanto presto la tua zuppa. Ascolta, invece. Questa mattina, al laboratorio, dei detenuti hanno portato una montagna di pacchi, della stoffa e un gomitolo di filo grande come un uovo. Per cucire a macchina, i sarti hanno bisogno che il filo venga montato su una bobina speciale, in metallo, che si chiama spoletta. Era il mio lavoro del giorno: preparare il filo. In una mano la matassa, l'altro capo del filo sulla spoletta e, hop, con un piede si preme sul pedale della macchina, si svolge da una parte e si avvolge dall'altra, a gran velocit! Pazzesco. Mi piace molto toccare la macchina, romba come un motore... Questa mattina, quindi, la spoletta girava, il filo la ricopriva sempre di pi, la matassa rimpiccioliva solleticandomi le dita e, all'improvviso, mi sono rimasti in mano solo due piccoli oggetti, duri e lisci.
Dei lingotti! strilla Hugo.
Met della fila in attesa si gira verso di noi.
Niente affatto, oh, vuoi stare zitto?
Troppo tardi, dei russi si avvicinano con i pugni serrati. Mio padre mi si incolla a sinistra, il padre di Hugo a destra e questa corazza dissuade i nuovi arrivati. Nel frattempo le nostre gamelle si riempiono, cade il silenzio: ci ingozziamo.
Che cos' questa storia dell'oro? sussurra mio padre asciugando il suo cucchiaio.
Non  una storia,  la verit. Nella matassa ho trovato due anelli nuziali. In sartoria accade regolarmente. Mentre rammendavano dei vestiti, i sarti hanno gi trovato dei soldi arrotolati negli orli, delle pietre preziose in fondo a dei pantaloni e perfino, al caldo sotto l'imbottitura proibita di una giacca, la foto di un bambino piccolo.
Mio padre incassa la testa tra le spalle. Io mi rivedo, con Gaby, aggrappati in piedi sul pozzo della nostra casa per vedere l'oro che arrugginisce sul fondo, e la mamma alla finestra... Non  facile lasciarli tutti i giorni rinchiusi nella cripta, la mamma e Gaby. Saltano fuori dietro una frase, un gesto, ma non si deve, non si deve mai ricordarli, altrimenti tutto si concatena, si pensa ai capannoni del primo campo, a Birkenau, ai capelli rasati, al fumo, oppure ci si ricorda della nostra casa e ci si rammollisce fino a morire. Fortunatamente nella maggior parte dei casi Hugo mi tira una gran gomitata che ferma all'istante i rimuginii: Sembra che il mese scorso, in calzoleria, quel bastardo di Schtz abbia trovato dieci napoleoni d'oro nel tacco di una scarpa, vero, Tomi?
S,  cos.
Ovviamente, e sembra che il tipo alto che lavora al kommando dei raccoglitori di merda sia un rabbino!
Il padre di Hugo fa finta di non credere a quello che sente. E nemmeno a quello che vede, si direbbe che non se le beva. Da quando l'hanno fatto scendere dai treni sembra attraversare il tempo come un sonnambulo, in attesa che qualcuno venga finalmente a risvegliarlo.
Tu che sei cos furbo, Tomi, da dove pensi che vengano, gli ori che hai trovato? mi dice l'Amico Pl guardandomi dritto negli occhi. La donna che portava quella fede nuziale adesso dov'?
Indica il cielo con un gesto.
Deve sempre deprimere tutti, lui. Nuvole acri e grigiastre escono dal camino. La nostra baracca  proprio di fronte al crematorio, le carriole con i cadaveri vanno e vengono mentre mangiamo. Noi non le vediamo neanche pi, tranne quando Pl ce le sbatte in faccia con i suoi commenti penosi, i nostri figli, le nostre mogli, tutte quelle anime perdute, allora le ossa sporgenti dei morti, le loro braccia penzolanti sottili come aghi, le loro gambe rigide e secche ci perforano di nuovo gli occhi. Loro dove saranno, ormai? insiste Pl, e mentre gli scendono le lacrime parla a voce alta a causa delle sue orecchie malandate. Inizia a darci ai nervi, questo qui. Semaforo gli batte bruscamente sulla spalla:
Ehi, amico, guarda un po' l in alto, tua figlia!
Pl alza gli occhi senza riflettere, Semaforo ne approfitta per rubargli il fondo della minestra. Anch'io ci sono cascato. Ho sentito Guarda un po' l in alto e ho scrutato il cielo vuoto, vuoto come la gamella del povero Pl che adesso  immobile, inebetito, tramortito dallo scherzo del quale tutti ridono, di un riso indurito che prosciuga i cuori umidi.
Intorno al tavolo, tutti sognano una seconda razione. La zuppa era liquida, come sempre - anche se si mormora che in fondo ai bidoni ogni sera navighino ancora delle verdure vere, delle rape, forse perfino foglie di cavolo che gli sguatteri di servizio dimenticano di distribuire e che si godono loro, in ogni caso nessuno di noi ne ha mai visto nemmeno il colore.  l'ora in cui le dispense della fantasia si riempiono di panini dolci, di pasticcini alla crema e di torte al cioccolato. Semaforo ha l'acquolina in bocca ma tace. Ancora qualche mese fa, era piuttosto grasso.
Allora, Tomi, dove sono le tue fedi? mi chiede con un sospiro. Dove le hai nascoste? Faccele un po' vedere.
Non le ho pi. Le ho date al kap della sartoria.
Le fedi d'oro vanno a raggiungere bruscamente le rape e le sfoglie alla mela nel reparto dei sogni. Semaforo sospira con l'aria imbronciata di un bambino privato del dolce.
Hai fatto bene a regalargliele mi consola Hugo. Tenendole, avresti avuto delle noie. E adesso il kap ti avr in simpatia. Che cosa ti ha detto, quando gliele hai date?
Grazie. Ha detto grazie.
In cambio non mi ha dato niente, niente del tutto. N una ciotolina di zuppa, n una mezza patata, nemmeno un tozzo di pane. Almeno avrebbe potuto autorizzarmi a cucire a macchina. Mi piacerebbe. Sono sicuro che saprei farlo, a furia di guardare.
 tutto quello che ha detto, grazie'?
No. Ha aggiunto: Regaler uno degli anelli a mia moglie', poi ha fatto scivolare gli ori in tasca e si  allontanato con la sua servetta.
Hugo non riesce a crederci: Come pu avere una moglie un tipo cos schifoso?
All'improvviso delle urla lacerano la nostra baracca. Un detenuto non pi vecchio di me, fragile, invisibile, che non ha mai avuto problemi con nessuno, urta senza volerlo un bidone di zuppa; tre gocce sono cadute sui pantaloni del sotto-sguattero di servizio, che lo dice allo sguattero, che si lamenta con il capo che perde la calma. Spreco! Sabotaggio! Ammutinamento! Il ragazzo colpevole viene pestato con un randello. Urla. Il suo corpo rimbalza sotto il manganello. Io chiudo gli occhi, le urla raddoppiano, immagino il pedale della macchina per cucire sotto il mio piede. N troppo veloce, n troppo forte, premo: l'ago traccia in me il suo percorso regolare, io mi concentro sulla sua battuta metallica ma i colpi continuano ad abbattersi sullo sventurato, il pavimento vibra, mi serve pi rumore. Schiaccio il pedale, la macchina aumenta la velocit, la spoletta gira vorticosamente, le grida del ragazzo bastonato sono ormai solo dei gemiti, sembra che mi chiami, cos accelero ancora, la ghisa cigola, l'ago colpisce, la stoffa scivola a tutta velocit sotto la sua punta argentata, non sento pi niente. Quando apro gli occhi,  finito tutto. L'Amico Pl accarezza i capelli del ragazzo disteso. Porta il suo corpo davanti alla baracca. Domani verranno i becchini per farlo sparire. Nella mia testa la macchina s' fatta silenziosa. Sono sicuro che saprei usarla davvero, se me la lasciassero, cinque minuti soltanto. Ma qui non ci sono mai ricompense, soltanto punizioni contro le quali la fortuna, anche quella degli innocenti, non pu niente.
I miei amici si burlano di me: Guarda un po' l in alto, tua figlia, tuo figlio, tua moglie! Sghignazzano. Non sopportano che io evochi gli scomparsi. Rifiutano di vedere i morti, di parlarne. Non vogliono ricordarsene, hanno paura. Per loro la memoria  un mostro, che tutto il giorno divora le urla e i cadaveri del campo, gli impiccati con il collo strozzato, i corpi messi nei forni, questa carne disgustosa che lei da tempo elabora dentro la nostra testa. Per affamare la loro memoria lottano, chiudono gli occhi, si turano le orecchie, ma l'idra non muore mai. Quando tornano alla baracca, la vedono aggrappata all'amico, al vicino, mentre vomita dentro di lui antiche felicit che lo mangiano vivo, ed  sempre lei che loro colpiscono ancora, a ginocchiate. Nella notte il mostro sembra allontanarsi; il sonno si avvicina, opaco e vuoto, e allora i miei compagni abbassano la guardia e i loro ricordi li divorano.
Hugo, dormi?
S. Cosa c'?
Niente. Sto ripensando al nostro giardino, a Beregszsz. Forse nevica anche l. L'albero morir di freddo e poi...
Non preoccuparti, ha la corteccia apposta per questo. Pensa a qualcos'altro, Tomi. Domani  domenica, potremo riposarci un po'.
Sa sempre come tirarmi su, il mio amico, e con poco... tre parole e sono fuori dal baratro. Il suo domani  domenica  proprio da lui: la frase giusta, come un medicamento.  iniziato tutto lentamente, tra me e lui, non l'avrei mai creduto, mi stava un po' appiccicato e adesso... Adesso non so, ci sono altri ragazzi nel campo, ma, se non ci fosse lui, credo che non riuscirei a vivere.  anche l'abitudine; a forza di stare stretti tutti e due sul giaciglio deve essersi radicato in me o qualcosa del genere, come succede con le piante, adesso lui  un pezzetto di me. E poi ha ragione, domani  domenica e la domenica  un giorno speciale: si lavora in sartoria solo mezza giornata. Nel Lager, la vita normale si  ritirata come una nebbia strisciante, lasciando qui e l delle tracce confuse di cui la pi apprezzabile  senza dubbio questa mezza domenica non lavorativa. In quel giorno, gli ufficiali e alcuni privilegiati vanno al cinema, giocano a carte o suonano il piano. Difficile trovare attivit della vita normale che non siano state introdotte nel campo a loro favore, comprese le ragazze.
Ma tu, tu le hai viste?
No, Tomi. Sembra che abbiano dei veri vestiti, senza strisce n niente, e perfino degli accessori.
Degli accessori... Le detenute che si prostituiscono hanno il diritto di possedere cose. Ma quali? Oggetti utili, come borse, oppure un pettine? Oggetti inutili? Gioielli? Magari del profumo? Per quel che ne so, profumano di buono. Avere un buon profumo, il lusso assoluto.
Che genere di accessori?
Non ne ho idea.
Spesso mi immagino i loro fermacapelli luccicanti, le loro camicette ben stirate, le balze morbide del vestito che ondeggiano quando la ragazza si muove... Fa bene tutta questa bellezza, tutta questa pulizia. La visione va in pezzi quando la SS grande e grossa entra nella camera.
Comunque, che bastardi... Un bordello, n pi n meno...
Qui si dice Puff, Tomi. Non bordello, PUFF.
E che cosa cambia, un bordello  un bordello, amico mio, anche qui... Di' un po', Hugo, a proposito... Come dire... Il tuo funziona?
Cosa?
Be', lo sai, il tuo arnese...
Ah, quello...
S, quello. Allora, funziona?
No.
Ah, bene.
E il tuo, funziona?
Nemmeno il mio.
Lo sospettavo. Vista la nostra vicinanza, stretti come sardine tutte le notti nella cuccetta, se il suo funzionasse sarei il primo a saperlo. Faremmo proprio una figura da scemi lui e io al Puff davanti alle ragazze, se ci andassimo... In ogni modo, non ne abbiamo il diritto -  Juden verboten, come tutto il resto. Ci si pu solo pensare, ma quel genere di pensieri non mi fa pi nessun effetto, assolutamente niente, solo sognare. Il mio corpo non ha pi energia n contorni,  diventato un peso informe che mi trascino appresso. In realt ho davvero voglia di una cosa sola: dormire. E mangiare, anche. A ogni pasto il dilemma  sempre lo stesso: un po' di margarina, una ciotola di zuppa, del pane disgustoso, divorare tutto o conservare qualcosa per il giorno dopo? E, se si conserva qualcosa, dove nasconderlo? Perch quando il sonno invade la baracca alcuni ucraini scivolano fuori dai loro giacigli, si lanciano tra le campate, rovistano nelle tasche e sotto le teste dei dormienti accasciati per rubare tutto quello che si mangia o si rivende. Allora mi stringo contro Hugo, mi aggrappo come un animale, come un bambino piccolo, come una ragazza, anche se non si dovrebbe, mi stringo come nessuno sapr mai, la mia pelle contro la sua, il mio corpo strofinato, riscaldato, delimitato nuovamente, e le nostre braccia, le nostre gambe intricate tra loro formano un gomitolo tiepido, compatto, finito: un nido chiuso contro la paura e gli ucraini dentro il quale riposa il nostro segreto, il boccone di pane salvato dall'indigenza.
Sembra che abbiano promesso alle ragazze del Puff una liberazione anticipata, e che ricevano razioni supplementari.
Ah, s? Il mio Oberscharfhrer va a trovarle regolarmente.
Devono avere ancora della carne addosso, loro...
Noi non ne abbiamo pi, proprio pi, soltanto ossa. Siamo spigolosi, affilati, taglienti, per giunta siamo infestati dai parassiti, e i parassiti sono mortali: i tedeschi potrebbero ucciderci per questo. Hanno pistole e manganelli, ma bisogna vederli davanti a un insetto, si spaventano come bambini, temono l'epidemia, sembrano impazziti, e hanno decretato che eine Laus, dein Tod: una sola pulce e sei morto. I controlli sono molto frequenti: il responsabile del blocco ci solleva le parti intime con una spatola per verificare se albergano dei parassiti, e a volte nel contempo si lustra gli occhi. Anche rubando una casacca pulita di tanto in tanto, non riesco a evitare quelle bestiole. Va detto che non mi cambio certo tutte le settimane, non vorrei che la mia pulizia sospetta attirasse l'attenzione. Quando la mia uniforme raggiunge un punto pericoloso di sporcizia, e solo in quel momento, me ne sbarazzo con discrezione lasciandola nel mucchio della sartoria e prendendone una disinfettata di fresco. Ma ho ugualmente dei parassiti addosso, come tutti. Ogni domenica andiamo a caccia, e le soddisfazioni non mancano: nella cucitura grossolana delle nostre casacche, galoppano sulla nostra schiena senza vergogna colonie di pulci. Le schiacciamo sotto l'unghia del pollice. Le SS passano lungo il viale, i loro stivali brillano, tornano dal pranzo, dal postribolo, dall'incontro di boxe, sono snelle, fasciate al millimetro nelle loro uniformi, ci vedono e ridono: Allora, sudicioni?
A loro gli funziona insinua Hugo.
Questo  sicuro! Tra le SS tutto funziona come si deve. Il loro corpo  un bel meccanismo in cui gli ingranaggi si incastrano silenziosamente, una lussuosa macchina stritolatrice. I kap, i Vorarbeiter, i capi camerata, hanno tutti un vero corpo. Bisogna vederli quando si mettono in mostra nelle baracche con i loro capelli lisci e la loro camicia stirata! Si fanno massaggiare, radere, lavare dai detenuti addetti alle piccole incombenze, si sono perfino scelti tra noi un amante: prima dell'arrivo delle puttane bisognava pur arrangiarsi, si prende quel che passa il convento. Ormai ci hanno fatto l'abitudine e poi ci vogliono dei buoni per andare al bordello, e costano, mentre allungare le mani sui detenuti  gratis... Per una ragazza ha le curve,  morbida, mentre i detenuti sono spigolosi, piatti,  impossibile confonderli, impossibile, eppure... Un ungherese della mia regione, non ha ancora dodici anni,  il favorito di un responsabile di blocco, un tipo calvo e ben piantato. Il ragazzo non lavora durante il giorno, aspetta il suo padrone. In cambio mangia doppie razioni di zuppa, e il pane. Ha un volto orribile a vedersi, lungo, smorto, e il resto, mio Dio, il resto non riesco a evitare di immaginarlo nei dettagli ed  atroce, non sopporto pi di incontrare quel ragazzo... Non sono rari, i giovani nelle sue condizioni. Ogni domenica il nostro capo baracca si apparta con due ucraini sedicenni, si sentono i loro bicchieri che si toccano per un brindisi, e anche il resto. Il nostro kap ha il suo bel polacco, il responsabile del blocco il suo piccolo Ruteno, e le SS... Se questi bastardi sono degli uomini, uomini veri, completi, noi che siamo scarni, e deboli, impotenti, noi cosa siamo? Cosa sono i giovani polacchi e il piccolo ungherese? Cosa diventeremo, tutti?
Hugo, stai dormendo?
No.
Domani non vado a trovare Viktor.
Viktor  un detenuto pi vecchio che mi aveva in simpatia, fino a oggi. Per diverse domeniche di seguito mi ha portato a fare una passeggiata, come diceva lui.  addetto alle cucine ma conosce tutto il campo come le sue tasche, ha sempre un pezzo di pane da parte e un aneddoto da raccontare, e non  mai a corto di battute salaci! Lui organizza molto, non mangia fino a sfamarsi ma quasi, gli si vedono ancora i muscoli nella parte alta delle braccia, soprattutto perch prima, nella vita normale, remava tutte le domeniche con gli amici sul fiume, e ha anche vinto gare di un certo livello. Mi ha raccontato tutto durante le nostre passeggiate, la barca che fende l'acqua come una freccia e i corpi possenti e in sintonia che la spingono a ritmo cadenzato, il timoniere che grida, il vento sul volto, mi sembrava di essere l... Era rassicurante avere un amico ben piantato come lui al campo, quando camminavo al suo fianco non poteva succedermi niente di davvero grave, e mi passava anche una razione supplementare di pane...
Cosa succede s'informa Hugo, non ti piacciono pi le passeggiate con il signor Braccia Grosse?
Hugo  geloso di Viktor. Invidia la sua forza, la sua sicurezza. Si pu dire quel che si vuole, ma per i bicipiti l'astronomia  molto meno efficace del canottaggio... Detto questo, Hugo ha ragione: a Viktor piace troppo mettere in mostra i suoi muscoli. Domenica scorsa mi ha proposto di palparli, e poi anche i polpacci, e le cosce, il tempo di capire dove poteva condurci la nostra amicizia e ho abbreviato la passeggiata.
Hugo non riesce a crederci: Eh? Ma no? Sul serio? Cavolo...
Proprio cos! Ci mancherebbe solo questo...
Non  il caso di preoccuparsi, eh, noi dormiamo nello stesso giaciglio ma non siamo...
Assolutamente no.
Niente a che vedere.
Viktor mi ha detto che non mi dar pi del pane, se le cose stanno cos.
Che sudicio individuo! Non  perch moriamo di fame che...
Certo che no... Non  cambiato niente, Hugo, proprio niente, siamo gli stessi di prima.
Non  cambiato niente tranne il mio corpo magro e debole, il mio corpo adesso pulcioso, affilato, desiderato, il mio corpo affamato e inerte che rimpiange le braccia forti di Viktor, che si riscalda solo tra le gambe di Hugo, questo corpo che sembra un pane tiepido rivoltante in balia degli uomini.
Qui non  bello soltanto il cielo, lo  anche la terra. Da un angolo del campo si vede la collina tondeggiante, e il verde, il verde tenero degli alberi che la proteggono. La sola bruttura viene dalle persone, dal fondo sudicio degli uomini. Non ci vuole molto perch il loro fango risalga in superficie, qualche giorno, qualche settimana per i pi chiusi. Il loro fango cola e riempie qualsiasi solco. Bisognerebbe bonificare il paesaggio degli uomini, cancellare per sempre le sporcizie che diffondono, la pozza brulicante dei loro vizi. L'avevo capito, per quanto riguarda Viktor. Sapevo che qualcosa in lui non andava. Ma Tomi non mi crede mai. Tu sei una scatola chiusa dice,  per questo che la gente non ti viene incontro.  vero. Mi piacerebbe che la gente vedesse direttamente quello che ho dentro, ma la gente non sa leggere nel pensiero... Tomi, invece, si apre, va verso gli altri, li attira. Con Viktor, per, ha avuto una gran paura... Alla Kammer c' stata una storia del genere: un detenuto cercava di flirtare con un altro, il mio Oberscharfhrer li ha denunciati tutti e due alla polizia del campo, non li abbiamo mai pi rivisti. La Kammer  un buon nascondiglio, insomma, pi o meno. Il meno  l'Oberscharfhrer. A prima vista sembra uno scimmione, curvo, con i capelli piantati in testa a casaccio, fronte bassa, labbroni, e dentro  in tono con tutto il resto: un imbecille che detesta il mondo intero, un pezzo alla volta. Un giorno gli stanno antipatici gli omosessuali, domani saranno gli italiani, dopodomani i detenuti che fanno rumore con gli zoccoli e poi quelli che respirano troppo forte. Ha continue crisi isteriche e picchia per sfogarsi. Fortunatamente, mio padre gli ha rifatto a tempo di record la fodera della giacca per la divisa, e da quel momento ci ha preso in simpatia.
I detenuti del campo si presentano alla Kammer quando devono cambiare espressamente le scarpe o i vestiti. Espressamente significa che spesso arrivano con i vestiti stracciati come peggio non si potrebbe. Problema: i nostri magazzini sono quasi vuoti. Ci occorrerebbero 8000 coperte in pi, e giacche, berretti, mutandoni, manca anche la stoffa a strisce. La direzione ha richiesto 40.000 paia di scarpe a Berlino e Berlino per tutta risposta li ha mandati al diavolo, a causa delle restrizioni, dei bombardamenti un po' dappertutto, delle difficolt di approvvigionamento e di un mucchio di altri motivi di cui non ci importa niente. Le poche merci che riceviamo talvolta spariscono, tutti si servono, i detenuti, i kap, perfino gli ufficiali, tutto quello che pu essere rivenduto finisce nei canali del mercato nero. Le calze valgono oro. E siamo ancora fortunati a stare nel campo principale, i detenuti dei piccoli campi circostanti sono messi molto peggio. A Ellrich, un'appendice di Dora, innanzitutto hanno spogliato i malati per vestire i sani, e adesso gli operai notturni prendono in prestito le divise di quelli di giorno, alcuni rimangono semplicemente nudi e quelli che hanno solo una coperta annodata intorno alla vita li chiamano i peplum, come i costumi dei personaggi nei film che Tomi e io andavamo a vedere al cinema di Beregszsz. Il cinema... Quando ci ripenso... Potevo uscire tranquillamente dalla porta senza che mia madre se ne accorgesse, riguardo a me lei non notava mai niente, perch vedesse qualcosa bisognava essere delle dimensioni giuste, stare tutti interi tra le sue braccia, e invece io ero troppo grande. La madre di Tomi, in compenso, ci riempiva di raccomandazioni, bisognava darsela a gambe per sfuggirle e non perdere lo spettacolo, all'angolo della via si sentivano ancora i suoi mettiti il cappotto e copriti come si deve, morirai di freddo... Lo si diceva per scherzo, mentre qui si muore di freddo per davvero. I medici del Revier si avvicendano alla Kammer assillandoci in continuazione, chiedono a gran voce della biancheria, ci sarebbero meno malattie se i detenuti potessero cambiarsi di pi. Noi rispondiamo che non abbiamo scorte. In questo momento,  vero.
Quando ce ne sono, tutto dipende dal cliente: l'Oberscharfhrer dalla fronte bassa distribuisce a seconda del proprio umore e si tratta quasi sempre di gran bastonate pi che di pantaloni puliti. Quando lui  nei paraggi, bisogna essere davvero motivati per chiedere qualsiasi cosa. L'altro giorno un italiano voleva sostituire le sue scarpe disfatte, ne  uscito a piedi nudi e con la faccia insanguinata ed  andato a lavorare in quelle condizioni. A Natale, nessuno aveva accesso al magazzino che strabordava di casacche - una consegna inattesa, inutile cercare di capire -, era pieno zeppo di indumenti a strisce nuovi che per nessuno aveva il diritto di toccare. I ragazzi del tunnel venivano con la speranza di cambiarsi o di ottenere qualche cappotto, ma se ne andavano con i loro stracci sporchi pieni di parassiti nei quali congelavano. Sul piazzale dell'appello, la direzione del campo aveva montato un gigantesco abete decorato in modo inimmaginabile, non gli mancava proprio niente: nastri rossi, fili d'oro, un sacco di ghirlande illuminate. L accanto impiccavano i condannati, i sabotatori, gli ammutinati, i poveretti che avevano rubato dei vestiti. Non mi stupisco pi di niente, qui. Lo stupore  la prima cosa che se ne va, dopo la speranza.
Hugo, vuoi sapere l'ultima?
Vai, amico mio, sono tutt'orecchie.
Io so cucire.
Cosa?
Io. So. Cucire.
Mi prendi in giro?
No, so cucire a mano. Mio padre non voleva insegnarmelo? Pazienza, ho fatto come con il nuoto: me la sono cavata da solo, ho guardato come facevano gli altri, in sartoria. Appena potevo, mi mettevo vicino al Verde, il delinquente incallito, lo Schwerverbrecher con gli occhiali rotti. Malgrado il suo brutto muso  il miglior sarto del blocco 5, non ha rivali. Io facevo finta di scopare e lo osservavo. Il gesto secco del pugno che spezza il filo, il movimento della mano che appiattisce la tasca, il colpetto di ditale quando occorre, il metro a nastro tenuto con gli spilli: gli ho copiato tutti i trucchi senza che se ne accorgesse e la domenica, in un angolino tranquillo, mi sono dato da fare con gli esercizi pratici. Ho trafugato un ago completo di filo in sartoria, e dapprima i miei calzoni hanno fatto da tessuto di prova, poi una manica, poi un pezzo di colletto che avevo nascosto sotto la casacca. Li ho scuciti, ricuciti, scuciti di nuovo per settimane e i miei orli adesso non hanno pi niente da invidiare a quelli del Verde, anzi,  proprio il contrario.
Guarda, Hugo, vecchio mio, e ammira. Vedi questo colletto? Guardalo bene, vieni pi vicino, l'hai visto? Hai notato la regolarit dei punti? Impeccabili. Be', quasi impeccabili, fatti come si deve, proprio come si deve. E poi c' un listino, eh, s, Hugo, un listino del collo, sei senza parole, eh? I colletti hanno sempre un listino, non soltanto due punte sui lati, un accidente di listino del collo, l'ho costruito a memoria. Le vedevo nella bottega di mio padre, le camicie in procinto di essere finite, sul manichino avevano la vela del colletto tutta sollevata, le punte mostravano la parte superiore e sotto due cuciture parallele ad arco di cerchio, una striscia di tessuto, quell'accidente di listino, il listino del collo! L'ho rifatto identico. L'ho mostrato anche al Vorarbeiter della sartoria e oggi mi ha lasciato lavorare con i sarti, a mano. Ti rendi conto? S, amico mio, ho lavorato come sarto.
Sul serio? Sei stato promosso, bravo il mio Tomi!
 cos, ho la mia risorsa in pi, so cucire! So cucire e in pi spazzo per terra come un campione. Non mi caccer mai, il Vorarbeiter, mai, ma la cosa pi bella ...
Come hai fatto? chiede mio padre, che compare alle mie spalle.
Mi strappa il colletto dalle mani, lo palpa, lo avvicina agli occhi e poi lo allontana, lo avvicina ancora, lo gira, sembra che voglia guardare attraverso.
Chi ti ha insegnato a farlo?
Nessuno.
Dove l'hai trovato?
Mio padre crede che abbia rubato il colletto. Ha ragione. Sgraffignare  la cosa che mi riesce meglio. Non  colpa mia, ce l'ho nel sangue, vero, pap, tu lo sai da sempre! Io, l'inaffidabile, il fannullone, la testa dura, ho rubato i tuoi ferri da stiro e i tuoi bottoni pi belli, ho rubato del pane e del salame, ho rubato il nuoto e oggi la sartoria, ma il colletto, questo colletto, l'ho fatto io, a regola d'arte. E oggi, in sartoria, ho riparato un pacco di pantaloni e un davantino. Mi sono seduto al tavolo con gli altri e ho ricucito tutto saldamente, punto per punto, a testa china, sulle mie ginocchia le uniformi sgualcite, bucate, smembrate, da lontano non sembravo niente, un servo, questo pensano di noi le SS, che siamo solo una massa di schiavi chini su qualche straccio, ma quei cretini sono miopi come talpe. Da vicino, veder cucire  ben altra cosa: chiudere le piaghe, cancellare le ferite, rimettere in circolazione, sotto il naso di quei bastardi salvare braccia, gambe e salvare se stessi, far durare gli indumenti e le persone che li indossano, e noi che li sistemiamo: riparare  resistere, ancora e poi ancora, per tutto il tempo che occorre.
Lui sa cucire. S, mia cara, non sto scherzando, Tomas cuce a mano. Non chiedermi come ha imparato, lo ignoro, ma  capace. Ci ha mostrato un colletto, due punte e un listino, sembra niente ma il collo non  una conquista facile, credimi. Bisogna essere minuziosi, stare attenti a far combaciare, far coincidere le cuciture, a volte ci vuole anche la paramontura, bisogna sempre cucire a piccoli punti. Ci sono apprendisti provetti che si strappano i capelli su un colletto di camicia. Di solito si lasciano sette centimetri di punta e tre di listino, sai, mentre il colletto di Tomas ha una punta pi alta dell'altra, ma sono cose che succedono, soprattutto all'inizio. E i suoi orli sono smussati, bisogna dirlo, il tutto cade leggermente ma il ragazzo ci sa fare, questa uniforme da galeotto  fatta per umiliarci con il suo scollo troppo basso. Non si  mai visto nella storia dell'abbigliamento che il colletto da uomo sia realizzato in modo cos sciatto, un colletto degno di questo nome si porta alto, ma soprassediamo. Devo riconoscerlo, dolcezza mia, devo riconoscerlo sinceramente: il lavoro di nostro figlio non  affatto male.  perfino sorprendente, per un principiante.
Ho la mia clientela.
I detenuti che hanno perso un bottone, quelli che hanno paura di farsi bastonare per un orlo che non sta a posto, quelli la cui uniforme si straccia e che non vogliono rimanere a chiappe scoperte, tutti costoro chiedono aiuto una volta scesa la sera e io sono il loro punto di riferimento. Riparo gli strappi e loro mi pagano con un fondo di zuppa, un boccone di pane. Il filo, l'ago, i bottoni, le toppe li rubo in sartoria. Rubo, cucio, vivo. Gli onesti, quelli che non rubano mai, quelli che osservano le regole, che si attengono alle leggi, gli scrupolosi, quelli che rispettano alla lettera il regolamento del campo e il loro vicino come se stessi, quelli che snobbano le scorciatoie, quelli che pensano che la ragione e il diritto finiranno per prevalere, tutti gli uomini virtuosi finiscono stesi in mucchio sul pavimento della baracca. Il crematorio  pieno da scoppiare di gente dalla moralit irreprensibile. Anche gli altri muoiono, gli scaltri, gli irregolari, i ladruncoli, i delinquenti, moriremo tutti, ma pi tardi. Io rubo aghi e filo, io rubo il tempo.
In questo momento la direzione sta pulendo il campo, bisogna fare piazza pulita. I malati, i deboli, i troppo magri, quelli che non possono pi lavorare, fuori! Un treno carico di detenuti inabili partir presto per una destinazione sconosciuta, il che puzza fortemente di Himmelkommando,  sicuro che nessuno uscir vivo da quel trasporto. Pl, l'amico giornalista, dovrebbe far parte del viaggio, il suo numero  sulla lista fatale. Per fortuna Semaforo conosce qualcuno che conosce qualcun altro nell'amministrazione, un tipo servizievole e non disinteressato, previo pagamento la matricola Pl potrebbe essere sostituita da un'altra sulla lista. L'idea  geniale. Siamo tutti sollevati, tranne il principale interessato.
Il numero che inseriranno al posto del mio appartiene a qualcuno?
Il vecchio giornalista,  una sua mania, deve sempre cavillare a oltranza, spostare la polvere nascosta sotto il tappeto. Mio padre si raschia la gola, risponde Non so, pu darsi, il tono sale. Non importa, grida Semaforo, ma all'Amico Pl importa eccome: A quello che parte al mio posto, cosa succede?
Silenzio assoluto. Un numero sconosciuto, vale a dire meno di niente, il nulla pi totale, soltanto cifre, assume una forma umana e qualcuno si preoccupa per lui. Nel campo, una cosa del genere non succede mai: ce ne freghiamo altamente di quelli che non conosciamo, e anche di quelli che conosciamo... Capita che un compagno annunci la morte del proprio fratello senza batter ciglio,  cos, la gente schiatta da un momento all'altro, ci si abitua. La nostra solidariet, la nostra empatia, un tempo flessibili, sono state prosciugate dal terrore e dalla fame. I primi morti ci hanno spezzato il cuore. L'asprezza delle lacrime l'ha disseccato e l'odio l'ha rimpicciolito. Il dolore ha irrigidito la piet, abbiamo ormai un cuore impietrito. La lista dei miei cari adesso ha tre nomi, a voler esagerare: mio padre, Hugo e per estensione suo padre, eccoli qui i miei, la mia scorta, i tre strati di cipolla che mi costituiscono. A seconda delle circostanze, a loro tre aggiungo Semaforo e l'amico giornalista il cui cuore affaticato sembra seguire ostinatamente il percorso contrario. Per lui la lista si allunga, i compagni, i compagni dei compagni, gli estranei, perfino i morti, il suo cuore  una spugna. I suoi adesso sono tutto il campo, la terra intera.  fottuto.
Allora? Cosa ne sar di quello che deve andarsene per me?
L'Amico Pl non attende neanche pi la risposta: salir sul vagone, perch  stato inserito il suo numero.
 la regola conclude.
Abbiamo un bel discutere, i suoi occhi si perdono nel vuoto, distoglie la mente: non c' peggior sordo di un vecchio che non vuole ascoltare.
 la regola, ma non scherziamo! Come se qui il rispetto delle regole servisse a qualcosa! In questo momento, i nazisti sgomberano i campi a Est prima che ci arrivino gli Alleati. Da Auschwitz, da Birkenau, arrivano qui presso di noi treni come quello che prender Pl, pieni da scoppiare di detenuti evacuati. Di sicuro ci saranno un sacco di persone per bene che avranno osservato rigorosamente la legge del loro Dio e quella del loro padre, del loro paese, e poi quella delle loro SS. Io ricordo benissimo la regola di Auschwitz: Se lavori bene, muori bene. I detenuti di Auschwitz hanno sicuramente lavorato bene prima di finire ammassati dentro a questi vagoni putridi. Si aprono le porte, cadono rigidi e congelati, incollati gli uni agli altri, si sono riscaldati invano durante il tragitto, i loro cadaveri vengono separati con la sega. I sopravvissuti ricevono un tozzo di pane, una gamella di zuppa. Vengono immatricolati, poi dovranno esporre il loro numero sull'uniforme, il numero  importantissimo, fondamentale,  la regola,  la legge, se non hai il tuo numero cucito bene in vista sui tuoi vestiti vieni punito, muori. Ma i nuovi arrivati non hanno n filo, n ago, n forze, solo la pelle sulle ossa. Allora io cucio per loro. Mi applico. Il mio ago passa e ripassa con precisione, il numero  attaccato alla stoffa, ben saldo, e ne deriva il duplice piacere del filo ben teso e del pezzo di pane che chiedo in cambio del servizio reso. I nuovi mi pagano a malincuore, naturalmente, guardando ancora il loro pezzo di pagnotta mentre me lo infilo in bocca, ma non  colpa mia,  la tariffa, e poi anch'io ho fame e allora cucio, mangio. La maggior parte della gente alla quale sistemo il numero muore l'indomani o nei giorni seguenti. Hanno fatto tutto come si deve, hanno rispettato tutto, eppure schiattano. Non  colpa mia, no, ma mi chiedo, e non posso farne a meno, sarebbero ancora vivi se avessero mangiato tutto il loro pane?
In questi giorni, il crematorio non  sufficiente per bruciare tutti i cadaveri, ce ne sono troppi. Vengono costruiti dei grandi roghi, uno strato di legna e uno strato di detenuti modello debitamente etichettati secondo il regolamento, e si d fuoco al tutto. Io non rispetto n la legge n le regole, io rubo, baratto, mercanteggio, cucio, vivo, non  colpa mia, io non voglio uccidere nessuno, ma quando chiudo gli occhi il fuoco brucia ancora e la gente per bene mi guarda.
55790: trasferito al kommando Ilfeld.
Mio padre  scomparso. Io cammino in un immenso frutteto, da solo. In realt non proprio da solo: dall'altra parte del pendio, in fondo al sentiero, vagano delle ombre. Anche loro muoiono di fame e, se non trovano niente da mangiare, mangeranno me. Purtroppo le patate sono nascoste, le cerco invano da ore: la patata  il fratello siamese vegetale del camaleonte,  paurosa e tende a mimetizzarsi. Laggi! Eccolo, dietro una fustaia, l'albero alto, rotondo, intricato, con un'immensa matassa di rami, la pianta di patate gigantesca che crolla sotto i tuberi! Mi arrampico a gran velocit e le raccolgo, a pi riprese, le patate mi bruciano le dita. Spuntano sull'albero gi cotte, morbide e salate,  pratico, c' solo da pelarle prima di divorarle. Una, due, tre, dieci, quindici, le inghiotto senza fermarmi n riprendere fiato, la loro pasta rovente fodera il fondo del mio stomaco e mi riscalda fino alla radice dei capelli.  bello essere sazi! La mia bisaccia ha un fondo estensibile,  una gran bella fortuna questo tessuto moderno, quando lo si tira si estende all'infinito, e posso infilarci dentro patate sufficienti per una vita intera. Poi mi addormento, avvolto intorno al ramo pi alto di quell'albero meraviglioso. Il risveglio  terribile: gli alberi di patate non esistono, mio padre  scomparso davvero e io muoio di fame.
La fame. Comincia con un punzone sotto l'ombelico, un'incisione profonda dentro di te, poi si diffonde dappertutto, le braccia, la testa, perfino le mani, tutto il tuo corpo urla e nessuno lo sente. Eccoci qui. La direzione del campo ci raziona come non mai, i legumi della zuppa evaporano sul percorso che conduce dalle cucine alla nostra baracca. Il pane  un eldorado: nel campo si mormora che i tedeschi sentano avvicinarsi la loro disfatta e ci puniscano per questo, se solo fosse vero! Anche se cucio, anche se vendo tutto quello che posso, ritagli di stoffa, filo, ho sempre fame. Prima mio padre e io ci aiutavamo reciprocamente, tra i miei lavoretti di sartoria e i suoi berretti c'era ogni tanto una razione supplementare. Adesso  l'inedia. La sera, quelli della mia camerata si inventano dei banchetti pazzeschi, con spezzatini, gulasch, caprioli ripieni con patate duchessa, panna montata, scorzette d'arancia ricoperte di cioccolato, una piramide di biscotti al papavero, si rimpinzano di parole, di aria fredda e di vuoto e si addormentano sbavando. Molti dei detenuti sono ormai ridotti pelle e ossa. Scompaiono fisicamente, il procedimento si  capovolto, adesso  la fame che li divora e il suo ultimo boccone  quasi invisibile: parli con il tuo vicino, quel poveretto scheletrito, ma in realt lui  schiattato senza un movimento. Non  la morte drammatica, improvvisa e rumorosa come ci si immagina, quella dell'atto V scena III, la vera morte  completamente diversa: si protrae. Non so bene quando e come abbia inizio, ma impiega un po' di tempo ad arrivare e avanza, consuma, cancella, lenta e ostinata: l'affamato passa senza accorgersi da uno stato all'altro, vivo, poi morto vivente, poi morto, fine, qui succede cos, allora ci si affretta a ingoiare la sua razione di pane; il cadavere non ne ha pi bisogno nelle sue condizioni, e poi abbiamo altra scelta?
Non so per quanto tempo posso resistere cos, nessuno lo sa. Moriremo di fame, a meno che la direzione del campo non ci liquidi prima di essere presa. Arrivando, gli Alleati troveranno un cumulo di fucilati, noi. Hugo dice questo genere di cose, adesso, tutti le dicono e quelli che non le dicono le pensano talmente forte che si riesce a sentirle. Gli ottimisti sono morti, non c' pi nessuno che possa farci tacere. Anche il padre di Hugo ha smesso di parlare.  magro, un gatto spelacchiato, assente, trasparente, esangue, aspirato dal di dentro, ogni sera pi incavato della sera precedente, non si sa fino a che punto possa avvizzire. Posa il suo sguardo vuoto su di noi e anche Hugo lo fissa, lo fissa intensamente per rigonfiarlo, per farlo ritornare come prima; ma non funziona.
Mio padre, invece, non lo vedo da sei giorni. Era un luned, non  tornato dal lavoro.  sparito cos, di colpo. Non  rientrato dalla sartoria. Ho chiesto a tutti, ho cercato dappertutto ogni sera, all'appello ho passato in rassegna tutte le file, ho scrutato migliaia di piedi, niente, niente scarpe Kiss nelle file o nelle latrine, nessuno.  atroce, quando ti strappano la pelle che ti rimane. Sei alla merc di tutto.
Ieri  arrivato un kap, mai visto prima. Uno spilungone curvo come tutti quelli alti, con in pi l'aria di un idiota e la fessura tra i denti davanti, ma il suo berretto, accidenti! Un articolo magnifico, non una di quelle schifezze grigie e blu incollate sulla testa e messe insieme con il filo grosso, no, quasi un cappello, con dei bordi larghi che ricadevano leggermente, cuciture invisibili e non a strisce, ma di una perfetta tinta unita. Ho capito subito che quel tipo conosceva mio padre.
Da parte di Herman Kiss mi ha detto, porgendomi una bisaccia piena a met di patate.
Vivo! Mio padre era vivo! Il kap veniva da Ilfeld, un kommando esterno a diversi chilometri dal nostro campo; adesso mio padre dormiva laggi, non era n ferito n morto, solo trasferito. Trasferito! Se questa non  una notizia, la pi bella dell'anno! Il kap mi ha proposto di andare a festeggiarla con lui al cinema del campo. Tutti sanno quello che succede al cinema con gli ufficiali, e io ho rifiutato educatamente. Il kap ha fatto una smorfia strana con la sua bocca bizzarra e un po' storta, si  dondolato da una gamba all'altra senza avere l'aria di volersene andare, poi mi ha chiesto di pensarci: Il cinema ti cambierebbe ha insistito.
Ma io non gli ho lasciato il tempo di discutere, me ne sono andato di corsa a cuocere le patate con Hugo. Le abbiamo divorate tutte in una volta, quasi senza masticare, con la buccia, come in un sogno.
Oggi il kap  tornato. Non sorrideva pi. Voleva ancora portarmi a vedere il film, ho rifiutato, allora mi ha chiesto di restituirgli le patate.
Ridammele ha detto, ridammele, l'hai voluto tu.
Era tutto rosso in viso e parlava a voce alta con le mascelle serrate. Mi ha lasciato tempo fino a sera per cambiare idea o per rendergli la bisaccia piena come quando me l'aveva data.
Adesso torner e non c' pi nessuno che possa aiutarmi. Mio padre  lontano, Hugo non fa paura a nessuno, e Semaforo... Semaforo ha sospirato quando gli ho spiegato la situazione. Ha inspirato a lungo, le sopracciglia sollevate, evitando di guardarmi: Quando vogliono, gli ufficiali, quando vogliono, tu cosa puoi volere...
Il padre di Hugo non ha aggiunto niente. Non si  neanche mosso, non ha respirato, n battuto ciglio, niente, per io lo fissavo, era rimasto solo lui per fare qualcosa, e anche Hugo lo fissava, con uno sguardo implorante, come per risvegliarlo, scuoterlo, strapparlo dal fango, resuscitarlo; ma i nostri occhi lo attraversavano senza toccarlo. Non ci sono pi adulti tra noi,  finita, siamo soli. Io sono solo. Ed essere soli, qui,  quasi come essere gi morti.
Hanno distrutto completamente il nostro mondo, con metodo, prima le decorazioni, poi la trama: le donne, i neonati. Tirando queste maglie l'intero tessuto si disfa. Ci distruggeranno fino all'ultimo bambino e quando non ci saranno pi bambini... Herman  scomparso solo da quindici giorni e gi suo figlio deperisce. I suoi occhi sono opachi, le sue mani rinsecchiscono, gli occhi di Julia, le mani di Herman... Non  un altro ragazzo che svanisce ma una famiglia intera, e dopo la sua toccher alla nostra, prima io, poi Hugo, il mio ultimo figlio, l'ultimo filo, tutto scomparir quando scompariranno loro.
Forse dobbiamo servire a questo, noi vecchi, gli spacciati, gli inutili, noi che non vogliamo pi vivere e che la morte non prende, forse noi restiamo per proteggere l'ultima fila fino alla liberazione, per preservare i Tomas, gli Hugo, questi intoppi imprevisti del programma, queste maglie che resistono per miracolo, dobbiamo vivere ancora un po' perch i nostri figli sopravvivano, perch ricostituiscano il tessuto e ricostruiscano, e perch a partire da loro il mondo intero si dispieghi nuovamente. Dopo, chiudere solo gli occhi e lasciar scivolare tutto.
Senti un po', sporcaccione, cosa vuoi dal ragazzo?
Il padre di Hugo  comparso davanti a noi, aveva gli occhi sgranati come non mai, sembrava un pazzo, ma un pazzo calmo. Nel campo ce n' un certo numero, di pazzi di questo genere. Bisognava vedere come articolava le parole sotto il naso del kap alto, gli arrivava al mento ma questo non gli impediva di esprimere quel che pensava scandendo bene tutte le sillabe, senza tremare: Tu sai cosa fanno, caro il mio O-ber-schar-fh-rer, ai kap del tuo genere che vogliono portare i ragazzi al cinema?
Il kap non aveva neanche il tempo di rispondere, il padre di Hugo non gli lasciava proferire parola. Pi lui parlava, pi quel sordido omaccione si faceva piccolo.
Vuoi che vada a raccontarglielo, al mio Oberscharfhrer, cosa proponi al ragazzo, eh? Vuoi che gli racconti il genere di film che ti piacciono?
Era un sacco di tempo che non lo sentivamo parlare, il padre di Hugo, e non si fermava pi, bisbigliava a tutta velocit con i suoi grandi occhi sbarrati, ripeteva ogni frase tre volte anche se avevamo ben capito dove voleva arrivare, soprattutto il kap che se n' andato nel bel mezzo di una frase senza fiatare. Correva sul vialetto, il kap. Si vedevano le falde del suo bel copricapo che si agitavano come ali.
Adesso  l'ora della zuppa, ma il padre di Hugo non ne vuole, la spinge verso di noi: Mangiate, bambini.
Anche se Hugo e io non siamo entusiasti di sentirci chiamare bambini, ci gettiamo sulla gamella, met a lui, met a me. Suo padre ci osserva, i suoi occhi da gatto tigrato seguono il cucchiaio dalla gamella alle nostre labbra, ci accarezzano, si godono tutto i suoi occhi, sono ritornati vivi come prima, e quando il cucchiaio della minestra  stato pulito, leccato e straleccato lui stira le sue braccia magre come se volesse toccare il cielo e mormora, sorridendo: Ha dovuto perdere il suo spettacolo, quel porco.
Come star Tomas? Il kap rifiuta di dirmi qualcosa, qualsiasi cosa, perch? Perch? Comunque, doveva andare a trovarlo, con la bisaccia piena di patate. Deve essersele mangiate tutte, quel bastardo. Spero che Tomi mangi un po'... Nella sartoria fa caldo, fortunatamente. In mia assenza, chi veglia su di lui? Proteggilo, mia cara, proteggilo da lass dove ti trovi, perch io non posso far niente. Voi siete il filo a cui si aggrappa la mia vita.
Non dormo. Non c' verso. In un campo non lontano dal nostro, un detenuto si  gettato dall'alto di una roccia, trascinando con s la SS di guardia. Mi immagino il suicida avvinghiato all'ufficiale, le dita serrate su di lui come artigli velenosi, gli occhi sbarrati aperti sul vuoto, gli stessi occhi rotondi e immobili che il padre di Hugo ha posato sul kap di Ilfeld: l'espressione di chi non ha paura. Io invece ho ancora paura, non di morire, ma di quello che accade prima. La porta che si apre bruscamente su una SS sconosciuta, gli assali di un trasporto inatteso, un ordine insolito, il tuo numero pronunciato con rabbia all'altoparlante senza che tu sappia il perch: il rumore di una sofferenza nuova che sopraggiunge,  questo che mi lacera il cuore di paura.
Questa mattina, gli aerei alleati sono scesi in picchiata quasi sopra le nostre teste, mitragliavano a qualche chilometro da qui. Alcuni dicono che sembra proprio la fine, che i tedeschi presagiscono la loro sconfitta, che stanno gi bruciando tutti i loro documenti, ma io non credo pi alle buone notizie. Mi terrorizzano, pi di quelle cattive. Non si sa mai che cosa nascondono.
Dove sono cadute le bombe degli Alleati? Hanno colpito la citt?
Se il laboratorio di tuo padre fosse stato raggiunto lo sapremmo mi risponde Hugo.
Neanche lui dorme pi. Capiamo che sta succedendo qualcosa. Anche al blocco 5, nel laboratorio di sartoria, tutto sembra diverso dal solito. Oggi il Vorarbeiter  venuto verso di me, mi sono sentito subito bruciare il petto di paura.
Ti autorizzo mi ha detto.
Indicava le macchine a pedali, e ha alzato un dito con gesto minaccioso: Ma se rovini il materiale sei morto.
Lo stomaco mi  salito direttamente in gola. Oltretutto la macchina per cucire era instabile a causa del pavimento tutto storto, bisognava procedere con prudenza per non rovinare niente, n il pedale, n l'ago, n niente. Semaforo occupava la posizione accanto, mi ha mostrato il movimento e io ho cucito, prima piano, poi pi in fretta, ancora pi in fretta, alla fine andavo a velocit folle, i colpi mi risuonavano nel petto, la macchina era instabile ma io ce la facevo, avreste dovuto vedere! Io la comandavo con il pedale, sotto le mie mani la stoffa filava via diritta, la facevo scivolare, s, anch'io dominavo la paura, la tenevo stretta tra le mie spire. Al campo ci sono dei momenti come questi, momenti da serpente. Mi piacerebbe che durassero per sempre.
Semaforo ha ripreso il comando per mostrarmi un passaggio del lavoro e al primo colpo di pedale l'ago della macchina si  spezzato. A cinque minuti dalla fine della giornata. Era colpa del pavimento, del pavimento non dritto, Semaforo era sconcertato dalla catastrofe, ripeteva non  diritto, non  colpa mia, era verde di paura. Il Vorarbeiter sarebbe venuto a controllarci, eravamo spacciati. Ma a quel punto  arrivata l'Idea sublime, l'accelerazione magistrale dei neuroni, il cortocircuito cerebrale folgorante: Semaforo ha fatto scivolare un banale ago da cucito nella scanalatura della macchina, al posto dell'ago rotto. Il Vorarbeiter ha lanciato un'occhiata veloce senza notare niente, anche lui aveva fretta di staccare.  per questo che stasera non dormo: rivedo il finto ago pronto a cadere e il sorvegliante che arriva alle nostre spalle.
Ti rendi conto, Hugo, rompere il macchinario... Cosa ci sarebbe potuto capitare...
Eh, s, hanno eliminato della gente per molto meno.
Puoi ben dirlo! E invece io: niente. Assolutamente niente. Chi  il pi forte? Chi  il pi fortunato, eh?
Questa doppia felicit assurda, inimmaginabile, questa fortuna quasi eccessiva mi sovrasta totalmente: il Vorarbeiter  stato ingannato e io sono ancora in vita.
Per quello del turno di notte dev'essere stato un bel guaio, comunque...
Hugo ha ragione. A quello che ha preso il mio posto, nel laboratorio, l'ago finto sar scoppiato in faccia al primo colpo di pedale. A quest'ora  sicuramente morto, o quasi. Questo pensiero mi rimbalza sulla testa senza provocarmi alcun rimorso, ho un bell'auscultarmi, sento in me solo l'onda indebolita del sollievo, della fierezza e della gioia.
Stiamo diventando proprio delle bestie, Hugo?
Certo che s, amico mio, altrimenti piangeremmo. Piangeremmo cos tanto da annegare nelle nostre lacrime. Ormai tutti quelli che potevano piangere sono morti: l'Amico Pl, i tre medici di Beregszsz, i rabbini... Siamo rimasti solo noi, quelli che hanno il sangue freddo e nemmeno pi una lacrima da versare.
La prima volta che sono diventato serpente  stato grazie agli italiani. Condividiamo la baracca 18, loro da una parte e noi dall'altra. Gli italiani sono impassibili, e discreti, delle vipere raffinate, eleganti anche con la divisa a strisce, anche nel parlare: mai una parola a voce troppo alta, mai che scappi inavvertitamente un maledetto ebreo. Hanno combattuto al fianco dei tedeschi, poi il loro governo ha voltato gabbana e Hitler, a mo' di vendetta, li ha spediti a Dora con noi, il che la dice lunga su quanto  arrabbiato con loro. I miei italiani preferiti sono i due Giuseppe, non sono fratelli ma quasi, hanno lo stesso nome, lo stesso stile da principi, uno bruno l'altro biondo, mai neanche minimamente agitati, ma i loro occhi... I loro occhi ti trafiggono senza batter ciglio. Nessuno si mette contro di loro perch questo sguardo imperturbato appare come una vaga minaccia. Quando parlano nella loro lingua non si capisce niente, sembra che tubino gentilmente con la loro aria come si deve, ma, a ben guardare, il senso dei loro discorsi  terribile: le loro mani tagliano, il loro sguardo perfora, si raccontano la guerra, il sangue che gocciola e tutto il resto, mamma mia, dai gesti si intuisce tutto; soprattutto si intuisce che al fronte il nemico non doveva stare molto tranquillo con i due Giuseppe davanti. Ogni tanto parlano di donne, lo si capisce perch hanno gli occhi che si illuminano, e ridono, un riso brutale che chiude la conversazione. Mi ispirano, gli italiani. Hanno almeno vent'anni e si organizzano, bisogna vedere come! Il biondo lavora a maglia. Si  fabbricato un ago e un uncinetto da un pezzetto di ferraglia e con questi due piccoli strumenti dall'aspetto poco attraente realizza berretti incredibili, chilometri di coperte, sciarpe a tre giri, tutto il campo ne va matto, perfino i tedeschi che gli forniscono la lana e lo pagano in panini con la marmellata. Giuseppe, quello bruno, scolpisce. Se gli dai un sasso, un'ora dopo l'ha trasformato in un merletto. Il suo cliente pi fedele  un alto ufficiale delle SS che adora le antichit, e Giu gliene scolpisce prontamente secondo i suoi desideri. Qualche settimana fa, gli ha fatto una specie di dea formosa con una corona di foglie pi vere del vero e le pieghe della veste che si alzavano al vento. Mentre rifiniva minuziosamente la scollatura, Giu sospirava. Le ragazze gli mancano. Ha ancora delle forze, lui, mangia molto meglio di noi. In cambio della dea dai grossi seni, l'ufficiale gli ha offerto tutti i giorni una fetta di salame, e una tavoletta di cioccolato alla fine.
Accidenti...
 tutto quello che sono riuscito ad articolare quando sono tornato nella baracca a statua ultimata. Non so cosa fosse pi pazzesco, i seni della dama di pietra o l'odore della cioccolata, ma questo mi ha fatto venire un'idea. La casacca di Giuseppe il bruno era davvero sudicia, indegna di un tipo come lui, allora gli ho fatto una proposta: una casacca pulita in cambio della cioccolata. Abbiamo contrattato, ci siamo accordati.
Rubare dei vestiti  economicamente vantaggioso. Rischioso, ma vantaggioso. Esiste un mercato, soprattutto per via delle pulci. Chi le ha sente prurito, si lamenta, e poi ha paura di morire per colpa loro, eine Laus dein Tod, quindi gli servono dei vestiti puliti. Alcuni sarti del mio laboratorio infilano una seconda casacca sopra la propria e la vendono di sera, ma rischiano di farsi sorprendere, e a caro prezzo. Prendono una casacca supplementare, sabotaggio! Vanno in giro con un doppio strato di abbigliamento, vietato! Vendono al mercato nero, crimine assoluto! La loro operazione  tre volte rischiosa, ma io sono pi furbo: do al cliente la mia divisa pulita e indosso la sua, lurida. Una volta giunto in sartoria devo cambiarmi pescando di nascosto nel mucchio degli indumenti separati.  in quel momento che divento serpente.
Dapprima tremo come una foglia, poi mi butto...  come una frustata gelida che scaccia la paura. Sono attento come non mai, il cuore sospeso, una vipera prima dell'attacco, odo tutto, sento tutto, annuso il Vorarbeiter a dieci chilometri di distanza. Al minimo rumore riprendo la mia scopa, ma quando il kap si allontana striscio fino al mucchio dei vestiti, rannicchiato dietro una macchina per cucire, in tre secondi ecco fatto: butto via la mia vecchia pelle e mi infilo in quella nuova, un'occhiata a sinistra, a destra e riprendo le mie faccende. Respiro di nuovo. In quel momento la paura ritorna, ma ormai  tardi, ha perso: ho rubato una casacca pulita e la scambier con un supplemento di cibo. L'ho gi fatto cinque volte, strisciare, rubare, mangiare e intendo continuare, certo, strisciare, rubare, mangiare, un pezzetto di pane, una seconda zuppa, ho sempre fame, mi scoppia il cuore ma non ho le cosce violacee o le ginocchia scarnite, sono sempre vivo, nonostante l'inedia, nonostante l'assenza di mio padre, nonostante la malvagit dei kap, nonostante i trasporti, nonostante l'ago spezzato, questa sera tutto si conferma, faccio razzie tra un ostacolo e l'altro, scappo, mi salvo sempre, prendo dei vestiti, cucio a mano e a macchina, sono la vipera che serpegger ancora sul tessuto, sul terrore e sulla morte, finch ce ne sar bisogno.
Accanto a me, Hugo adesso dorme come un sasso. Ho bisogno d'aria, e mi calo fuori dal giaciglio. Sulla strada che porta alle latrine incrocio lo sguardo dei due Giuseppe che mi fissano a lungo, come se condividessi con loro il segreto di chi attraversa la paura senza riportare un graffio.
A Dio piacendo, non durer ancora molto, i bombardamenti si avvicinano. Ogni esplosione risuona dentro di noi. La citt vicina al campo  stata colpita questa mattina da monomotori d'assalto. Presto sgozzeremo i nostri guardiani e torneremo a casa a respirare il sole e a riprenderci le nostre donne, a bere le loro labbra umide, a mordere i loro seni alti e sodi, a leccare il loro ombelico di luna cava perch esiste la teoria della luna cava, a divorare finalmente i loro corpi caldi e palpitanti! Noi bruciamo. In attesa della liberazione, ci si arrangia con quello che si ha sotto mano, a volte bisogna insistere ma pazienza,  la guerre comme  la guerre, dicono i francesi.
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FINE Parte 1.